La malgranda papilio.

La vigla Teresa
havis inter la herboj
flugo surprizi
milda iom papilioj

kaj ilumini ĉiuj,
elpremante vivaj,
kriis etendante:
Mi ricevis ĝin, mi havas ĝin!

Ŝi pledante
mizerulo ekkriis:
Se mi loĝas, flugante,
ke malbono vi faros?

Vi, jes vi dolorigas min
elpremante la flugiloj!
Permesu al mi: Mi ankaŭ
Mi estas filino de Dio!

Konfuzita, penta,
Teresa ruĝiĝis,
disiĝis fingroj
kaj unu eskapis.

[Louis Maristoj; 1824-1885]

Prosèrpina.

Prosèrpina, figlia di Cerere, aveva un ratto[*]. Lo teneva in grembo quand’era seduta e, andando a passeggio, lo portava al guinzaglio.

[*]: in realtà si trattava d’un porcellino d’India, ma sia Claudiano che Dante Gabriel Rossetti (questo molto dopo) fecero confusione.

Lampioni.

La via Vibò è diritta come un righello, dall’inizio alla fine. Verso il Corso Venezia, passata la piazzetta di Chiesa della Salute, il marciapiedi era non asfaltato, ricoperto bensì di quelle lastre granitiche, larghe circa un metro, che qui chiaman lose. Alla destra, verso il Corso, la bottega d’un macellaio, quella d’una parrucchiera, un’osteria – che qui, al tempo, dicevan piola – e un antro slargato, come un magazzino, che serviva di officina per la riparazione d’auto e motocicli. Vi camminavo svelto, come ogni mattina, per raggiungere il vicino Istituto Tecnico. Una ragazza veniva di verso a me e, non avendola mai veduta e riconoscendola assai bella, pensai che non fosse abitudinaria di quel tratto di strada. Presi allora a guardarla intensamente, come a voler dissetarmi di quella bellezza che non si sarebbe certo ripresentata. Un lampo e mi sentii svenire. Ottuso dalla bellezza che fluttuava, su quel marciapiedi granitico, avevo del tutto dimenticato che, poco più a sinistra, giusto al bordo del marciapiedi stesso, v’era una fila di lampioni. La memoria tradisce e inganna: ripassato per lì, pochi anni or sono, rividi i lampioni e mi parvero identici. Nemmeno un segno sul mio lampione.

Mal di Mare.

Punta Lunella, come si può verificare anche su Scemopedia, appartiene al gruppo del Rocciamelone (Rocky Mellon) sullo spartiacque tra Val di Susa e Valle di Viù. La vetta si trova in cima (originale, no?), alla quota di 2772 m s.l.m. E qui cominciano i problemi. Amo la montagna. Amo quel senso di lieve ebbrezza e di malinconica consapevolezza dei propri limiti che ti dà l’ascendere. Solo non capisco per quale ragione occorra definire la quota, l’altitudine, rispetto al livello del mare. Ché “s.l.m.” significa proprio (verificare su Scemopedia) “sul livello [del] mare”. Quale mare, benedetto cielo? E in quali condizioni, santa polenta accomodata?[*] L’è che il mare fermo non sta. Ne segue, benché Scemopedia trascuri la cosa, che non sta ferma nemmeno la vetta della Punta Lunella e, suppongo, nemmeno le altre vette. Ne procede che l’effetto finale della escursione sulla amata Punta Lunella è, a volte, un senso di nausea e di incertezza dell’equilibrio. Ciò mi fa sicuro, quelle volte, che il mare sia un po’ troppo mosso. Nel pianificare un’escursione in quota trascuro di consultare il bollettino dei naviganti. Sempre. E la pago!

[*]: la “polenta accomodata” è un ancestrale modo di riciclare gli avanzi della polenta: si prenda la polenta avanzata, che sia fredda, pezzi di salciccia, pezzi di formaggio, sugo di pomodoro e altri avanzi, se se ne hanno. Si affetti la polenta e la si disponga in una teglia, si guarnisca col sugo avanzato, poi il formaggio e la salciccia. Si passi nel forno caldo, giusto il tempo di abbrustolire un po’ la polenta e squagliare il formaggio. Se non si possiede un forno (mia nonna aveva una stufa “cucina economica” con un fornetto) si usi attentamente la piastra, o il gas (il gas deve essere acceso).

Appunti sparsi.

La torba turba il suonator di tiorba.
Il loxodonte, vecchio rodomonte,
calpesta (e crede di far cosa furba)
lo fra’ maggiore di Bellerofonte

Oromedonte era fratello di Bellerofonte. Fu ucciso da un tizio che venne a sua volta ucciso da Bellerofonte, per vendetta. Qui il colpevole è il loxodonte: il loxodonte uccide Oromedonte e viene a sua volta ucciso da Bellerofonte, magari a colpi di tiorba, e quindi seppellito nella torba. Epperò a posteriori la cosa turba Bellerofonte (bravo sonator di tiorba).

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I sonetti sono roba vecchia. Dunque da dedicare ai vecchi:

Sonetto per il compleanno di nonno Giuseppe (09-04-2001)

Bello fu il giorno in cui compièi cent’anni.
Nipoti, bisnipoti e cuginetti
tutti a me intorno a chiedere “t’affanni
dei giorni che ti restano, sì stretti?”

Risposi, camminando: “benedetti,
non suole il tempo far di vita danni
se del primo arrivato i panni smetti
e ridi, quand’un cade dagli scanni”.

Scandendo queste semplici parole
sbagliai nell’appoggiare in terra il piede
e crollai basso, come le lor suole.

E riser, senza tema d’un malanno,
i cari eredi e la nutrita prole,
del nonno stramazzato. Senza scanno!

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“Pax intranti, egredienti salus”

Gittati saran fuor di lor vasello [*]
e in altro vasel recepiti fienno.
Conta che non sien pezzi di cervello
ch’a tal cagion ne patirebbe il senno.

[*] Inf. XXVIII, 79

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Sonetto gramo.

Dolce Madonna che mùto ‘l desìo
del cor e l’alma si cangiò nel volo
mentre piangente vidi l’àgnol mio
dir “Cave. Pulchra est. Cave, figliolo”

Zerfa la gnicca di tribàl menìo
qual tricofante che furlò l’assolo
ei della cura ne ricette addio
forte nel replicar durante duolo

Senza più supplicar codesto lasso
n’ebbe sì tanta parte ricorrente
da farne scorta, come fece il Tasso

Tanto che con bel gesto seducente
pose poi sua man poco è più basso
udendo mormorar “manca la lente”

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A chi mi ha rubato il lucchetto e non la bici: baci! [Lilli Hofer]

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C’era un sciur di Bubbiano
ch’aveva una colf
amante del golf
che s’adattava
e si sbottonava.
Così, la sera l’indossava,
la colf amante del golf,
quel sciur di Bubbiano.

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Lady Pandora [Amilga Quasino]

introduco nel ventre
sassi roventi

uno uno e uno

risacca gorgoglio fresca

infilo per te
pensieri-sentieri uterici

indietreggi all’idea
del surriscaldamento

e m’inabisso

negl’inferi puri_ficata

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I put in my bowels
red-hot stones

one one and one

backwash I gurgle fresh

for you I thread
wombic thoughts-paths

you retreat just the thought
of overheating

and I sink

in the undewrworld

chaste_stuffed

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Lei fece alcuni passi, goffi.
“Premiata Offelleria Biffi”,
lesse. Prese a leccarsi i baffi.
Scansò tre o quattro tipi loffi.
Pensò: prima ch’altrui ne sgraffi,
è d’uopo che io me le sbaffi,
le sapide offelle del Biffi.

E quando sbaffate le avrò
toglierò una effe e,
la lingua qua e là menando,
finalmente le sbaferò.

Così la giraffa parlò.

E ne sbafa a ufa, l’astuta zirafah!

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RAMAYA [Afric Simone, 1976]

Ramaya Bokuko Ramaya abantu Ramaya Miranda tumbala,
Ho Ho Ho Ramaya bokuko Ramaya abantu Ramaya Mitumbala.

Aricki Brr Mutuana Gipelile La la la la la la,
Aricki Brr Kewana Gipelile La la la la la la,
Tumbala tumbala Maronga La la la la la la,
Aricki Brr Tatana Bitonga La la la la la la.

Hey Jamboji Bara Bara,
Hey jamboji Bara Bara,
Mulangati Chilungati,
Hey chira ba ba.

E chi ci ha capito qualcosa è bravo!

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Dai dì amanti non nasce niente
dalle tame nascono i fior.

Cosa sono le tame? Boh!
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La mandragola [Shiraishi Kazuko]

Per il compleanno di Sumiko

Che Dio esista o no
ha un senso dell’umorismo
come un certo tipo d’uomo.
Così, questa volta
porta una enorme mandragola[*]
venendo al picnic
al termine del cielo dei miei sogni.
Nel frattempo,
e mi dispiace,
non ho donato nulla, a Sumiko, per il suo compleanno.
Ma ora desidero poter almeno
infondere i semi di quel pene divino
nella sottile, piccola e incantevole voce di Sumiko
al culmine della corsa.

Sumiko, mi spiace molto,
ma il pene cresce rapido, giorno per giorno,
rigoglioso nel cuore della galassia
rigido come un autobus scassato
Cosicché
se tu volessi vedere
il cielo meraviglioso con tutte le sue stelle
O giusto un altro uomo invece di questo divino cazzo smisurato
un uomo che corre sull’autostrada
con una tipa bollente
dovresti stare appesa
tutto il tempo fuori della finestra dell’autobus
con gli occhi scorticati
E’ fantastico quando quel cazzo
comincia a strusciarsi contro il margine del cosmo.
In quel momento,
cara Sumiko,
il solitario brillare notturno delle stelle
e la singolare freddezza del mezzogiorno
mi penetrano le viscere.
A vederlo intero,
o anche rifiutassi di guardarlo,
perderesti la testa
perché potresti seguire a naso
quel pene impersonale, senza nome e senza tempo.
Nella cupa atmosfera
dell’andirivieni di questi vicini estranei
che si pavoneggiano nella loro teca portatile,
in quel tumulto di voci,
puoi sentire l’immensità
d’una ribellione selvaggia,
le imprecazioni d’un coso pagano.
Qualche volta
Dio è in riunione o fuori a pranzo.
Sembra che sia sparito
rifuggendo gli impegni
ma lasciando qui il pene.

Così adesso
il cazzo abbandonato da Dio
trotterella in giro come un
giovincello giulivo
e infantilmente sicuro di sé
Sorprendentemente simile all’ombra
d’un sofisticato sorriso
quel pene, valicando ogni limite
e oltre misura,
arriva fin qui
davvero unico e solitario.
Visto da qualunque prospettiva
è senza volto e senza voce.
Vorrei donarti, Sumiko
qualcosa del genere per il tuo compleanno.
Quando avvolgerà la tua intera vita
e diventerai invisibile anche a te stessa
sporadicamente ti piegherai al volere
proprio di questo pene
e vagabonderai
incessantemente.
Vorrei prendere tra le mie braccia
per sempre
qualcuno come te.

[*]: avendo tradotto dall’inglese e non dal giapponese (ché non potrei) ho reso man-root con mandragola (anziché ginseng, come sarebbe giusto) perché l’espressione “manroot”, in slang, significa, semplicemente “cazzo”. Mi è sembrato che “mandragola” funzionasse meglio di “ginseng” in questo contesto.

Impenescion.

Prendete la melanzana. L’avete presa? Bene. Affettatela. Però, dopo averla lavata. L’avete affettata? Bene. L’avevate lavata? No? Bene, tanto non se ne accorge nessuno. Andiamo avanti. Avete delle fette di melanzana. Scartate il picciòlo. Avete affettato pure quello? Bene, tanto non se ne accorge nessuno. Andiamo avanti. Sbattete l’uovo. L’uovo, saprete ben cos’è un uovo, no? Uovo di gallina. O siete così principiantemente dilettanti (o dilettantescamente principianti) da non conoscere e distinguere l’uovo di gallina da altre uova. O da non riconoscere le uova, in generale? Le uova sono quella cosa che, con cadenza pressoché quotidiana, le galline sfoderano dal loro sfintere anale (lo buco dello culo, vulgaris dictum[*]) allo scopo di riprodursi. Sì. Non fatemi fare una digressione-trattato sulle dinamiche riproduttive del pollame. Tutti gli uccelli funzionano così. Dal colibrì allo struzzo. L’uovo di colibrì è piccolissimo, e non potreste combinarci molto, in cucina. L’uovo di struzzo è bello grosso – fa una quindicina di uova di gallina – e potreste impanarci una cotoletta di brontosauro, se fosse possibile trovare un brontosauro. Non ci sono più brontosauri. Perlomeno: non ci sono più i brontosauri di una volta. Ma ciò non è pertinente. L’uovo di struzzo dovreste romperlo a martellate. Avreste bisogno quindi, tra gli attrezzi di cucina, pure di un martello. Ma non avete un uovo di struzzo e perciò il martello non vi serve. E poi non so come sia venuta fuori ‘sta storia dell’uovo di struzzo che non c’entra proprio nulla. Non fatemi perdere tempo, voi, i vostri struzzi e i vostri brontosauri. Torniamo ab ovo. Dunque, sbattete l’uovo.
Solo un deficiente standard, come quel biondino lì in terza fila, poteva sbattere l’uovo contro il muro. Adesso pulisci il muro, pezzo di cretino. Non si può credere alla consistenza della massa di babbei che frequentano Botteghe di Cucina Creativa. Butta quel panno carta, lordo di albume, nel cestino del biologico, qui facciamo la raccolta differenziata. Differenziata, ho detto: lì la carta, là il biologico (le uova sono biologico, la carta no), più in là vetro e lattine. Le ossa di brontosauro nell’indifferenziato. Ma questo non è un problema perché non ci sono brontosauri. E non fatemi ripetere le solite cose. Si deve rompere delicatamente il guscio dell’uovo – sì, le uova hanno il guscio – e versare il contenuto del guscio in una scodella. La scodella è lo stesso del piatto fondo, nordico. Si toscaneggia qui, non l’hai inteso? Avete messo il contenuto del guscio dell’uovo nella scodella? Bene. Il guscio nel biologico. Solo il guscio. No, Andrej Fëdorovich, l’Inguscezia col guscio non c’entra affatto, benché io sia perfettamente convinto del fatto che anche in Inguscezia abbiano galline. L’uovo è nella scodella, benedetto cielo? Sbattetelo. CON LA FORCHETTA, pezzo di animale. Ripulisci il muro e raccogli i cocci del piatto. I cocci nell’indifferenziato, albume e tuorlo (tuorlo, tuorlo, mannaggia) nel biologico. E facciamo attenzione, una buona volta. L’uovo sbattuto si presenta come una crema, un po’ ripugnante, lo ammetto. Ma è così che deve essere. Infarinate le fette di melanzana. No, non leggendo loro un capitolo di Le Scienze. Mettendole letteralmente nella farina. Avete farina? Un po’ di farina sul marmo della cucina. O su di un tagliere o un piatto abbastanza grandi. Non c’entra niente che sia farina del vostro sacco. Non siamo qui per questo. La farina era un presupposto implicito. Sono presupposti impliciti tutte quelle cose che si dà per scontato voi sappiate già. Questo non è un corso per nullasapenti. Siete nullasapenti? Mi auguro di no. Avete infarinato le fette di melanzana? Ecco. Bene. Sì, lo so, si appiccicano alle dita. E non leccatevi le dita, nessuno vi vede ma insomma. Sciacquatevi le mani. Asciugatevi le mani. Era un presupposto implicito pure questo, ma tant’è. No signorina, il colibrì e lo struzzo non possono incrociarsi allo scopo di produrre uova di taglia media. E questo non è un corso-seminario di ornitologia: le uova e gli uccelli ci interessano in funzione gastronomico nutrizionale. Non usciamo dal seminato. E’ un seminario, sì. E il seminato non c’entra; è un modo di dire. E questo non è un corso di retorica: ci dobbiamo occupare di melanzane. Melanzane impanate. E’ un benedetto corso sulla melanzana impanata. O vi è sfuggito qualcosa? A lei è sfuggita la fetta di melanzana, come si poteva prevedere osservando la sua fronte non-platonica. Ne prenda un’altra, per la miseria, e ripeta il ciclo. Non mi faccia replicare i dettagli, eh! La fetta planata va nel biologico. No, non è corretto riciclarla seduta stante. Ora le fette di melanzana infarinate vanno nell’uovo. Così, s-cic s-ciac, un colpo qua un colpo là, usando abilmente – ho detto abilmente – la forchetta. E poi subito nel pangrattato. Cosa fate quella faccia: il pangrattato è un presupposto implicito pure lui. Sì, signorina, avendo una bistecca di brontosauro e un uovo di struzzo le servirebbero tre pani di Altamura grattugiati tutt’interi per impanarla. Ma non mi faccia perdere il filo. Non riattizziamo il discorso sul brontosauro e sullo struzzo, vi prego. Avete il pangrattato? Bene. Metteteci la fetta di melanzana infarinata e bagnata d’uovo. L’uovo, quello che sta nella scodella. E’ chiaro? Dovrete ripetere il ciclo per ciascuna delle fette. Escluse quelle sfuggite. Poggiatele su un piatto asciutto. Mettete l’olio nella padella. Mettete la padella sul fuoco e cercate di evitare chiamate al 118. No, le chiamate al 118 non le si evita spegnendo il cellulare. E’ che l’olio deve essere CALDO. Controllate con lo stecchino. Quando lo stecchino fa le bolle l’olio è caldo. No, non dovete provare col dito. No, mi creda, non lo faccia. Ecco. Bene, così. Fette impanate nell’olio. Quando la panatura è dorata o appena appena brunita, la fetta di melanzana è pronta. Toglietela dall’olio. E’ presupposto implicito che lo facciate con la forchetta. Poggiatela sulla carta assorbente. No, il giornale non va bene a meno che non stiate preparando le melanzane impanate per dei camionisti frettolosi. La carta da pane va bene. Non faccia dello spirito su cosa è più igienico, lei, biondino. Avete preparato le melanzane impanate. Salatele. Sì, si salano dopo la cottura. Mentre sono ancora calde. Sì, signorina, anche la cotoletta di brontosauro andrebbe salata così. Avreste dovuto salare anche l’uovo, ma non ho alcuna intenzione di tornare su questo argomento.

[*]: non è latino, lo so, non scassate.

 

P.S.: per la miseria! il titolo è sbagliato. Era “Impanescion”. Però lo lascio così, alla faccia degli equivoci.