La notte bifora

Dicemmo i nostri arrivederci
con l’amore nei tuoi occhi
nella notte bifora.

Oggi, vedo, hai cambiato i tuoi modi.

Oh, trattami ancora come facesti
nella notte bifora.

Tu mentisti e io fui così ingenuo,
nella notte bifora?

Quando ti tenevo vicina parevi sincera.

Oh, trattami ancora come facesti
nella notte bifora.

Inverno è poi cuore

L’été une boisson fraîche
printemps c’est l’aube
et l’automne un lait d’accueil.

Inverno è poi cuore destinato
a un camino per scaldarsi
e neve secca scartata sotto l’albero,
inverno ha la bocca come l’alba
che tira fuori la lingua dalla nebbia
e gli occhi così mortali
come quelle passioni estive
che durano quanto una partita a carte.

Noi due tu nuda sopra la coperta
e le foglie che richiamano
il fuoco incendiandosi senza bruciare,

e vale a poco il tentativo di dicembre

che porta chiaro nel buio rumoreggiando
coi suoi ritornelli da uomini felici, tentennando
davanti alla porta di un piano bar, oscurando
col suo profumo così distante dalla sabbia,
così lontano dal gusto e dalla nausea
delle creme appiccicose per il viso, diseccitando
ogni vuoto e immenso cielo nascondendo il sole,

giacché già tutto è orizzonte, tutto è mare,
tutto è estate e siepi illuminate nel buio.

Gian Marco Griffi

 

Lisa non lede

Lisa lisa lisa non lede
s’appena storce
cantate le melo/die approssima
e quello che percorre pare sorge

malisa sorniona s’intuffa
nello ieratico paglierino
diventa cinquanta metri
e a dirla grande

sonìo.

Solo io la vedo intera, la quacchera
e la risolvo in bilingue abbrivio.

Solo io la credo finita, l’insula
e trovo modo di elevarla a gattino.

Sol’io immagino che ride: impasta
le forme del proposito tradito

e me la mena a dito, l’algebra
fregna sincretica e propiziante
lisa stupita nel dieci
tangenziale al due quinti
sottratta all’attimo
gangola gangola
nel posto piano trino
lisina sgomenta a trenta
per cine tue squisite
altra veste vo’ colando
illesa e

languida

languida

languida

languida

languida

languida

languida

languida

 

                                                     Silvia Molesini

Storia del topino blù

C’era una volta un topino marròn che mogio mogio se n’andava per la strada, stando attento a starsene di lato per non farsi sniaccare dalle ruote delle macchine e delle moto – le bici non temeva – e se n’andava ramingo. Romiva e piangeva. Gl’avevan detto ch’era un topino marròn. Triste marròn, come colore, ed egli n’era scontento. E romiva e piangeva e tutti passanti fermava e chiedeva: “sono un topino, topino marròn, io?”. E la gente, alta, bassa, bella, brutta, bionda, bruna, grassa, magra, dentuta, sdentata li rispondeva: “Sì, sì, marrone sei tu”.

“Devi, mio topino, sapere che marrone non l’è un bel colore e che ricorda polvere, terra, estrusioni organiche e alghe mal macerate. N’avresti miglior fortuna nel cambiar colore, mio topino. Essendo tu marròn, ohi che marròn, non puoi volare, no!”. Questo gli diceva lo spirito della bisnonna topa in sogno, quando dormiva dormiva, stanco stanco, un po’ più a lato del lato dalla strada. Più a lato del lato per non farsi sniaccare dalle ruote delle macchine e delle moto (le bici no) che di notte van correndo e sbilencano un po’.

La mattina del dopo la notte passata a dormir sul lato del lato, faceva colazione col resto d’un biscotto lasciato cadere sul lato dalla macchina passata poco prima, che c’era un bambino che non voleva il biscotto, biscotto marròn. Non li piaceva, al topino, il biscotto marròn. Ma la fame è la fame e non guarda il color. E allora scricchia che ti scricchia la grana del biscotto che i carboidrati van bene anche per il topino che l’è onnivoro. Dopo scricchiato il biscotto, era di meliga, dolce il palato ma grama la strada. Ché un topino marròn nessun lo vuole. E chiede al bambino: “bimbo, sono ancora marròn, io?”. “Sei marròn come una castagna marcia, come una foglia vecchia, come una cacca di vacca e come un salame scordato!”, disse quel bambino arrabbiato ché la mamma non ci aveva dato la briosch ché la maestra gli aveva messo una nota il giorno prima. E tutti videro la costernazione del topino e la disperazione del topino il quale, dallo sgomento, restava marròn e non si sognava neanche d’impallidire, ché questa è una fortuna che capita solo ai cristiani.

Tutti i presenti a questo punto cominciarono a pensare che l’intervento della fatina non dovesse più tardare. Non si poteva macerare il topino più di così. C’è un limite al marròn. Così, dopo pochi altri passi e pochi altri metri, il topino marròn incontra una fanciulla, una bimba, una ragazzuola insomma, e le chiede: “Bimba di mille bellezze che sei proprio carina e mi piacerebbe non essere un topino oppure che tu fossi una topina, sono un topino, topino marròn, io?”. “Oh, topino topino” – disse la graziosa con gentile grazia e smagliante sorriso (così smagliante che la mamma del biondino di prima media accompagnato a scuola con il quattroruotemotrici si preoccupò) “tu sembri marròn perché sei impolverato di terra perché cammini e cammini e cammini” – il topino marròn si sentiva già schiarire – “ma non devi preoccuparti ché la verità ti dirò”.

La bimba era una diligentissima apprendista fata e così continuò – ” bisogna dare un colpetto qua” – topp, topp – “e un colpetto là” – zaff, zaff – “e devo dare i colpetti con la mano perché non ho ancora la bacchetta, eppoi un colpetto ancor più in là” – zimpf, zimpf – “e infine…” – zupf, zunf. “Ora non sei più marròn, sei… sei… sei blù. Sì, sei blù.”.

Così la bambina fatina, ch’era ancora fatina bambina, parlò. E il topino che più non era marròn era tornato al suo colore originale che è un colore che nessuno è mai riuscito a vedere in un topo. Era blù, blù come non ce ne sono più. E allora se sono blù posso correre, correre e volare e saltare fin lassù. La bambina alzò la mano e gli disse: “Topino blù, salta quassù” – zoinnngggg – saltò il topino che neanche se avesse mangiato la molla della biro avresse possuto, avrette potato, avrebbe potuto, e si ritrovò sulla mano della bimba che gli disse: “Topino blù, o topino blù come non ce ne sono più, salta, salta, salta piùssù.” – e il topino saltava saltava – zoinnnggg – zoinnnggg – e sui capelli della bimba, e sui capelli della maestra, e sui capelli della madonnina sopra il muretto e ancora sulla pianta dirimpetto e infine sopra il tetto. E zimp e zoinnnggg, il topino quasi quasi volava.

Gli dice un uccellino: “Topino blù, mi fai concorrenza?”, e lui: “No, son solo felice e zompo e salto e svolazzo e non capisco come fazzo. E non capisco come fai tù che sei marròn e non sei blù”.

E questa era la storia del topino blù, che ve l’ho detta questa volta e non ve la ripeto più.

In limine gossip


che ne diranno i ragni della mia morte il caffaro i miei dodici lettori il postino lo ziocarlo
e lo strenuo tarlo del comò o la sua genìa che tutta notte gratta e mi rigratta l’anima
che ne dirà il besagnino all’angolo e il calzolaio suo dirimpettaio chi bagnerà
domani i miei gerani o moriranno anch’essi seccandosi pianpiano prima
i colori dopo la foglia e l’arbusto e la radice infine certo in fine l’anima
polvere di polvere che un trogide insaziato brillando
al chiardiluna senza volere scanserà di lato

Guido Conforti
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Life-threshold charrado

what will spiders say about my death Cafarus my few readers the postman unclecharlie
and the brave woodworm in the chest or its pack that all night long’s scratching and scrapes my soul
what will say the greengrocer on the corner and the opposite cobbler who will water
my storksbills tomorrow or they also will die slowly-slowly drying colors
before then the loaf and the shrub and the root and finally – sure – the soul
dust of dust that an unappeased hide-beetle glittering
in the moonlight will inadvertently shun aside

[Noterelle di traduzione]
Con questa mi sono proprio divertito. Cercando di rispettare l’apparente volontà dell’autore non ho introdotto virgole e mi sono sbilanciato a indicare con la maiuscola Caffaro, intendendolo come lo storico degli Annali di Genova del XII sec. e non, come suggerisce il dizionario, come anticrittogamico. Va da sé che i “genovesismi” sono andati perduti. Potrei provare a sostituirli con qualche “liverpoolismo”.

E’ certo che non mettere virgole sortisce strani effetti:

what will say the greengrocer on the corner and the opposite cobbler who will water
my storksbills tomorrow or they also will die…

che potrebbe ri-tradursi:

che dirà l’ortolano all’angolo e il calzolaio dirimpetto che(!!) bagnerà
i miei gerani domani o anch’essi moriranno…

Il “trogide” è un coleottero non molto comune e “hide-beetle” ne è la traduzione da manuale d’entomologia.

“Charrado” è il provenzale per “chiacchierata” (ne proviene “sciarada”), ciancia più o meno gratuita, e ho scelto di usare questo termine in luogo dell’equivalente italiano per gioco: Latino – Inglese ==> Inglese – Occitano (e la chiacchierata non è così gratuita: è dìatriba, in realtà, fa passare il tempo ma prova a porsi questioni: lo fa scavando nelle parole per vedere se, dal costrutto, ne sortisce spiegazione [è la sciarada]. Ciò è senz’altro confortiano/perechiano e, un po’, robysano.)

Il Caffaro fu un genovese famoso, crociato, cronachista ecc. Nel sec. XII raccolse, negli annali che portano il suo nome, descrizione delle origini del Comune di Genova (per saperne di più). Ora io ho scelto di citarlo come Cafarus – e non come Caffaro – (suscitando l’ilarità di Guido Conforti) perché: gli Annali sono in latino (il latino medievale, diffuso tra tutti gli studiosi dell’epoca e in generale noto a chiunque sapesse scrivere). All’epoca, e per molti secoli ancora, ci si riferiva ai dotti con un nome che era la latinizzazione del loro nome (abitudine che verrà ripresa nel XV sec. con l’Umanesimo) e Caffarus (o Capharus) è proprio la latinizzazione in questione. Gli Annali sono precedenti la sistematizzazione e l’affinamento del Volgare operati da Dante. Se volete (e siete liberi di volerlo) Cafarus è latinorum più che latino.

Del bicchiere

E se decidessimo dunque, tutti di comune accordo, di cambiar nome a una cosa? Ebbene, potremmo farlo! Diciamo per esempio che la cosa sia il bicchiere. Anzi; il “bicchiere“. Tutti vedete che quest’oggetto che ora brandisco, il bicchiere, è un bicchiere. Potremmo con intenzione cambiarne il nome? Potremmo dire che, da oggi e tutti, lo si appellerà in altro modo, per esempio: “peripacchio“? “Dammi un peripacchio di vin bianco, oste!”, potrebbe essere una frase che comunemente verrà pronunciata in taverne, osterie e fraschette fuor di porta (ove certi cambiamenti han bisogno di maggiori tempi per aver luogo e prender consuetudine). Quando chiunque fosse avvisato che il “peripacchio” è quell’oggetto, normalmente in vetro, di forma pressoché cilindrica che si usa per contenere liquidi potabili e portarli alle labbra per berne, allora sarebbe chiaro e inequivocabile, come indelebilmente fuso in una bronzea Bibbia, che il peripacchio serve per bere con calma, cioè senza lasciarsi trascinare dall’impulso di bere colle mani a cucchiaio, a garganella o dalla bottiglia (“a canna“, come suol dirsi) o – avvicinandosi alla condotta dell’animale – lambendo acqua dalla polla. Il peripacchio sarebbe dunque il nuovo nome del bicchiere. Ovvero il nuovo bicchiere. Non esitiamo a pensare e a credere che la cosa sarebbe possibile anche a dispetto dei disagi generati dal transitorio di introduzione. Il “transitorio di introduzione” è l’insieme di eventi, finito nel tempo, nei quali la maggioranza della popolazione senziente, e in età della ragione, accetta di chiamare “peripacchio” il “bicchiere“. E’ dunque anche l’insieme degli eventi che segnano il passaggio dall’epoca del “bicchiere” all’epoca del “peripacchio“.

Si deve considerare criticamente la consuetudine di attribuire significato intrinseco ai termini usati per ciò che è di più comune impiego. Da non trascurare è la pretesa “analiticità” dei termini. “Bicchiere” suggerisce un agente. Si pensi a “panettiere“, “pasticciere“, “palafreniere“, “portiere“, “petroliere” etc. Tutti costoro sono “agenti“: fanno (anzi: “fanno“) qualche cosa. “Bicchiere” suggerirebbe dunque l’atto e l’effetto del “bicchiare“, del portare o del fare una “bicchia“. Ciò è vieppiù insensato: è noto a tutti, e perfettamente chiaro, come la “bicchia” non esista: non se ne ha alcuna evidenza e mai nessuno ha incontrato una “bicchia” in vita sua. Ciò denota in modo inequivocabile il carattere puramente convenzionale, seppur nascosto, del termine in esame (“bicchiere“).

Si è dunque perfettamente giustificati nel mutare l’equivoco termine, “bicchiere“, nel più neutro ed esplicitamente convenzionale – e dunque più prossimo alla natura del linguaggio – “peripacchio“.

Da “Tema dell’addio”

Contare i secondi, i vagoni dell’Eurostar, vederti
scendere dal numero nove, il carrello, il sorriso,
il batticuore, la notizia, la grande notizia.
Questo è avvenuto, nel 1990. E’ avvenuto, certamente
è avvenuto. E prima ancora, il tuffo nel Ticino,
mentre il pallone scompariva. E’ avvenuto.
Abbiamo visto l’aperto e il nascosto di un attimo.
Le fate tornavano negli alloggi popolari, l’uragano
riempiva un cielo allucinato. Ogni cosa era lì,
deserta e piena, per noi che attendiamo.

Non è più dato. Il pianto che si trasformava
in un ridere impazzito, le notti passate
correndo in Via Crescenzago, inseguendo il neon
di un’edicola. Non è più dato. Non è più nostro
il batticuore di aspettare mezzanotte, aspettarla
finché mezzanotte entra nel suo vero tumulto,
nella frenesia di tutte le ore, di tutte le ore.
Non è più dato. Uno solo è il tempo, una sola
la morte, poche le ossessioni, poche
le notti d’amore, pochi i baci, poche le strade
che portano fuori di noi, poche le poesie.

In te si radunano tutte le morti, tutti
i vetri spezzati, le pagine secche, gli squilibri
del pensiero, si radunano in te, colpevole
di tutte le morti, incompiuta e colpevole,
nella veglia di tutte le madri, nella tua
immobile. Si radunano lì, nelle tue
deboli mani. Sono morte le mele di questo mercato,
queste poesie tornano nella loro grammatica,
nella stanza d’albergo, nella baracca
di ciò che non si unisce, anime senza sosta,
labbra invecchiate, scorza strappata al tronco.
Sono morte. Si radunano lì. Hanno sbagliato,
hanno sbagliato l’operazione.

Ci teniamo vicini
all’urlo, mentre passa il dodici
e l’attimo separato
dal suo vortice resta qui, nel cuore
buio dell’estate, nell’annuncio
di una volta sola. Tu
non ci sei. Resta la tua assoluta
voce nella segreteria, questa
morte che non ha luogo.

                                                          Milo De Angelis