Storia del sedere

Non c’era una volta il sedere. Sì, proprio così. Non c’era. E questa non è una favola come le altre che cominciano col “C’era una volta”. Dovete sapere che molte cose che oggi ci sono, una volta non c’erano. Ciononostante si può lo stesso raccontare una favola su qualcosa che non c’era. Perché ci consola che ora ci sia. A questo servono le favole, bambini cari: a consolarci di qualcosa che non c’era e ora c’è. Dunque non c’era una volta il sedere. A quel tempo tutti quanti, uomini, donne, bambini e bambine passavano il giorno in piedi oppure sdraiati. Mai che ci fosse un minuto di requie nella giornata di quei nostri lontani antenati. Al mattino ci s’alzava, dopo una notte spesso tormentata dai dolori di ventre, e alé: cammina di qua, cammina di là. Oppure sdràiati un momento; ma un momento proprio corto perché il mal di pancia subito si faceva sentire e per non esserne affranti occorreva essere molto stanchi, così da potersi addormentare in breve. Questa situazione sembrava irresolubile e i nostri antenati non riuscivano a far altro che elevare preghiere agli dèi e sacrificare capri. Tutti questi sforzi di devozione alle forze soprannaturali non sortivano effetto alcuno: il sedere non c’era e c’era invece una stanchezza terribile, già alle cinque del pomeriggio, e dolori di pancia lancinanti e improvvisi.

Un bel giorno la Moglie del Capo del Villaggio, sensibile sismografa, attese il rientro del marito e dopo cena gli parlò: “Kalògeros, bisogna prendere qualche iniziativa. Con questi dolori di ventre non si può più convivere. E alle cinque del pomeriggio prendere il tè, in piedi o sdraiati, è una tortura. Io credo che ne andrà della nostra stessa sopravvivenza. Occorre parlare con il Mago e chiedergli una soluzione. Solo la tua Autorità può aiutarci. Lo sappiamo tutti che per il Mago questo è un argomento tabù e il solo accennargliene lo rende isterico. Però tu devi farlo. Lo farai, vero Kalògeros?”. Il marito, nonché Capo del Villaggio, si grattò il mento e si massaggiò la pancia (aveva un bel cercare d’essere superiore) e disse: “Ti prego di non insistere nel chiamarmi Kalògeros, sai che questo pseudonimo non l’ho mai amato e che mi chiamo Alessandro.” – questa premessa era la stessa in tutte le risposte del Capo alla Moglie – “Sento anch’io una spinta viscerale che si fa ogni giorno più insistente e affronterò l’irascibilità del Mago”. Detto ciò, il Capo fece chiamare tre guardie della sua Guardia e le mandò in giro per il villaggio a far sapere che l’indomani, dopo il saluto al Totem, si sarebbe tenuta una riunione dei capifamiglia.

Così, dopo una notte quasi insonne, il Capo e gli altri, riuniti sotto il Totem, decisero per l’elezione di una rappresentanza che avrebbe parlato a nome di tutti. “Dopo colazione andremo dal Mago, buon appetito e non esagerate con i grassi animali”, disse il Capo.

Giunta al cospetto del Mago, nel suo antro bisunto, la rappresentanza del Villaggio – il Capo, il cugino germano del Capo e tre altri congiunti di minor grado – chiese coralmente: “Mago, Mago, Maghen, Mago, si deve, si deve, si deven, provvedere, provvedere, provvederen, alle conseguenze, alle conseguenzen, alle conseguenze, e alle cause e alle ragioni, e alle causen e alle della pandemia ragionen di mal, di mal, di malen di pancia e della forzata, di pancia, di pancen, stazione eretta, eretten, eretta, stazione, di pancia, mal, malen”. Così, in modo polifonico, si espresse la rappresentanza del Villaggio.

Il Mago, individuo acuto, osservò di non aver compreso nulla e chiese alla rappresentanza di esprimersi in modo più omofonico. Ottenne una cavata del Capo che ripetè, più o meno, quel che tutti ormai sapete: “siamo forzati a stare in piedi, siamo sempre stanchissimi e abbiamo un mal di pancia intermittente e tremendo”. Queste affermazioni indispettirono il Mago il quale compresse il suo disappunto in una secca frase: “Kalògeros, lasciami il tempo di meditare. In ogni caso non vi prometto nulla, chiaro Kalògeros?”. Kalògeros-Alessandro abbozzò e non insisté sull’odiato soprannome.

Il Mago pensò e ripensò mentre la rappresentanza restava in attesa sull’attenti.

Il Mago del Villaggio, dopo il pensamento, disse: “Ciò che vi serve è il sedere, inteso come parte consustanziale alle terga e come atto ed effetto del sedere cioè del se-dersi, o – per meglio dire – dell’assumere la posizione se-duta, ovvero dell’applicare il peso alla propria parte posteriore sicché gli arti inferiori siano flessi e il sedere e il sedere siano quindi mutuamente ri-flessi” – pausa – “così che l’atto si risolva in un essere-per-se-dere. Almeno temporaneamente”. Il Capo del Villaggio guardò in volto gli altri rappresentanti quindi parlò, convinto d’interpretare il comune pensiero: “Che cosa sarà mai questo sedere e che si dovrà fare per ottenerlo? E dovremo portarcelo sempre appresso? Come potrà essere che il fatto di possedere il sedere risolva i nostri problemi? Non si potrebbe avere una dimostrazione o, che so, un periodo di prova?”

A questi dubbi il saggio ribatté: “Il sedere è indispensabile per qualsiasi tipo di seduta. La conquista del sedere non sarà una passeggiata. Un duro lavoro, un lungo e costante studio, uno spirito di sacrificio inscalfibile: ecco ciò che sarà necessario”.

Tutti, a cominciare dal Capo del Villaggio, si chiesero se cose come il “duro lavoro”, il “costante studio” e soprattutto lo “spirito di sacrificio inscalfibile” fossero cose che già esistevano o se non si sarebbe dovuto fare chissà che per inventare e costruire pure quelle. Il Mago li rassicurò affermando che ci avrebbe pensato lui e aggiunse: “Quanto al periodo di prova, vi attaccate. Prendere o lasciare. Mi sono spiegato, Kalògeros?”. Il Capo non fece una piega.

Ebbe il via un periodo di enormi fatiche per quei nostri antenati. Tutti i maschi adulti a lavorare e a caccia secondo i percorsi più ardui e faticosi, tutte le signore a lavare e dar di pietra calda ai panni [*] dal mattino alla sera. Tutte le giovinette a casa ad aiutare e preparare pranzi, cene e colazioni. Tutti i giovanotti a studiare, studiare, studiare e ancora studiare. I più robusti ai campi e alla minuta manutenzione delle case. Fu un impegno immane al quale il Mago del Villaggio guardava con soddisfazione pungolando, incitando e proponendo, strada facendo, qualche nuova attività atta a incrementare la possibilità di ottenere un sedere di elevata qualità: gare di corsa, atletica, una sorta di servizio militare e turni di guardia alle mura di legno del Villaggio. Il Capo e la Moglie erano ancora perplessi poiché eran passati mesi dall’annuncio del Mago e nessuna traccia di sedere appariva sui fondi schiena della popolazione. Questo a onta delle prime manifeste espressioni di stanchezza.

Ma la fede nel lavoro smosse le montagne e avvenne quasi all’improvviso che alcuni giovani, quotidianamente dediti a complessi studi, corressero un mattino sulla piazza centrale del Villaggio gridando: “Lo sento, lo sento, qualcosa succede ohimèeee!”. Si accovacciarono defecando tutt’insieme nel bel mezzo della piazza. Data l’epoca, questi giovani non avevano idee circa il decoro e la toletta dunque non si fecero alcun problema. Il loro “ohimè” era indicativo d’uno stupore più che d’una forma di vergogna. La stessa cosa, come a cascata, accadde agli altri abitanti del villaggio nel volgere della mattinata. Con grida e mugolii di liberazione si produssero in una evacuazione generale: “aahhhh!”, gridava il falegname, “ooohhh!”, gli facevano eco la moglie e la figlia, “ouaaaahhh!”, era l’urlo del Capo, poco dopo seguito dagli “oouuuch!” e “aaaarrgghhhh!” dei suoi cugini. “Mmmmhhh!”, “neeehhh!”, “uuuuhhhh!”: non si sentì altro per otto giorni. Fu l’evento più memorabile degli ultimi decenni. Rimase iscritto a caratteri di fuoco sulle tavolette della storia del Villaggio.

Verso la sera del nono giorno il Capo e la moglie cominciarono seriamente a interrogarsi sulle nuove necessità poste dall’esistenza del sedere.

[*]: oggi diremmo stirare

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