Spacciato.

Sono spacciato. E mi sono pure spicciato a spacciarmi (ero già spacciato a quarant’anni, forse prima). Ma mai mi sono spacciato (spacciarsi è borioso, nonché laborioso, e la boria non m’appartiene. Solo qualche volta, così, per prova; una boria da laboratorio: elaborata più che spontanea. Briosa.), non mi sono spacciato, dicevo, ché tanto nessuno m’arebbe creso. Infatti, da povero, è impossibile spacciarsi pe’ ricco. Nessuno m’arebbe colto. Infatti, da ‘gnorante, è impossibile spacciarsi pe’ istruito. Postimi questi queruli quesiti – mentre in coda allo spaccio attendevo che i quattro commilitoni a me davanti si spicciassero – mi sentii (ovviamente) spacciato e dissimi: più non me li pongo, non me li pongo più! E mentre ponevo la questione della posposizione ad aeternum dei quesiti già posti, il sottotenente – senza voler far pesare il suo grado – dìssemi: spicciati Robbè e, se ciai spicci, spicciami questa diecimila che devo fa’ colazione pur’io. Fu così che, mentre posponevo i quesiti già posti, spicciandomi allo spaccio, spicciavo la diecimila al sottotenente. Mi sentii spacciato: il cassiere dello spaccio non aveva il resto per le diecimila. Rimasi senza colazione di mezza mattina (un pezzo di pizza, e mi toccava ancora tutta la piazza d’armi da spazzare). Quel dannato sottotenente (faccia di culo, me lo ricordo ancora) si spicciò a uscire dallo spaccio masticando il suo pezzo di pizza. E io intravidi i prodromi del mio esser definitivamente spacciato per incapacità di spicciarmi nello spacciarmi e – per di più – presentendo i postumi della posposizione dei quesiti già posti. E lui mi dice: spazza, spazza. E spicciati!

L’oulipònt.

Je te baise sur les lèvres unis comme skis
qui descendent a la chasse-neige sur mes jambes écartées.
Laisse deux petites traces de salive afin de récupérer le chemin
pour revenir et me faire sentir les lèvres rafraîchies.

Je t’embrasse et je veux ta bouche ouverte
donc s’en tenir la langue, puis la tête
et puis tout le muscle cardiaque
battant comme une pute sur la rocade
de notre amour le plus achalandé.

J’embrasse les endroits de ton corps (où femme n’a jamais mis sa bouche),
je te baise l’oulipònt,
l’apreslever,
tous les deux paxigonàdes,
je lèche toi les glissevelles,
je te suce le balmond et ton merveilleux glapses

je te baise les synapses
et toute la fibre musculaire

quand tu me tiens fort
et dis moi de ne pas aller.

                                                                          Anne Cecilia Grudon

Una siepe.

Una voce disse: “Devi scappare!”. Un’altra disse: “Perché devi scappare? Non hai fatto niente di male.”

Non ebbe tempo di ascoltare la replica che il sasso, pesante e ben lanciato, lo colpì proprio sopra l’occhio sinistro. Si accovacciò, sanguinando copiosamente.

Non seppe capire se fosse stato colpito per caso, da un sasso tra i molti, o se intenzionalmente uno dei ragazzi avesse mirato a lui. Così come mai gli riuscì di capire quale delle due voci fosse più vicina alla verità.

Esercizi di Fiesta.

Al mattino feci a piedi il Boulevard fino alla Rue Soufflot, dove presi il caffè con delle brioche. Era una bella mattina. Gli ippocastani nel giardino del Lussemburgo erano in fiore. C’era la piacevole sensazione del mattino presto prima di un giorno caldo. Col caffè lessi i giornali e fumai una sigaretta. Le fioraie venivano al mercato e preparavano i banchi per la giornata. Studenti salivano all’Università di Giurisprudenza, o scendevano alla Sorbona. C’era traffico sul Boulevard, di tram e di gente che andava al lavoro. Io presi un autobus ‘S’ e, in piedi nella piattaforma posteriore, un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi, lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. E’ un amico che gli dice: ‘Dovresti mettere un bottone in più al soprabito’. Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Rasoi.

Tengo i capelli a zero (massimo 0.5) dal capodanno del 1982. Da allora coltivo baffi e barba, o baffi e mosca al mento, o baffi e basta: mia moglie e mio figlio mi dicono che li pungo con la mosca e i baffi (se appena curati) quando li bacio. La mia barba è durissima, può sfidare le lamette Super Inox Bolzano (“per la barba italiana!”. Non è un’esclamazione del tipo “per la barba del profeta”, era lo slogan pubblicitario, a Carosello, delle lamette in questione). Così, grazie a questa caratteristica esocrina, trascorro una vita familiare povera di effusioni. In compenso riesco a vendere le mie lamette vintage anni ’60 a prezzi interessanti. Ho anche l’attrezzatura per riaffilarle. L’operazione costa 3€ a lametta, lo dico per chi fosse interessato a far riaffilare le sue lamette d’epoca. Questo prezzo è giustificato dal fatto che l’assicurazione mi costa una cifra. Non provate a riaffilare le lamette se non siete attrezzati.
Per insaponarmi, invece, uso una pennellessa d’una nota marca (ed è ovvio: barba grande, pennello grande) che qui non nomino per non fare pubblicità gratuita. Il sapone? Ah, quello è in stick di pasta d’olio di palma ereditati dallo zio Cesco. Ne ho ancora per vent’anni. Dopo non mi taglierò più la barba. Tanto mia moglie non avrà più alcuna voglia di baciarmi e mio figlio avrà altro da baciare. Per i capelli comincio le operazioni con una macchinetta Solingen elettrica (da quando quell’idiota del fabbro mi ha rotto quella manuale, ereditata da nonno Carlo, nel tentativo di ravvivarle il taglio) e continuo con il rasoio Blumenstein-Bergen del fratello di nonno; zio Pietro. Zio Pietro smise il Blumenstein-Bergen quando iniziò a radersi con la baionetta ’15-’18 di suo fratello Marcello; l’unica cosa tornata dal fronte (potete trovare una targa commemorativa al Parco della Rimembranza). Sosteneva che la baionetta dell’Esercito Regio, opportunamente lavorata, serviva all’uopo in modo egregio. Circondato da siffatti attrezzi da taglio, tutti efficientissimi, sono fortunato a non avere pulsioni suicide. Tutti i coltelli, rasoi, forbici, lamette ecc. di famiglia sono stati ereditati da me. Il legato è che devo mantenerli funzionanti e bene affilati. Questo costituisce un paradosso autoreferenziale: “liberati dal peso dell’eredità”, mi diceva Firmino (a suo tempo mio personal trainer filosofico), “taglia il legato”. Col cavolo, gli dicevo io. Come faccio a tagliare il legato se non tengo affilato il rasoio? Ma se lo affilo mantengo il legato. Così ho rotto con Firmino, che mi riteneva un discepolo inadatto alla sua scuola. E continuo a radermi con questi vecchi aggeggi. In barba al trilama.