Progetti.

Non ho un progetto. Li ho finiti la settimana scorsa. E lunedì ho una riunione importante: devo presentare un progetto. E’ una cosuccia della quale m’importa relativamente poco. Non si può nemmeno chiamarla “progetto” nel significato che, al Politecnico, danno a questa parola. E’ piuttosto un’accozzaglia, un accrocco di cose (adesso si dice “system integration”, ma io me ne sbatacchio i corbelli). Infatti non ho un progetto. Devo più che altro inventarmi una ragione per continuare a star lì e percepire un mensile. Ecco, mo’ che ci penso: ho un progetto. 

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L’esclìpo (sonetto fosco)

L’esclìpo, inzìce, zompa rifrantato
sul rembo del silàto monoclino.
Rescéto, dice caso a caso amato;
effabile, in luente parracino.

Alzando ranche di rufante sezza
l’esclìpo s’inzia capintosamente,
furio e dolente per la grigia frezza
zinca le spalle, scila contradente.

Ma se l’incanzi con la bella tita,
l’ollazzi intruto del novello goro
e, ciunco, l’arrovizzi a nova vita.

E t’ama come amasse soli e coro,
ti cranta seme e frutto alla safìta
e sei di lui sabbatico zimoro.