Gatti e gatti ancora

Sono abituato ai gatti normali. Il Chico I, perito nel prato davanti a casa mentre dava la caccia ai topi, era un bel gattone rugginoso e ben muscolato – di quelli che, dicono, eccellono nella caccia e non mangiano pesce. Era allenato dagli scherzi dello suocero alla consorte, pasionaria gattofila. Gli scherzi consistevano nell’attendere che Chico I si infilasse sotto una lamiera ondulata e s’acquattasse guatando guardingo il circondario e, non appena ciò si fosse verificato, fingere di aver visto qualcosa di anomalo sulla suddetta lamiera; afferrare un randello o una ramazza o la vanga più a tiro e percuotere ripetutamente l’anomalia, ipotizzata, sulla lamiera ondulata, gibollandola ancora un po’. Ciò provocava – lo si intuirà – uno scatto repentino del Chico I con il triplice risultato di: mantenere l’allenamento, provare indiscutibile l’appartenenza a una razza dotata di qualità ginniche fuori della norma e scatenare l’incazzatura della consorte gattofila (che: mucci-mucci, povra bèstia, testùn aahhh!). Questo divertimento suoceresco, di stampo viril-campagnolo-goliardico, dovette cessare il triste giorno che il Chico I, nel suo perenne girovagare pei campi, trascurò il pericolo rappresentato dal trattore con falciatrice annessa. Le lame non perdonarono la distrazione del povero micio che non fece in tempo a scansarsi e venne letteralmente diviso in due. La sua anima vaga ancora sopra il tetto di casa e rende inquiete le notti di novilunio.

Il predecessore di Chico I, Cochi, era un voluminoso gattone ormai quattordicenne che, raccolto cuccioletto, venne svezzato a biberon e latti formulati per l’alimentazione infantile. E’ evidente che i latti formulati sono un pastrocchio farmaceutico che viene propinato convincendo le madri che il latte delle loro tette non va bene e che, per la salute del bimbo, bisogna ricorrere al formulato umanizzato. C’è chi ci casca. In ogni caso il Cochi si era convinto di essere un bambino e, peluria a parte, raggiunse ben presto dimensioni che avrebbero potuto trarre in inganno. Le sue attitudini sbafatorie venivano assecondate e incoraggiate dalla gattofila di cui sopra e fu proprio con il Cochi che lo suocero mise a punto la tecnica del c’è qualcosa di strano sul tetto di lamiera. Il Cochi era più furbastro e pigro, difatti a falciarlo, in avanzata età, fu il diabete. Non si vuole credere alle patologie gattesche. Ci si fa l’illusione che il gatto sia una specie di essere in congiunzione con il soprannaturale e sia per questo in grado di cavarsela in qualsiasi situazione. Ciò non corrisponde al vero: il gatto è un animale fragile come noi. Solo il suo modesto peso e il suo ridottissimo momento d’inerzia, uniti a una efficiente muscolatura ben innervata, lo salvano. Fosse per lui si infilerebbe (e di fatto s’infila) in pasticci senza uscita.

Chico II è il successore di Chico I; è banale ma si scuserà il bimbo che ha voluto chiamare Chico anche il secondo gatto rugginoso; non essendo a conoscenza dei dettagli della scomparsa di Chico I. Chico II è abile cacciatore, non smentisce la schiatta, porta a casa almeno un topo al giorno; mica quei topolini microscopici che fanno saltare sulla cattedra, urlanti, le maestrine. No: topazzi simil-pantegana. Chico II è un atleta nel vero senso del termine: salta sopra il tetto di lamiera e di lì guata prato e fossato, pronto a scattare come una tagliola sul roditore di passaggio. Per lui size doesn’t matter e li acchiappa tutti. Con una certa frequenza, diciamo ogni quindici secondi, si guarda attorno in funzione profilattica anti-suocero. Ha capito che l’anziano benché robusto signore non può muoversi più velocemente di un tanto. E’ un gatto volpe. Forse questo spiega il colore del pelo.

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