Ragioni per cui non scrivete romanzi [I]

Possedevate una copia di “Come si fa un romanzo”, del De Unamuno, ma l’avete smarrita, in una sera di pioggia, scordandola in un bar di Chivasso, Piazza della Repubblica (che è proprio di fronte al Duomo, tardo gotico, nel quale è conservata una pregevole opera di Defendente Ferrari), mentre discorrevate con un vostro amico scrittore (di racconti), stigmatizzando la sua abitudine di bere l’amaro San Simone dopo la pizza. Siete quindi rimasti senza solidi punti di riferimento.

 

P.S.: la copia in questione reca sul risguardo il mio ex libris autografo (“Il diavolo ti porti se non restituisci questo libro a Roby“). Chi passando da Chivasso la ritrovasse, per puro accidente del caso, è pregato di farmelo sapere tramite le note a questo post. Grazie infinite. Ah, dimenticavo: assieme al libro del De Unamuno ho perso pure una copia degli Scritti corsari di Pasolini (identico ex libris). Sono imperdonabile (ma non imperdibile).

Ho visto tutte le albe.

Ho visto tutte le albe, tutte
ma una luce così sottile
non mi ha mai abitata
non mi ha mai, l’alba dico,
trasformata nel suo ventre bianco
e nel suo vento bianco risanata
con  rosso canto controlunare
l’alba non mi ha mai partorita, mai.

Quando raccoglie per tanti i suoi semi
e li diventa/pianta/potente.
Quando tutte quest’albe vedute
niente, ho tenuto un diario:
alle date seguivano i segni delle cose scure
e loro l’incontro con l’altro lato
e mi sembrava diverso il chiaro.

Che mi era  possibile anche senza giorno
e desiderabile anche senza data
perché mai mi ha abitata l’alba
si  è  fatta un giro attorno
forse mi ha un poco
(solo per poco)
allattata.

_________________________________Silvia Molesini

At Melville’s tomb

Often beneath the wave, wide from this ledge
The dice of drowned men’s bones he saw bequeath
An embassy. Their numbers as he watched,
Beat on the dusty shore and were obscured.

And wrecks passed without sound of bells,
The calyx of death’s bounty giving back
A scattered chapter, livid hieroglyph,
The portent wound in corridors of shells.

Then in the circuit calm of one vast coil,
Its lashings charmed and malice reconciled,
Frosted eyes there were that lifted altars;
And silent answers crept across the stars.

Compass, quadrant and sextant contrive
No farther tides … High in the azure steeps
Monody shall not wake the mariner.
This fabulous shadow only the sea keeps.

_________________________________Harold Hart Crane

Coccodrilli

Caro Charlie;

come saprai, ormai da settimane accompagno Joe a zonzo quasi tutte le sere. Lo faccio perché si abitui a quelle situazioni, per noi normalissime, che lui si ostina a considerare strampalate e assurde. Impossibili, dice. Ieri sera, per esempio, l’ho portato al Gaviar House. Non è che sia un locale di lusso, però si spende qualche tallero in più che nella solita birreria. Il posto è bello, prevalgono toni di verde e giallino. Non so se ci sei mai stato. Se no, te lo consiglio caldamente. Vai oltre la terza traversa della Teheran Avenue e svolti in quel vicolo a sinistra, giusti cento metri dopo il Monkey’s Bar. Pensa che Joe, visti gli stessi paraggi, ha cominciato a pensare che l’avrei riportato proprio lì. Ero tentato di farlo ma, improvvisamente, mi sono ricordato del vicino Gaviar House e gli ho detto: “Joe, stasera ti diverti. Di più dell’altra volta.” E’ diventato pallido come se gli avessero bucata l’arteria femorale. Gli ho ripetuto che proprio non c’era un solo motivo per preoccuparsi e che, data la mentalità corrente, il suo atteggiamento sarebbe potuto essere scambiato per quello di un neo-razzista. O perlomeno, quello di un inadeguato. Ecco, un inadeguato. Ho spesso l’impressione che Joe lo sia. Non è mica stupido, però ha la testa cinquant’anni indietro. Come farà a cavarsela quando io avrò altro da fare e lui non troverà nessuno a fargli da guida, in giro. Corre dei rischi, ‘sto ragazzo. Comunque, impallidimento a parte, non ha aggiunto un solo commento alla mia idea di portalo al Gaviar. Perché, vedi, Joe è fatto così; ciò che si oppone a quel che gli si propone è il suo essere preriflessivo. Se si fermasse a ragionare, dovrebbe ammettere che frequentare un bar di scimmie o di coccodrilli è tale e quale al frequentare un bar di umani. Ma no. Lui lascia che sia l’adrenalina a parlare. C’è qualcosa del XX secolo, in lui. E’, a dispetto d’anagrafe, un uomo del secolo scorso. In casi come questo Joe impallidisce, suda freddo per un po’ ma poi annuisce e ti segue. Certo deve fare uno sforzo su di sé. Ma se non lo facesse sarebbe perso. Proprio perso. Allora, varchiamo la soglia del Gaviar House. Joe entra tenendo semichiusi gli occhi e rigido il collo, come a impedirsi di guardare attorno. Gli rifilo una gomitata in un fianco, ripetendogli di rimanere rilassato. I coccodrilli sono molto più snob e permalosi delle scimmie. Non piacerebbe loro, quel suo atteggiamento. “Mica ti vogliono mangiare”, gli dico. E subito mi mordo la lingua, ché lo vedo impallidire ancora più profondamente. Ma si riprende in fretta, pronunciando alcune di quelle sue omelìe che sembrano tratte di peso da una rivista giovanile fin de siecle. E’ curioso come la libertà del suo linguaggio contrasti con la rigidità di tutto il suo corpo. Come un voler essere sciolti e liberi e non trovare la strada per esserlo. Ci sediamo al bancone, come mia consuetudine (l’ho presa, questa abitudine, guardando e riguardando un vecchissimo film: Blade Runner. Me lo fece conoscere mio nonno, quando ero ragazzino). Subito il barman, e padrone del locale, ci si fa incontro con il suo solito sorriso. E’ un bellissimo Gaviale del Gange, snello ed elegante. Sua è la concezione degli arredi del locale, sue le idee sull’uso delle luci, verdi e gialle, la disposizione delle piante e dei cespugli e la mirabile combinazione di piante vere e piante artificiali. Sue, pure, le idee da bartender di gran scuola. E’ vero, il Gaviar House è un po’ caruccio ma, un Blue Camargue – preparato come si deve – lo bevi solo lì. Joe mi chiede che razza di cocktail sia e io, con il Gaviale che annuisce accondiscendente, gli spiego che si tratta di una miscela di vodka, curaçao blù e acquavite di riso in parti uguali, tenuti per un mese in una vasca in cui macerino alghe d’acqua dolce. Ci si pesca con un mestolo e si raffredda il tutto rapidamente con il l’abbattitore a CO2. Se vuoi fare il raffinato ci metti una fogliolina di menta piperita e tre uova di raganella. Joe si manifesta allibito di come un gaviale, e tutti quegli alligatori e alligatrici li attorno, coltivino di queste finezze. Lo prego di non fare dell’ironia gratuita, il perché già glielo avevo spiegato. Allora, Blue Camargue per due e, come pousse-Camargue, birra del Caucaso. E’ straordinario come questo barman sappia combinare gusti, aromi e colori. Un genio. Il secondo barman, coccodrillo del Nilo, sta sperimentando miscele con foglie di papiro, rarissimo, ma non pare all’altezza del suo maestro indiano. Joe cerca d’interessarsi all’attività della gente, cioè dei coccodrilli, intorno a lui. Immaginava, con quel testone prevenuto che si ritrova, di trovare musi lunghi e gente triste. In pena per qualcosa. Gli spiego che questi luoghi comuni sono roba vecchia e ricusata dal sentire collettivo, oramai da lustri, ben prima della Direttiva Comunitaria sulla Tolleranza Inter-Specifica. Ma Joe sembra portato qui dalla macchina del tempo, certe volte. Del tempo passato, intendo. Alle volte lo vedi perso, altre in ammirazione, davanti alla cosa più usuale. Pensa che guardava stupito un tizio che, con un notebook in mano, girava tra i tavolini e parlava all’orecchio degli avventori (benché riconoscere l’orecchio di un coccodrillo richieda occhio) e ne riceveva una risposta che, puntualmente, annotava. Joe pensava fosse un addetto del barman, che facesse statistiche sul gradimento del pubblico nei confronti del locale. Ora io mi chiedo come possa venire, a certuni, un’idea così scema. Chi non gradisce se ne va, semplicemente. Ché diavolo devi spendere tempo e fatica per fare una statistica? Il Gaviale barman ha una memoria prodigiosa, e ricorda chi ha già visto, e una pazienza da asceta; non s’inquieta per quelli che non tornano. Come abbia di ‘ste trovate, Joe, è un mistero. Il tizio col notebook si avvicina al bancone e Joe, ovviamente, non riesce a contenere la sua inquietudine. Per fortuna è curioso, e ciò lo aiuta. Con un’iniziativa che non mi aspettavo, infatti, chiede all’alligatore che cosa stia facendo e questi gli risponde che lui, da anni, fa l’allibratore al Gaviar House. Raccoglie scommesse sul sesso dei nascituri delle coccodrille ballerine. Non quelle in servizio al palco, così ben dissimulato nei giochi di ombre e luci verde scuro, no: quelle che si sono messe in aspettativa per gravidanza. Le indica a Joe; sono tutte sedute o sdraiate languidamente vicino alla pozzanghera del Blue Camargue. Continuano a frequentare il locale e ricevono lo stesso stipendio di ballerina in servizio. Fatti quattro conti, sulla massa degli scommettitori, si capisce come la cosa sia ancora conveniente. Per il gaviale naturalmente. Quello spiritoso della malora, Joe intendo, si mette a fare giochi di parole sull’alligatore allibratore e, accidenti a lui, se ne viene fuori con la storia che il sesso dei coccodrilli è perfettamente determinabile a priori. Posto che sia conosciuta la temperatura d’incubazione. Faccio appena in tempo a rifilargli una pedata negli stinchi. Quando, per la miseria, quando capirà che tutte le interpretazioni del mondo sono accettabili? E che non bisogna imporre la propria opinione come verità scientifica? Nata, cresciuta e sviluppata per l’uso e il consumo degli umani, insomma. E soprattutto che non bisogna farlo con un allibratore alligatore nel pieno delle sue forze?
Si metterà nei guai, prima o poi. L’ho preso per un gomito, mentre il Gaviale ritirava il mio denaro e scuoteva, disilluso, il suo lungo testone. L’ho portato fuori, l’aria della notte era decisamente più fredda e secca del clima del locale, e gli ho detto: “Sei un rompiscatole, Joe. Qualunque alligatore sa questa faccenda della temperatura dalla notte dei tempi. Sono i coccodrilli a non saperlo. E se tu fossi capace di vedere le differenze, un coccodrillo è un coccodrillo e non un alligatore, ti saresti reso conto che l’allibratore, da bravo alligatore, faceva domande solo ai coccodrilli. Ciascuno si guadagna da vivere come può e i coccodrilli ne patiscono pochissimo. Nemmeno piangono sul denaro perso in scommesse“.
Be’, caro Charlie, nonostante la quasi disavventura di ieri (credevo che l’alligatore volesse mordergli una chiappa, da come lo guardava) non ho perso la speranza di rendere Joe un po’ meno rigido. E’ proprio un testone d’altri tempi. Chissà che studi ha fatto, da ragazzo. E tu, come va? Hai ancora quei piccoli attacchi brevi e dolorosi? Microcoliche li hai chiamati. Pure tu, sei un bel tipo. Inventi parole e termini che vorrebbero essere analitici. Somigli un po’ a Joe. Se pure tu vorrai fare un salto al Gaviar House, forse è bene che ti ci accompagni io.

Ciao e a presto.

 

VACTERL

Davvero non so come dirtelo senza farti del male. E’ necessario che tu stia attento, più che attento, alla tua pancia e al tuo culo. Se possiamo chiamarlo così. Chiamiamolo così. In definitiva ci esce la cacca, no? E cos’è un foro dal quale esce la cacca se non un buco di culo? Non lo avevi e non l’hai avuto per anni. Adesso c’è un buco in mezzo alle tue chiappe magre ed è pure attaccato all’intestino. E pare essere indipendente dalla tua volontà. Ma non lo è. Non del tutto, perlomeno. La tua volontà c’entra. E noi sappiamo cosa la violenta e la sminuisce. E’ questa lontananza del benedetto buco dal cervello. Quella lontananza che fior di filosofi e intellettuali d’un tempo hanno sempre considerato salvifica: le funzioni alte ben staccate da quelle basse. Anche io, per un po’ di tempo l’ho pensata così. Che il corpo, con le sue pretese, non interferisse con l’alto compito dell’intelletto. O dello spirito. Adesso abbiamo la prova che sono tutte fesserie. L’alto non viene disturbato dal basso se il basso è ben servito dall’alto. E’ così semplice da capire dopo avere visto cosa succede se uno nasce, tra i cento altri problemi, pure senza il buco del culo. Ano imperforato, per dirla più elegantemente. Ma sai che, tra noi, di certa eleganza possiamo fare a meno. Abbiamo altro a cui pensare. Ascolta più che puoi il tuo corpo, le parti basse del tuo corpo, perché è lì che hai i problemi. Non ti salverà il distaccartene. Non ti salverà. Devi pensarci anche se ti fa piangere come gli altri ragazzini – quelli nati interi – nemmeno si sognano. Ci sono anche altri problemi. Lo sai e io te lo ripeto fino a sfiancarti, forse. A quelli penseranno i chirurghi. Sappiamo che possono farlo. Già hanno fatto molto più di quanto ti saresti potuto aspettare. Ma a quel buco, che ora c’è e che è attaccato a un intestino che non ha più fori e stomie (e che perciò potevi dimenticare di avere: c’era appeso un sacchetto di plastica), a quel buco ora devi PENSARE. Sembra incredibile vero? Di solito si consiglia di pensare a un libro, a un film, a un gioco, agli amici e compagni di scuola, a dove andare in vacanza, a mille altre cose più o meno piacevoli. Io invece ti consiglio di pensare al culo. Ad attaccare quel buco, e il tubo che lo precede, al cervello. Non c’è un’altra strada e io sarei un folle se facessi finta di niente e ti spingessi a fare altrettanto.

Sei impaurito dagli altri problemi. Ogni particolare problema che affrontiamo ottunde, mentre lo affrontiamo, la piena consapevolezza degli altri. Gli altri se ne stanno per un po’ nel dimenticatoio. E se io ti spingo a concentrarti su di un problema solo, in modo insistente, tu resisti. Non vuoi. Vuoi tenerli tutti, questo e gli altri, davanti agli occhi. Come se la consapevolezza di tutti, e la paura di non trovar soluzioni, fosse l’immagine del mondo contro il quale tu vuoi rivolgere la tua rabbia. E’ in effetti così: quella è l’immagine del mondo. Non ci si possono fare illusioni. Ma la sola cosa che io posso fare è stornarti da quell’immagine e presentartene un pezzetto alla volta.

La disperazione per i problemi, tutti assieme, spetta a me.