Storia del topino blù

C’era una volta un topino marròn che mogio mogio se n’andava per la strada, stando attento a starsene di lato per non farsi sniaccare dalle ruote delle macchine e delle moto – le bici non temeva – e se n’andava ramingo. Romiva e piangeva. Gl’avevan detto ch’era un topino marròn. Triste marròn, come colore, ed egli n’era scontento. E romiva e piangeva e tutti passanti fermava e chiedeva: “sono un topino, topino marròn, io?”. E la gente, alta, bassa, bella, brutta, bionda, bruna, grassa, magra, dentuta, sdentata li rispondeva: “Sì, sì, marrone sei tu”.

“Devi, mio topino, sapere che marrone non l’è un bel colore e che ricorda polvere, terra, estrusioni organiche e alghe mal macerate. N’avresti miglior fortuna nel cambiar colore, mio topino. Essendo tu marròn, ohi che marròn, non puoi volare, no!”. Questo gli diceva lo spirito della bisnonna topa in sogno, quando dormiva dormiva, stanco stanco, un po’ più a lato del lato dalla strada. Più a lato del lato per non farsi sniaccare dalle ruote delle macchine e delle moto (le bici no) che di notte van correndo e sbilencano un po’.

La mattina del dopo la notte passata a dormir sul lato del lato, faceva colazione col resto d’un biscotto lasciato cadere sul lato dalla macchina passata poco prima, che c’era un bambino che non voleva il biscotto, biscotto marròn. Non li piaceva, al topino, il biscotto marròn. Ma la fame è la fame e non guarda il color. E allora scricchia che ti scricchia la grana del biscotto che i carboidrati van bene anche per il topino che l’è onnivoro. Dopo scricchiato il biscotto, era di meliga, dolce il palato ma grama la strada. Ché un topino marròn nessun lo vuole. E chiede al bambino: “bimbo, sono ancora marròn, io?”. “Sei marròn come una castagna marcia, come una foglia vecchia, come una cacca di vacca e come un salame scordato!”, disse quel bambino arrabbiato ché la mamma non ci aveva dato la briosch ché la maestra gli aveva messo una nota il giorno prima. E tutti videro la costernazione del topino e la disperazione del topino il quale, dallo sgomento, restava marròn e non si sognava neanche d’impallidire, ché questa è una fortuna che capita solo ai cristiani.

Tutti i presenti a questo punto cominciarono a pensare che l’intervento della fatina non dovesse più tardare. Non si poteva macerare il topino più di così. C’è un limite al marròn. Così, dopo pochi altri passi e pochi altri metri, il topino marròn incontra una fanciulla, una bimba, una ragazzuola insomma, e le chiede: “Bimba di mille bellezze che sei proprio carina e mi piacerebbe non essere un topino oppure che tu fossi una topina, sono un topino, topino marròn, io?”. “Oh, topino topino” – disse la graziosa con gentile grazia e smagliante sorriso (così smagliante che la mamma del biondino di prima media accompagnato a scuola con il quattroruotemotrici si preoccupò) “tu sembri marròn perché sei impolverato di terra perché cammini e cammini e cammini” – il topino marròn si sentiva già schiarire – “ma non devi preoccuparti ché la verità ti dirò”.

La bimba era una diligentissima apprendista fata e così continuò – ” bisogna dare un colpetto qua” – topp, topp – “e un colpetto là” – zaff, zaff – “e devo dare i colpetti con la mano perché non ho ancora la bacchetta, eppoi un colpetto ancor più in là” – zimpf, zimpf – “e infine…” – zupf, zunf. “Ora non sei più marròn, sei… sei… sei blù. Sì, sei blù.”.

Così la bambina fatina, ch’era ancora fatina bambina, parlò. E il topino che più non era marròn era tornato al suo colore originale che è un colore che nessuno è mai riuscito a vedere in un topo. Era blù, blù come non ce ne sono più. E allora se sono blù posso correre, correre e volare e saltare fin lassù. La bambina alzò la mano e gli disse: “Topino blù, salta quassù” – zoinnngggg – saltò il topino che neanche se avesse mangiato la molla della biro avresse possuto, avrette potato, avrebbe potuto, e si ritrovò sulla mano della bimba che gli disse: “Topino blù, o topino blù come non ce ne sono più, salta, salta, salta piùssù.” – e il topino saltava saltava – zoinnnggg – zoinnnggg – e sui capelli della bimba, e sui capelli della maestra, e sui capelli della madonnina sopra il muretto e ancora sulla pianta dirimpetto e infine sopra il tetto. E zimp e zoinnnggg, il topino quasi quasi volava.

Gli dice un uccellino: “Topino blù, mi fai concorrenza?”, e lui: “No, son solo felice e zompo e salto e svolazzo e non capisco come fazzo. E non capisco come fai tù che sei marròn e non sei blù”.

E questa era la storia del topino blù, che ve l’ho detta questa volta e non ve la ripeto più.

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