Canto d’amore del garzone di J. Alfred Prufrock

…io ho un amico che, una dozzina d’anni fa, scriveva cose così:

 

______________________________“In particolare a te Rebecca, e a tutti i tuoi simili
______________________________grande sciagura e tormenti ancor più grandi”

I.

Andiamo mio spirito, il giardino di pietra incisa non fiorirà mai,
il colpo di rivoltella che d’improvviso riecheggia nella notte
è un moribondo sussulto della vita che gocciolando scorre via,
oh, il paese del senso e del significato, il paese delle lugubri ombre,
dalla giovenca ci si aspetta null’altro che altre vacche, o latte fresco,
dall’arte cosa ci si aspetta?
E dalla vita? Dalla nostra vita?
E allora mi domanderò se ho il coraggio di guardare oltre,
se ho la forza di spingere il mio occhio laddove i mortali non giungono,
e allora mi chiederò se davvero vale la pena, se davvero un fuoco
di camino può annullare la gioia dello scoprimento
e volterò le spalle scricchiolanti alla ragione scricchiolante,
deglutendo rozze dissertazioni sul mondo e l’uomo,
digerendo anche quei promessi bastardi della new age
In fondo mi chiederò, mio spirito, – se il mio padrone
J.A. Prufrock ha un senso –
cosa vorranno dirmi i miei capelli argentei in testa, cosa succederà del tempo,
del mio tempo, indegno, pensiero sulla riva del fiume, che fiume!
In fondo mi nasconderò, come sempre, ai richiami delle sirene
che s’azzuffano per noi, che non abbiamo il coraggio di legarci
agli alberi maestri delle navi, e le chiglie solcano mari di spuma bianca
tra flutti sconosciuti attendendo un nuovo porto,
e il colore scuro di insegne notturne, e il canto pacato di suonatori
missionari d’amore, e la voce del denaro di quelle puttane
nella radura del (nostro) essere – in misericordia dei – gli diremo,
soffocando l’impeto oppure voltando le chiappe anche a loro,
– in misericordia dei non ricordo come si fa l’amore –, in mesi caldi,
con stanze che ci ricorderanno la nostra infanzia, non povera, non deteriorata
nel ricordo, solo miseramente dimenticata per lasciar spazio al tempo
della vecchiaia, ai coglioni che ci chiamano poeti, ai miserabili tutti,
gente qualunque, mortali come noi, né più né meno
E siccome morremo d’una morte sconosciuta, vorremo conoscere questo amore,
vorremo conoscere quest’arte e questa vita, e continuare a vagabondare
tra le sfrigolanti lampadine al neon delle voraci stamberghe notturne,
e – in misericordia dei – vorremo sognare un poco prima di svegliare
il corpo e sbatacchiarlo ancora in fondo al mondo
Ma che avrò questo coraggio neppure tu, spirito,
lo potrai dire, oh già, per farla breve, il timore, le gambe che tremano,
sì, ancora la paura, di tutto ciò, di tutti questi sensi, come allora,
come ora, come sempre, una sigaretta s’accende e cinque minuti passano
nella ragnatela di un destino, un opera si dipinge e una eternità scorre
sotto i ponti di Venezia, come le poesie, sozzure, luridume per i critici
nel deserto dell’essere, nel deserto del nostro essere
E così andremo, tu ed io, spirito e corpo, nel volgere della sera in luce,
quel mistero chiaro lucido albeggiante sulle porte di un colle,
quel significato scoppiettante nel fuoco del camino è un’arte, l’arte,
solo talvolta è vita
Sul…

II.

Sul bagnasciuga l’odore d’acqua cancella profumi riaccesi,
sento sopraggiungere ventate di vuoto, sospetto la mia morte
ma è duro ammetterlo, dalle bare non s’alzano coperchi, tanto meno lamenti,
l’amore non lo voglio raccontare, mio spirito, l’amore no
noi servi e noi uomini di mezza tacca,
che ‘siamo’ leggendo quei deprecabili versetti amorosi rinchiusi nei gusci
di castagna, se castagne crescono in questi boschi
Poche misere parole, lasciate marcire come pere,
attenderò un suono, forse, un brado richiamo,
nessuna di quelle sirene mi avrà mai più, gli schiavi spezzano le catene
e i servi imparano l’arte del potere, nomadi i primi, re e imperatori i secondi,
come dialettica vuole – rinfrancate i figli, le mogli, morite in pace –
per onore e gloria della civiltà, gridando “me ne fotto della civiltà!”, l’illuminato
teatrante ormai sottoterra
Sicché nessuna di queste generazioni pregherà i miei resti cenerei,
ed io, folle, dal candore mi ritraggo, e tu, spirito, nella vergogna mi sospingerai,
verso le lande del nihil sumus,
chiedendoci in quale rimorso o in quale colpa andremo a purificare i nostri peccati,
se peccati abbiamo commesso, pensando “è la vita! È la vita!”
Mio spirito, è questa vita,
sono tutti i re, schiavi fuggiti che un giorno saranno morti ai nostri piedi,
mentre rideremo dei simpatici quando i simpatici scopriranno d’essere vivi,
e sul tempo che scorre, chiedendoci quanti anni, quanti anni ancora, quanti anni furono,
piangeremo e pregheremo, piangendo e pregando solo per abitudine,
di arte dimenticata e di arte rivalutata, se di macerie si tratta, di macerie,
non di tecnologia! rovine di cui l’amore non sa nulla, e che lo spirito cerca
come l’acqua, come il vino, Dio dei non credenti, pace cosmica dei guerrieri
E allora le signore truccate il giorno della festa diranno “vecchio decrepito”
e i bambini non riconosceranno il mio volto, il “vecchio e decrepito” volto
di un “vecchio decrepito” – me lo diranno le vecchie decrepite baldracche tinte
e tirate senza pelle – non oserò rispondere, non oserò?
Oppure oserò guardare oltre i costumi e le maschere, oserò ghignare di loro,
di loro tutti, oseremo sopportare il canto degli uccelli,
oppure mi perderò ancora a riflettere e a rimuginare su qualcosa,
quando tutto è già ruminato dalle bocche di vacche rintronate dal sole
sopra un prato d’erba secca?
E ritroverò quell’amore che ho rinnegato?
E…

III.

E le promesse sotto le stelle sono promesse false,
e le ombre della notte non esistono, senza luna,
oltre all’arte l’amore, il sogno, onde che si prostrano a noi
come serve dell’anima
Avrò il coraggio di combattere ancora?
Avrò il coraggio di meravigliarmi come fossi ancora
giovane e ribelle? Avrò il coraggio di mangiare questa pesca?
Adesso, mio spirito, ci ritroviamo nella conca dei desideri
ebbri di nettare e senza una meta, andiamo a contrastare il mondo,
proveremo il gusto dell’infinito e dello stupore in questa stanza
accanto a mani di seta e guardando occhi dolci come miele
La notte verrà distendendosi come l’oceano, e il profumo di quelle mani
infine, il profumo della maglia in quella cesta, saranno ludibrio
dei sensi, scherno delle emozioni
“Danno un suono quelle tombe”, un suono limpido come un’aria delicata,
in cerca del sacro graal morire arso con la coppa in mano
e gocce di vino sulle guance, nuvole di pioggia all’orizzonte,
ecco la scena, immaginate, immagini di guardinghe figure nell’ombra
dietro gli alberi, senza parole, o parole troppo a lungo dette,
il senso
come un vaso di terracotta sul davanzale, e tu spirito la spinta, il vento,
i boccioli di rosa sul pavimento seccheranno, guarderanno oltre
o immagineranno, morranno di loro morte e di nessuna vita, di alcun dolore,
è morire senza dolore il loro martirio
Voi volete essere martiri o giustizieri per morire combattenti?
Durare eternamente è comico, è tragico, è il nulla
E ancora, per concludere, morrò di troppa vita o scatenando un inferno
in paradiso.

____________________________________________Gian Marco Griffi (il giovane)

[Io ho solo da ridire su quel “bagnasciuga”, che in realtà è la “battigia”, ma non son mai riuscito a convincere l’autore a cambiare il termine]

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3 pensieri su “Canto d’amore del garzone di J. Alfred Prufrock

  1. Potrei risponderti sbrigativamente dicendo che è uno che sa scrivere almeno così come hai letto. Ma sarebbe insufficiente per te e per lui. Per risponderti esponendo il mio punto di vista, lo spazio del commento non è sufficiente. Dirò allora questo: Gian Marco è una persona della quale sono diventato intimo amico, da oltre dieci anni, dopo aver letto quel che scrive e come lo scrive. Il mio giudizio su di lui potrebbe essere “affetto da eccesso di affetto”, ma…
    Gian Marco non scrive più poesia, da anni, e s’è “convertito” al racconto breve. Puoi trovare un saggio di tutto ciò – benché non ordinato cronologicamente – sul suo blogo: Sabbione. Potresti seguire quest’ordine:

    Il cronista di Sabbione
    Sul Sabbionasso
    Lamentazioni di un autore non pubblicato
    Archeologia di Sabbione

    Oppure saltella qua e là. Non ti sarà difficile orientarti. Oppure perderti. Fa lo stesso.

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