Del bicchiere

E se decidessimo dunque, tutti di comune accordo, di cambiar nome a una cosa? Ebbene, potremmo farlo! Diciamo per esempio che la cosa sia il bicchiere. Anzi; il “bicchiere“. Tutti vedete che quest’oggetto che ora brandisco, il bicchiere, è un bicchiere. Potremmo con intenzione cambiarne il nome? Potremmo dire che, da oggi e tutti, lo si appellerà in altro modo, per esempio: “peripacchio“? “Dammi un peripacchio di vin bianco, oste!”, potrebbe essere una frase che comunemente verrà pronunciata in taverne, osterie e fraschette fuor di porta (ove certi cambiamenti han bisogno di maggiori tempi per aver luogo e prender consuetudine). Quando chiunque fosse avvisato che il “peripacchio” è quell’oggetto, normalmente in vetro, di forma pressoché cilindrica che si usa per contenere liquidi potabili e portarli alle labbra per berne, allora sarebbe chiaro e inequivocabile, come indelebilmente fuso in una bronzea Bibbia, che il peripacchio serve per bere con calma, cioè senza lasciarsi trascinare dall’impulso di bere colle mani a cucchiaio, a garganella o dalla bottiglia (“a canna“, come suol dirsi) o – avvicinandosi alla condotta dell’animale – lambendo acqua dalla polla. Il peripacchio sarebbe dunque il nuovo nome del bicchiere. Ovvero il nuovo bicchiere. Non esitiamo a pensare e a credere che la cosa sarebbe possibile anche a dispetto dei disagi generati dal transitorio di introduzione. Il “transitorio di introduzione” è l’insieme di eventi, finito nel tempo, nei quali la maggioranza della popolazione senziente, e in età della ragione, accetta di chiamare “peripacchio” il “bicchiere“. E’ dunque anche l’insieme degli eventi che segnano il passaggio dall’epoca del “bicchiere” all’epoca del “peripacchio“.

Si deve considerare criticamente la consuetudine di attribuire significato intrinseco ai termini usati per ciò che è di più comune impiego. Da non trascurare è la pretesa “analiticità” dei termini. “Bicchiere” suggerisce un agente. Si pensi a “panettiere“, “pasticciere“, “palafreniere“, “portiere“, “petroliere” etc. Tutti costoro sono “agenti“: fanno (anzi: “fanno“) qualche cosa. “Bicchiere” suggerirebbe dunque l’atto e l’effetto del “bicchiare“, del portare o del fare una “bicchia“. Ciò è vieppiù insensato: è noto a tutti, e perfettamente chiaro, come la “bicchia” non esista: non se ne ha alcuna evidenza e mai nessuno ha incontrato una “bicchia” in vita sua. Ciò denota in modo inequivocabile il carattere puramente convenzionale, seppur nascosto, del termine in esame (“bicchiere“).

Si è dunque perfettamente giustificati nel mutare l’equivoco termine, “bicchiere“, nel più neutro ed esplicitamente convenzionale – e dunque più prossimo alla natura del linguaggio – “peripacchio“.

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