Storia dei tortellini

C’era una volta un cuoco che, non essendo ancora stata inventata la tivù, si sentiva limitato nello sbizzarrire la fantasia. La quale fantasia era sì notevole ma, alle volte, non riusciva a disincagliarsi dalle pastoie della pasta e fagioli, dalle saggezze della santoreggia, dalle spinosità del pesce e dal naturale e irreversibile imbozzolamento dello gnocco.

Il suo principale committente era un signorotto di provincia che aveva tutto, difetti e affetti, della provincia: pioggia e fumo dal camino in Autunno, neve sugli alberi d’Inverno, prati fioriti in Primavera e rigogliose messi d’Estate. Sempre dopo le preghiere di rito. Rigorosamente cattolico.
In tale ambiente la spinta all’innovazione era poco spinta, ma il nostro cuoco che c’era una volta si dava lo stesso un gran daffare a inventare manicaretti che soddisfacessero committente, commensali e commissario. Commisuratamente al comune sentire.

La richiesta di pasta novella era, da parte del committente, la più frequente. Ora, tutti voi sapete che la pasta è la palestra del cuoco creativo. Così il nostro cuoco che c’era una volta si sbilanciava in paste ardite, ora a manubrio ora a cyclette, sempre mantenendosi tonico.

Le richieste si facevano sempre più pressanti e nonostante la notevole abilità nell’inventare nuove paste, le esigenze del signor committente erano sempre più difficili da assecondare. Fu così che un giorno maggiolino, dopo estenuanti e infruttiferi tentativi (e non si capisce come possa essere fruttifero il tentativo di fare la pasta), il cuoco si mise alla finestra col pensiero di distrarsi un po’ ammirando le bellezze della Primavera matura e dimenticare, per qualche minuto, farine e ripieni e tecnica di stiraggio e arrotolamento. Non avrebbe potuto avere idea più felice. Lasciando vagare lo sguardo sulla gente che passeggiava in giardino, ecco che lo sguardo si posò e si fe’ portare a spasso da una giovinetta. Giovinetta nobile, graziosa e forte, di sorriso e di garretti, e di maglietta corta. Corta sì che parte del ventre ne venìa scoperto. Oh folgorazione, oh trastullo dei sensi, oh meraviglia della virginal freschezza. Oh! E quale nobile ricciolo quella serica pelle facea. Il cuoco si sentì come toccato da Grazia Celeste, la ragazza che faceva le pulizie. Si riprese e immediatamente tornò al lavoro.

Allora cominciò a impastare la farina con l’acqua con l’ovo e ancora farina e sale e un sospetto di noce moscata e impasta e impasta, e poi stendi e stendi e stira e stira sì che la pasta sembri una sfoglia, una fascia d’infante, un lenzuolo di sposa e poi di più, di più tanto che a un certo punto;

Ala d’agnol del Paradiso parve
sicché dell’agnolotto si sovvenne
tal che la pasta sfoglia gli disparve

Così, ricordando i suoi studi all’Accademia della Farina 00, ebbe l’idea supplementare di riempire la nuova pasta che andava inventando. E trita il Prosciuttino, grattugia il Parmigianino (solo la trama, però) e aggiungi il Pepino e poi stendi sul tavolo quella pasta angelica e riducila in triangolini e mettici un bacio di ripieno e poi richiudi e ritorci come quell’ombelichino divino e leggiadro che faceva capolino in quella mattina di Maggio. Pensò di chiamarli “bottoncini di pasta”.

La sorpresa e la soddisfazione del committente e dei commensali suoi furono indescrivibili. E chi bravo cuoco, e chi datemene ancora, e chi ma che meraviglia, e chi ma non si capisce bene cos’è ma è buono, e chi il buono e il bello van sempre insieme e applausi, applausi e ancora applausi.

La sola a non mostrare gioioso apprezzamento per la geniale e saporita trovata fu l’accigliata signora Annalisa Caròla Maritozzi Addentati, Contessa di Tor Tella (che gli altri nobili e aristocratici frequentatori della casa chiamavano, semplicemente, Tortella):

“Che orrore, che sfrontatezza cuciniera.”, cominciò a dire,  “E’ un affronto al limite dell’anatomo patologico. Questi… questi cosi di pasta ripiena sono tali e quali l’ombelico di mia figlia.”. Fu così che quel gran creativo del cuoco che c’era una volta ebbe ancora un’illuminazione; avrebbe chiamato la sua invenzione non “bottoncino” ma “tortellino”. Nel senso di “bottoncino della pancia della figlia della Tortella”.

T’è piaciuta la storia dei tortellini? Bene, ma adesso mangiali!

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