A cena dallo gnomo guardiano

C’era una volta un bosco, non tanto grande, al limitare del quale c’era una quercia – o era un leccio – sotto la cui corteccia, ben scavata e ben arredata, era la casa d’uno gnomo. Era lo gnomo guardiano. Faceva la guardia al bosco. I suoi cugini, gli altri parenti e gli amici, abitavano tutti nel bosco che lui guardava. E si fidavano di lui. Non per nulla l’avevano eletto guardiano. Vicino al bosco, non tanto grande, era una casa con un giardino, non tanto grande. Lo gnomo, fedele al millenario istinto degli gnomi – quello di essere anche pròvvidi spiriti della casa – guardare per guardare, guardava anche la casa. Non tanto grande.

Il guardar la casa, da parte dello gnomo, sarebbe potuta essere una fortuna per i due anziani coniugi che l’abitavano. Erano costoro una coppia di quelle che si direbbero “di ferro”; tenevano bene anche se c’era un po’ di ruggine. Ruggine dovuta principalmente al fatto che i due erano accomunati da una formidabile smemoratezza, che vicendevolmente si rinfacciavano, e che doveva aver avuto qualche parte nel loro destino di coppia senza prole. Com’è, come non è, i due erano smemorati e distratti, ma distratti tanto tanto tanto. Ogni giorno capitava, almeno una volta a uno dei due, di perdere qualche cosa nel giardino, non tanto grande, o sulla soglia di casa. E ieri era un biscotto, e oggi un bottone, e domani un ditale, e dopodomani una scatoletta di tonno, e così via. Ci sarebbe stato di che trasformare il piccolo giardino in una discarica. Sennonché lo gnomo guardiano, attento e rapido, trovava tutto quel che i due distrattoni smemorati perdevano. E da bravo gnomo – spiritello benigno della casa – raccoglieva, ripuliva e con un balzo che solo uno gnomo può permettersi, depositava sul davanzale della finestra ciò che aveva trovato. Lo scopo di questa azione era di permettere ai due vecchini di ritrovare la loro roba e di farli sentire meno soli. E’ bello che qualcuno raccatti le tue smemoratezze e le metta sul davanzale. Con questi due, però, non c’era verso: quasi mai guardavano il davanzale e se ci si avvicinavano, per pura combinazione, ecco che davano una gomitata al ritrovamento dello gnomo, senza nemmeno accorgersene, e ricacciavano la piccola cosa, perduta e ritrovata, tra l’erba e le foglie secche del giardino.    Capitava, ma assai di rado, che uno dei due coniugi s’accorgesse del fatto che qualcosa fosse stato perso dall’altro; era di solito la moglie che lamentava la scomparsa di un ditale o un rocchetto di filo. L’oggetto in questione veniva perso perché la moglie l’aveva scordato sul tavolo, il marito lo vedeva e non ricordava a cosa potesse servire, lo raccoglieva col desiderio di chiedere alla moglie maggiori lumi ma, tra la cucina e il salotto, aveva già dimenticato l’intento. Dimenticava poi di rimetterlo dove l’aveva preso (era il tavolo? il sofà? mah, chissà) e così, dopo aver gironzolato qualche minuto per casa, usciva in giardino dimenticando d’avere qualcosa in mano e finendo per lasciarla cadere nell’erba. Evento prontamente avvistato e registrato dallo gnomo guardiano che: “rocchetto da raccogliere”, diceva tra sé.

Quando succedeva qualcosa del genere: “T’è un smemorà del bâl”, diceva lei; al che il marito contrappuntava brontolando; “brü-brü-brü-brü”. L’anziana moglie di solito contrappuntiva; “brì-brì-brì-brì-brì-brì-brì-brì-brì”. Chi fosse passato nei paraggi della casa non tanto grande, in quei momenti di appuntito contrappunto al limitare del bosco, avrebbe dunque ascoltato un: “brü-brì-brì-brì brü-brì-brì-brì”, ben ritmato. Era un brontolare caratteristico di quell’epoca senza giradischi.

A nulla serviva la rapida e precisa operazione di recupero condotta dallo gnomo. Il rocchetto, messo sul davanzale della finestra, sarebbe potuto rimanere lì per settimane oppure essere trovato da uno dei due e gettato nell’immondizia al suono della frase: “Ma quante carabatole che el trova” o, viceversa, “la trova” a seconda dei casi. Il ripetersi quasi quotidiano di questi fatti indusse lo gnomo guardiano a modificare il suo atteggiamento nei confronti della casa e dei suoi abitanti. Cominciò col disinteressarsene, ma dopo pochi giorni vide che il giardino era disseminato dei più disparati oggetti: biscotti, ditali, aghi, fette di salame, bustine di tè, bocchini di Meerschaum, tappi di bottiglia, misurini per lo sciroppo per la tosse, pan carré, boccette di propoli, cartine Rizla, cavatappi, una manina per grattare la schiena, un calzascarpe di corno di gnù, tabacco Amsterdamer, un arburese per scorticare le sughere, una confezione d’acciughe sotto sale, capperi di Pantelleria, fischietti da arbitro, moscato d’Amburgo, guarnizioni di gomma, pepe in grani, due santini scoloriti, un portamonete a tacco, matite da muratore, ance da oboe, penne rigate integrali, monete da venti centesimi di marengo, datteri di Tlemcen (Deglet Nour, se permettete), dadi da giuoco, dadi da brodo, due metri di pizzo di Fiandra, una teglia per pizza, pasta di mandorle, pasta di sale, pasta dentifricia, olive paschiscedda, un tartufo d’Alba (piccolo), riso Maratelli, fagiuoli di Saluggia, tavolette per il biribissi, dittonghi per il birignao, bustine di preparato per il borborigmo e una pipa Mastro de Paja, che è una vera sciccheria.

Scoraggiato da cotanta inespugnabile atarassia, lo gnomo desisté dal tentare l’impossibile impresa di restituire il perduto ma, intollerante della confusione e del senso di disordine e sporcizia che ormai regnava nel piccolo giardino, decise di raccogliere il tutto e tenerlo per sé. Accumulò dunque una fortuna in beni materiali, utilizzabili per i più svariati scopi. Decise inoltre che avrebbe raccolto e immagazzinato qualsiasi cosa i due smemorati avessero persa da quel momento in avanti. In breve tempo non dovette più preoccuparsi per la mancanza di utensìli o generi alimentari fuori della sua ordinaria dieta: i due provvedevano, semplicemente scordandosene.

Avveniva che a Primavera inoltrata si facesse, al paese non tanto lontano e non tanto grande, una gran fiera. Quivi si trovavano le cose più rare e disparate che un abitante dei pressi d’un bosco potesse sognare. Come ogni anno, anche questa volta i due decisero che si sarebbero recati alla fiera, come facevano dai tempi della loro giovinezza e come erano usi fare, con i rispettivi genitori, fin dalla più tenera età. Si lamentavano, però, di come e qualmente le cose che si trovavano ora alla fiera non avessero più la resistenza e la durata di una volta.

Con una borsa di corda intrecciata ciascuno, e dopo aver chiusa la porta a chiave, i due si diressero con passo boscaiolo verso il paese. Era mattin buonora e c’era il tempo per andare, far gli acquisti e tornare al mezzogiorno suonato. Dan, dan, dan, batteva il mezzodì la campana del vicino paese dal campanile, non tanto grande, della vecchia pieve. I due ritornavano seguendo la solita strada, che era un sentiero battuto un po’ più largo d’una mulattiera. Poco dopo l’ultimo rintocco della ripetizione ai cinque minuti, eccoli davanti alla porta di casa. “Tì, Celestina Chiaretta, dame le ciavi che dorbo”, “Martìn del Boso, le ciavi te le g’hai tè”, “Ma no che te le g’ho date a tì dopo che ‘l g’ho serà”. E ma no, e ma sì, e ma va’, e ma che barba de omo, e ma che piva de dona, insomma c’era una certa discussione sul dove fossero finite le chiavi. Martìn posò la sua sporta e cominciò a frugare nella tasche di pantaloni e giubbotto. La sporta era bella piena di prelibatezze e rarità; era colma al colmo. Sul colmo del colmo faceva bella mostra di sé un Gran Salame del Dì di Festa, specialità delle Valli Tellina e Patella. Delle chiavi nemmeno l’ombra. Intanto, per effetto della botta conseguente il gesto un po’ stizzito col quale Martìn aveva posato la sporta, il Gran Salame iniziò un movimento oscillatorio che l’avrebbe portato a cadere sul prato, di lì a poco. “Stai a vedere che il salame non s’accorge che cade”, pensò – un po’ anacolutescamente – lo gnomo guardiano che stava, sulla soglia della casa nella quercia – o leccio -, seguendo l’intreccio. “No le g’ho le ciavi, Celestina Chiaretta”, disse Martìn. “Le cerco mì, garofano d’un Martìn”, ribatté Celestina lasciando cadere a terra la sua sporta. Anche la sporta di Celestina era bella colma e sulla vetta di quel monte di bontà campeggiava una bottiglia di Vin Rosso di Dolceacqua (o era Rubino di Cantavenna?); una gioia per gli occhi, per il palato e per la gola. L’urto della sporta di Celestina col terreno fece sì che la bottiglia imitasse il salame. “Non posso credere che non se ne accorga”, pensava lo gnomo vedendo la cosa. Le chiavi uscirono dalla tasca interna del corpetto di Celestina. Ne uscì anche una limetta per le unghie, dono d’una cugina. “Oh, le ciavi tele chì, lo disevo!” e le porse a Martìn il quale, scrunch-scrunch e scrack-scrack, aprì la porta. Le due sporte passarono, portate, la porta, che venne richiusa, e salame e bottiglia rimasero sul prato a riposare del viaggio.

Lo gnomo guardiano, dalla soglia della sua casetta, non osava muovere un dito. “Adesso usciranno a prenderli”, pensava. Suona un quarto, suona l’altro; nessuno si muove, nessuno appare, la porta resta chiusa e salame e bottiglia giacciono. Nemmeno si rigirano. Passa la mezz’ora, passa l’ora. Ohilà, basta indecisioni e tentennamenti. Salame e bottiglia in dispensa, rapido! Corre svelto lo gnomo guardiano fino al Gran Salame, l’afferra per la cordicella e comincia a tiràre, tiràre, tiràre-tiràre-tiràre, finché dài-dài-dài, arriva alla quercia. Sbuffa, riprende fiato, inspira e sospira e riparte. Afferra la bottiglia per il collo e tìrala, tìrala, tìrala-tìrala-tìrala, finché dàlli-dàlli-dàlli, arriva col Dolceacqua (o il Rubino? Però: mmmmhhhh, che delizia!) fino alla quercia, o leccio. Aah!

L’indole altruista dello gnomo prese immediatamente il sopravvento su quell’accesso di protervia. Si disse che, benché fosse del tutto inutile cercare di attirare l’attenzione dei due coniugi sulla mercanzia smarrita, nemmeno sarebbe stato giusto goderne in esclusiva. Senza contare che un Gran Salame e una bottiglia tutt’intera, avrebbero potuto costituire il pranzo e la merenda d’un mese, per uno gnomo di media stazza quale lui era. Fece rapidamente il conto di cugini, parenti e amici e concluse che, sì, quadrava: due robuste merende umane potevano ben costituire una cena per trenta gnomi. Avrebbe invitato a cena gli gnomi del bosco. Cercò di organizzare tutto rapidamente, per poter offrire il Gran Salame in tutta la freschezza per la quale è famoso. Chiamò passeri e rondini, ne comprendeva e ne parlava la lingua senza difficoltà, e disse loro: “Passeri del Bosco e rondini del Borgo, portate un messaggio agli gnomi miei cugini. Sapete dove sono le loro case: sotto le querce e i lecci. Dite loro che il cugino guardiano, che d’alcuni di loro è cugino germano, li invita a marenda sinoira” – la marenda sinoira è cult presso le popolazioni degli gnomi del nord-ovest e nord-centro – “Dite loro di portare ciascuno un po’ di pane, ché non ne ho abbastanza per tutti, ma che a tutto il resto penserò io. Dite loro che portino anche un po’ d’allegria”.

Così parlò lo gnomo guardiano alle rondini e ai passeri. Passeri e rondini frullarno, garrirno e infine partirno verso il bosco. E trovarno le case degli gnomi e portorno il messaggio dell’invito tutt’intorno. E non fu indarno: gnomi e gnome, tutta la cuginanza si preparò, ben contenta e rallegrata dell’inatteso invito (gli gnomi sono fortunati: non hanno mai qualcosa di più urgente da fare quando qualcuno li invita a cena). Dopo aver messo un po’ di pane nel tascapane e indossati vecchi scarponi e calzate fruste giubbe di fustagno color castagno, gli gnomi partirono in fila per tre. Cammina e cammina per i sentieri del bosco, a loro ben noti, arrivarono al limitare verso la quercia del cugino guardiano. “Ehilà, urràh, ohilà, ullallà, ulla, hülla, tralla-llà”: così si salutarono gli gnomi, nel loro modo caratteristico e rituale.

Volgeva l’ora il desìo e allo gnomo illanguoriva l’epa. Così si diede il via alla merenda, sotto la direzione dello gnomo guardiano. Molti degli oggetti smarriti e incamerati dallo gnomo vennero comodi per le più svariate funzioni: l’arburese era perfetto per affettare il Gran Salame e il cavatappi era giusto giusto per la bottiglia del Dolceacqua (o del Rubino? Accidenti!). Allora: affetta che ti affetta, imbottisci che t’imbottisci, mesci che ti mesci, tracanna che ti tracanna, inghiotti che t’inghiotti; gli gnomi del bosco stavano godendosi la più formidabile merenda-cena degli ultimi anni. E gli “mmmhhh” di apprezzamento, gli “ooohhh” di meraviglia, gli schiocchi di lingue e i frusci di tovaglioli, contrappuntavano il canto dei grilli che annunciava il crepuscolo. Candele e fuochi vennero accesi, mentre le prime stelle della sera cominciavano a sbirciare dal cielo che scuriva sempre più. Scendeva la sera e saliva l’allegria degli gnomi, aiutati in questo dal vino, per loro inusuale bevanda. I primi singulti e i primi ruttini cominciavano a farsi sentire.

Poco dopo, al culmine della serata, lo gnomo guardiano spiegò ai suoi ospiti le ragioni di tale invito e di tanta abbondanza. Una salva di “hurràh” accolse l’annuncio e lo gnomo anziano prese la parola; decretò che tanta grazia non poteva rimanere misconosciuta e decise che si sarebbero dovuti ringraziare i due coniugi; veri artefici, a loro insaputa, di tanta allegrezza. La proposta dello gnomo anziano venne accolta da uno scroscio di applausi e dal lancio dei cappelli a punta. Gli gnomi bevvero ancora un bicchierino ciascuno e si diressero, sottobraccio l’un con l’altro, verso la finestra illuminata della cucina della casa vicino al limitare del bosco. Martìn del Boso e Celestina Chiaretta erano seduti e chiacchieravano, dopo aver cenato con la pasta e fagioli. Si confidavano a vicenda che gli era rimasta una voglia di salame tra la glottide e il palato e che al più presto sarebbero dovuti tornare in paese per comperarne uno. E non si spiegavano come avessero potuto dimenticare di farlo quella stessa mattina, alla fiera del paese. Ne incolparono l’età ormai non più verde. Prima di coricarsi non si lanciavano mai accuse l’un l’altra.

Intanto, fuori, gli gnomi si disposero a coro, schiarirono la voce con qualche accordo gorgheggiato e cominciarono il loro canto di ringraziamento: “E grazie a te Martìn, e grazie Celestina. La vostra roba infin, e proprio genuina. Di giorno oppur di sera, mangiam, beviam, cantiamo, per voi animi fin, un salterel balliamo”. E ripeterono queste strofe più volte, a voce sempre più alta e con ritmo incalzante di salterello. Martìn e Celestina udirono finalmente, si alzarono e andarono alla finestra. A questo punto gli gnomi e le gnome fecero un grande inchino (gli gnomi sono piccoli ma possono fare inchini grandi) e, rialzati che si furono, cominciarono a lanciare baci, bacini e bacetti all’indirizzo della finestra. Ogni bacino appena schioccato volava verso la casetta, lasciando dietro di sé una scia fosforescente che rapidamente si dissolveva nell’aria, e quando arrivava alla finestra ci si stampava facendo tintinnare il vetro e lasciandovi un piccolo segno, come un fiocco di neve.

Martìn del Boso e Celestina Chiaretta erano sbalorditi; avreste dovuto vedere le loro facce. Per quanto si sforzassero, non riuscivano a immaginare la ragione di tanta festa e tanta fantasmagoria. Cercarono di ricordare se avessero mai fatto qualche speciale favore agli gnomi del bosco, ma lo sforzo fu vano. Con un inchino più profondo del precedente, gli gnomi salutarono, lanciarono in aria i loro cappelli a punta e fecero vibrare i vetri della finestra con un formidabile “hülla, ullallà” – uno dei saluti di riconoscenza di più alto valore tra gnomi – quindi si voltarono e scomparvero nel buio. Martìn e Celestina pensarono di aver sognato a occhi aperti per la gran stanchezza della giornata, decisero che avrebbero rigovernato il mattino dopo e s’infilarono nel lettone. Pochi minuti dopo, Celestina si strinse a Martìn e questi si sentì una specie di fremito addosso.

Nessuno dei due ricordò cosa dovesse avvenire dopo.

Annunci

Un pensiero su “A cena dallo gnomo guardiano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...