Quattro sogni.

I – Ennesima naja

“La sveglia alla mattina rompimento di cogliòn”. E’ vero. Non c’è niente, o quasi, che sia peggio della sveglia. Sognavo di essere a casa, a far le mie cose e passare il tempo con i miei amici. Ma niente da fare. Come al solito, addormentato che sono, non avrò tempo per la colazione e arriverò all’ultimo istante all’adunata del mattino. Giusto un minuto prima che il maresciallo capo Napoli s’incazzi. Lui che non si altera mai, solo i ritardatari del mattino lo irritano (abituato com’è a levarsi alle cinquemmezza). Con i vecchi c’è un po’ più di tolleranza, ma le reclute non si possono permettere mezzo sgarro. Adesso, quel che mi infastidisce è che io, all’età mia, venga trattato da recluta. Sono il soldato più vecchio della Cecchignola. Lo sten di picchetto mi apostrofa a causa del mio cognome e io lo prego di infierire meno: “Signor tenente” – gli dico – “potrei essere non dico suo padre ma almeno suo fratello maggiore e se mi guarda bene i baffi vedrà che non sono quelli di un giovanotto come lei”, “Giovanotto lo dica, appunto, a suo fratello più piccolo” – ribatte quello – “e veda di andare dal barbiere. E si tolga quella mosca che non è regolamentare. E porti correttamente la stupida! Quando sarà al battaglione, a Trento, non avrà la vita facile un indisciplinato come lei”.
Gli faccio notare che io appartengo a una squadra in servizio effettivo che non sarà trasferita al battaglione perché al comando piace che noi, la mia squadra e io, si faccia le manutenzioni agli impianti e lavori nuovi. Ma lui insiste, cambiando tono:

– Geniere, o devo dire alpino, di quale contingente sei?
– Del settimo, signor tenente.
– Bene, allora oltre che lavativo sei anche ignorante: siamo in Settembre. Tra un mese avrai finito la Scuola del Genio e sarai trasferito al battaglione operativo. Come tutti.
– Tenente, io sono vecchio per il battaglione operativo. D’altronde la naja è un obbligo e io non voglio tirarmi indietro e in pratica lavoro qui come se fossi in officina e bollassi la cartolina. Io resterò qui fino alla fine di questa ennesima naja. Ho da fare il refettorio del terzo battaglione pontieri e pure l’impianto del cinema (fiore all’occhiello dell’Ufficio Personale e Benessere, del signor maggiore Rosati).
– Ah, tu sei di quelli che s’imboscano al cinema o vanno a fare i turisti per Roma con la scusa di andare a prendere le pellicole.
– Tenente, signor tenente (mi scusi), io non mi imbosco. Faccio gli impianti elettrici nuovi. E poi sono uscito solo una volta a scegliere le pellicole ma non mi ci manderanno più (“Alpino, ‘sti cazzo di film che scegli tu non viene a vederli nessuno. Woody Allen sarà anche divertente per un intellettuale come te, ma la truppa vuole il pelo. Il pelo, capisci? Fattene una ragione”. “Sì signor maggiore. Non credo di essere un intellettuale, signor maggiore.”)
– Così dici che rimarrai di servizio qui. Bene. Perché parli di ennesima naja? Fai lo spiritoso per caso?
– No, signor tenente, è che questo servizio militare io l’ho già fatto. Cioè, mi sembra proprio di averlo già fatto. Deve essere la quarta o la quinta volta che ricevo la cartolina e devo presentarmi qui, alla Scuola del Genio.
– Alpino! Buona questa. Sei matto ma anche simpatico. Un alpino di stanza a Roma. Uh, uh. E che fa l’elettricista.
– Stanno così le cose, signor tenente. Sono anche in attesa che al Distretto, su a Torino, si sbroglino a rimettere in marcia la pratica con la mia richiesta di congedo anticipato. Ho mille cose da fare, a casa. Mi sono anche sposato, nel frattempo.
– Vuol dire che avrai una o due licenze in più. Intanto abbiamo ciarlato abbastanza di queste frottole. Torna al tuo servizio, prima che te ne comandi uno io. Ai cessi per esempio.
– Non si tratta di frottole, signor tenente. Lei può chiedere al signor capitano Gennaretti – della V compagnia – III Btg – e le confermerà quel che le dico. Anche se non sono ancora riuscito a parlare con lui, da quando sono arrivato.
– Senti, alpino, non ho voglia di farmi menare per il naso da te solo perché sei più vecchio e hai ritardato il servizio militare con la scusa dell’Università. A proposito, a che ti sei iscritto?
– Lettere e Filosofia, signor tenente. E mi sono dedicato all’indirizzo storico. Storia del Nord America, con il professor Bairati. E’ stata una certa fatica perché contemporaneamente lavoravo. Sono un progettista di elettronica industriale. Cioè, lo sono adesso. All’epoca della prima naja non avevo ancora responsabilità di progetto, ero troppo giovane. Benché fossi già più vecchio dei miei commilitoni. Però la mia esperienza bastava per gli impianti elettrici.
– La tua generazione è fatta di matti squinternati. Non potevi iscriverti a Ingegneria? E finiscila con questa menata della prima e della seconda naja. La naja si fa una volta nella vita, e poi basta. Se insisti a cercare di prendermi in giro sarò costretto ad agire di conseguenza.
– Io non la sto prendendo in giro. Lei può parlare con il signor colonnello Zappìa (quello con l’elmetto misura 62, fenomenale) che è un galantuomo e che senza meno le confermerà di avermi già visto al battaglione molte volte. Molte volte prima di quest’anno, voglio dire. Sono certo che lo farà, anche se non sono ancora riuscito a parlare con lui e a farmi riconoscere, da quando sono arrivato.
– Guarda, alpino, vedo una fila di cessi intasati da sturare e ripulire per benino.

E’ una cosa indecente e fastidiosa. C’è stato sicuramente molto lassismo negli ultimi anni. I cessi della Scuola del Genio, all’epoca della mia prima naja, erano sempre a posto. Adesso sono uno schifo da darmi il vomito. Devo pulirli uno a uno e il risultato è squallido. E questo tenente da operetta, con i suoi baffetti e l’aria sussiegosa, se ne fotte delle mie rimostranze e del fatto che abbia degli impegni con il comando, con il maggiore Rosati e il maresciallo D’Addurno (del Minuto Mantenimento).
Ho tre impianti in arretrato. E devo star qua a sgorgare questo schifo di turche. Che non ne vogliono sapere di ripulirsi definitivamente. Ed è già sera tarda. Arriverò all’ultimo istante per il contrappello. Alla prima naja, quando ero di servizio effettivo, l’ufficiale di giornata sapeva che potevo permettermi qualche ritardo. Adesso, con la storia che sono del settimo contingente, nessuno crede che io sia un anziano. Uno stranonno straborghese. E devo arrivare al contrappello per non tirar su un casino della malora (una volta potevo arrivare dopo il silenzio).
E quegli stronzetti al decimo mese, che si credono chissà chi, cercano tutte le sere di rifilarmi un gavettone. Passerà anche questa.

II – Sempre a noi i lavori sporchi

Sempre così finisce. Il lavoro più sporco dobbiamo farlo Gigi e io. Le vecchie rotaie, che si trovano in un avvallamento di qualche metro, devono essere sostituite e quel tratto di ferrovia ricoperto. Il geologo ha fatto tutti i suoi rilievi e gli strumenti gli dicono che sotto quel tratto di binario c’è qualcosa di strano. Niente che abbia a che fare con l’elettrificazione degli scambi o cose del genere. Ad ogni modo, il tratto deve essere bonificato. Occorrerà rinforzare la massicciata per permettere il transito di convogli più veloci. Una squadra di operai smonta rotaie e traversine e il capo ci dice: “Tocca a voi, ragazzi. Roby, lo specialista sei tu. Trova cosa c’è qui sotto e, se mai, togli, sposta, riaggiusta”.
Comincio a scavare spostando i ciottoli anneriti dai decenni di treni e subito mi accorgo che il geologo ha ragione. Una vecchia cassa da morto, con il coperchio sfondato, lascia intravedere un cadavere che non è scheletrito come mi sarei aspettato. “Sapevo che era così. Sempre in questo modo vanno ‘ste cose”, dice il geologo. “Mandatemi Gigi che è il solo che può aiutarmi”, dico io.
Gigi, con la solita faccia indifferente e disincantata, mi raggiunge. Ci rimbocchiamo le maniche, prendiamo tra i denti una Fisherman forte e iniziamo.
Prendo il primo cadavere per il risvolto della giacca e lo passo a Gigi che se ne sta sull’impalcatura proprio sopra lo scavo. Gigi l’afferra per le spalle, lo issa sul piano dell’impalcatura e quindi lo sbatte in un cassone di lato. Poi sputacchia qua e là, per lo schifo.
Andiamo avanti e la cosa si ripete. Secondo cadavere non scheletrito, come il primo. Dopo tutto questo tempo dovrebbero esserci solo le ossa e i capelli. E qualche brandello di abito. Stessa procedura, noiosa e ripetitiva. Sono sorprendentemente tranquillo, solo lo sforzo di sollevare quelle carcasse mi disturba un po’. “Dovrebbero essere cinquanta”, dice il geologo, “è sempre così”. Se lo dice lui che è geologo (ma come farà mai a saperlo). Sono tutti uomini e tutti in giacca e cravatta. In perfetta fila, la testa ai piedi del successivo.
Dopo un po’ mi rendo conto che, se non proprio cinquanta, dobbiamo esser lì vicini. Che ci fanno qui, chi li ha messi sotto le rotaie. E quando? Domande inutili. Io non riesco a immaginarlo. Gigi guarda il geologo e questo abbozza un’espressione saputa. Poi l’eco di queste domande scompare e continuiamo a scavare, aprire e via di seguito: prendi per il risvolto, solleva, passa a Gigi.
Pesano ancora quasi quanto un vivo.
Penso che sempre a me tocca ‘sta parte schifosa del lavoro di ristrutturazione delle ferrovie. A me e Gigi. Dicono che abbiamo intuito e capiamo subito il problema. La figura di quello che la sa lunga la fa sempre il geologo, per ragioni di gerarchia. Ma io so già che, quando comincia a non capire cosa gli strumenti indichino, c’è un problema di una fila di morti, più o meno marci. E allora dài, scava, tira fuori – e sei costretto a guardarli in faccia mentre lo fai – e passa su a Gigi che li prende per le spalle e li sbatte nel cassone.
Intanto il geologo guida una squadra che, procedendo dietro di me, cola cemento nelle bare rimaste vuote e nel poco spazio attorno.
Questo dovrebbe garantire una maggiore solidità alla futura massicciata.

III – Stazione Cervino

Subito dopo il decollo, avvenuto come al solito dalla pista tra il campo di grano e la statale, il 747 supera la prima serie di tralicci dell’alta tensione. Passa proprio sotto i cavi e deve impennarsi subito dopo per poter superare, salendo, la seconda. Adesso, poco più in basso, uno o due aerei militari stanno facendo evoluzioni acrobatiche, per prova. Si concluderanno, come al solito, con almeno un aereo fracassato a terra.
E’ tutte le volte la stessa storia e la gente del paese comincia a essere preoccupata. Di solito le evoluzioni cominciano prima del decollo del mio volo e i militari mal tollerano il mio girovagare curioso su e giù per la pista mentre aspetto il check-in.
Un vecchio C113, che mi affascinava da bambino, se ne sta lì in un angolo, con la sua coda doppia e il suo sembrare un grosso giocattolo.
Dopo il check-in le operazioni sono sveltissime e il comandante del 747 cura personalmente che tutti i passeggeri siano a loro agio.
Con questo volo, il solo problema è costituito dalle due serie di tralicci dell’alta tensione. Il 747 è più grosso degli altri e il pilota deve prestare più attenzione. E’ già capitato che la deriva di coda o il carrello toccassero i cavi e che l’aereo rovinasse d’improvviso a lato della pista. Ma non è mai successo al mio volo. Sono un uomo fortunato e un po’ ne approfitto.
L’impennata per superare la seconda fila di tralicci, proprio di traverso lì al fondo della pista, è inebriante e un po’ stanca e sfibra i nervi. La salita è veloce e ben presto siamo sulle Alpi. A questo punto è cura del comandante aprire il portellone posteriore per fare entrare l’aria fresca della montagna.
Bastano pochi minuti per mettere i pochi passeggeri in uno stato di tranquilla allegria. La sola perplessità che ho è relativa al fatto che si usi un aereo così grosso per questa rotta, che ha sempre pochissimi passeggeri. Io ci sono sempre, ogni tanto mio padre mi accompagna, ma poche altre persone se ne stanno sedute sulle poltrone, larghe e comode, della prima classe. Non bado mai troppo a loro. Penso che se si usa un 747 e non è per i passeggeri, deve essere per la gran quantità di merce.
In realtà io aspetto, impaziente, la parte più bella del volo: la sosta sul Cervino. Mio padre mi ha detto, una volta che c’era anche lui, che si tratta del Cervino ma il comandante, con un sorriso, mi ha fatto notare che l’altimetro segnava diecimila metri. Non ricordo quanto sia alto il Cervino, ma sicuro non è così alto. Insomma, sulla cima di questo monte (Cervino o altro che sia) c’è un piccolo spiazzo e il 747 ci può star fermo sopra. Ci sta appena, tanto è grosso, e il muso spunta fuori come sporgendosi a guardare il panorama vertiginoso. Io e gli altri passeggeri, di solito, scendiamo per sgranchirci un po’ le gambe e respirare un’aria unica, che sa un po’ di menta piperita. Si può scendere di lato; c’è una discesa più graduale, come di collina. E’ vietato strappare bacche dai cespugli di ginepro e raccogliere fiori (è giusto ma mi spiace, perché qui il genepy è eccelso).
L’atmosfera, così in alto, ha un curioso colore blu, non troppo scuro. Si ha persino la sensazione, tanta è la freschezza dell’ambiente, di essere più leggeri. Non fa il freddo micidiale che, dicono, dovrebbe essere la norma a questa altitudine.
Sarà per qualche strana combinazione atmosferica, ma qui si sta magnificamente e se non fosse per gli insistenti richiami del comandante, qualcuno si scorderebbe di risalire a bordo per proseguire il viaggio.

IV – Lo sgabuzzino

Lo sgabuzzino è in fondo al corridoio. Tutti, in casa, lo usiamo per parcheggiare scarpe, pantofole e bottiglie. E’ un luogo franco dove non sussistono particolari regole. O non sussistono più. E’ piccolo e alla parete in fondo, di fronte alla porta, c’è una scaffalatura messa lì dal nonno. Una vita fa. Questa scaffalatura è un’istituzione, nel senso che essa “è”. Quando si dice: “mettilo sullo scaffale” oppure “guarda sullo scaffale”, è di quello scaffale che si parla. Senza equivoci.
Tutte le volte che entro nello sgabuzzino, però, mi coglie una specie di inquietudine che, fino a iersera, mai ero riuscito a spiegarmi. E’ stato sempre così: entro nello sgabuzzino per mettermi le scarpe o le pantofole e subito la sensazione di qualcosa lasciato in sospeso inizia a cogliermi. Mi dico che deve essere la poca luce e il fatto di vedere sempre lo stesso vecchio scaffale o il vecchio interruttore a fianco della porta. Insomma, tutta questa roba sempre uguale negli anni, mentre il resto, fuori dello sgabuzzino, continua a cambiare.
Così fino a ieri sera quando, sarà stato per la permanenza un po’ più lunga del solito così che meglio mi sono abituato alla poca luce, ho visto. Ho visto e capito. Tutto all’improvviso. E con un’emozione intensissima. I cavalli. I tre cavalli di nonno. Santissimo cielo, sono ancora vivi. Stanno lì tranquilli e appena un po’ imbronciati. Io e tutti gli altri li abbiamo scordati. Rimossi dalla memoria.
Nonno li mise lì quando si rese conto di non poter più andare in giro per la città con cavalli e carretto. Troppo traffico. E poi la salute non glielo permetteva più. Fu sorprendente la facilità con cui li guidò per le scale, fino al sesto piano del condominio, e dolcemente li convinse a sistemarsi nello sgabuzzino. “Non dovete preoccuparvi” – disse loro – “non scalciate, non scalpitate e non nitrite. State tranquilli e Roby penserà a voi. Vero, Roberto, che gli darai da mangiare, ai cavalli? Tutte le sere tra le sei e le otto, ricorda”. Ricorda.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...