Cordon Blog!

E’ una ricetta nuova. Innovativa. Rinnovellante. Insomma: qualcosa che segnerà la vostra esperienza gustativa. Rinfrescando le papille, il palato molle, solleticando sensibilità del dolce, dell’amaro, del salato, del piccante, del frescante, del scaldante, del sapiente, del durante, del recipiente, del frizzante e – soprattutto – del mistificante.
Cordon blog è la nuova interpretazione della polpetta-saccoccia, della panatura letteraria, dell’infarinatura testuale. Un sapore nuovo alla portata di ogni palato (e anche di ogni palata), di ogni tasca, di ogni carta di debito o di credito (formativo). Non potete rinunciare a Cordon Blog. Provatelo e l’adotterete (senza le pesanti controindicazioni che di solito s’accompagnano all’adozione). Cordon Blog e sai che te magni! Cordon Blog è l’idea geniale di un giovane che avrà futuro. Cercasi sponsor, testimonial, frontman, stuntman ecc. ecc.

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Renato, Renato.

Renato pedala sicuro, sulla sua bicicletta quasi da corsa, proprio lì sul fondo del fiume che oggi, molto più del solito, ha acque cristalline. La corsia di cemento che divide il fiume in due parti, nel senso della lunghezza, è più vicina alla sponda sinistra e così il fiume si presenta come fosse composto da due canali; uno più stretto, l’altro più largo. Il canale a sinistra, il più stretto, ha un fondo pianeggiante quanto basta per poter essere usato come pista ciclabile. Qualche centinaio di metri oltre il punto sul quale mi trovo, la corsia termina e i due canali si riuniscono per affrontare, poco oltre, una diga a sbalzo. Un piazzale a belvedere con ringhiera permette di godere lo spettacolo dell’acqua senza pericoli. E’ lì che voglio portare il mio bambino: a vedere l’acqua che cade. Renato, sempre pedalando, giunge al termine del canale stretto e, lasciata la bicicletta sul fondo, sale d’un balzo sulla corsia di separazione aspettando che il mio bambino arrivi vicino a lui. Lo vorrebbe prendere in braccio, il mio bambino, ma io non voglio. Non lo voglio a costo di litigare; cosa che con Renato non ho mai fatto. Renato è segaligno e il mio bambino è robusto e, forse, troppo pesante per lui. Lui, inoltre, non appartiene a questo mondo.
Mi dispiace davvero, Renato; non abbraccerai mio figlio. Scusami.

Renato sorride, mi bacia tre volte e riprende, d’un tuffo, la sua gita in bicicletta.

Della giovane Dora A.


Poi prendemmo la bicicletta
E le ruote girarono veloci,
Con animo nobile e purezza
Tirammo dritti verso la collina.
Il sole ci portò coi suoi ultimi colpi di tosse,
Il vento fresco mi inturgidiva i capezzoli.
Il buio ci coprì con la gaggìa e il barbagianni,
Il tasso si fece largo nella forra,
La terra smossa mostrò i suoi germogli.
E giunti al cimitero nutrimmo ossa scarne
Con fiori e bende sotto le stelle di un oceano
Capovolto, con la luna a illuminare le tombe:
Furono sterco e acqua marcia, unghie di topo
Sparse tra loculi e grate arrugginite.
Andra moi ennepe, mousa, polutropon,
Per ogni morto seminammo denti, il Luigi,
L’Odoacre, poi vino carne e miele ambrato
Con formaggio fresco. Pregai con voce sottile:
“Quando tornerò a casa accenderò una candela
Alla finestra e terrò da parte la carne migliore
Per i vostri figli e i figli dei vostri figli,
Nel nome di un dio che vi ha voltato le spalle”.
E vidi per la prima volta gli occhi e i nomi
Scolpiti nella pietra liscia, vecchi decrepiti
E traditori, ribelli e partigiani che persero
La vita in questi boschi, e potevo sentire il loro
Sangue risuonare come un fiume contro la roccia,
Spumeggiando furiosamente.
“Guarda questo, disse, con gli occhi scuri
E i capelli giovani, guarda le sue mani”.
Non ci trovammo Plutone o Proserpina,
Né Anticlea o Elpenor, ma ceppi di legno
Bruciati dal fuoco e marciti per la pioggia,
Vasi spaccati dal gelo e orchidee morte
Sull’ammattonato spoglio. “Questi, dissi,
Sono i fossili del nostro futuro”. E lui
A me: “tu no, mia cara, tu non morirai mai” e infilò
Un fiore di campo tra le bande dei miei capelli
Stringendomi tra le sue braccia, porgendomi
Il suo cappotto. Poi che fummo riusciti
Ad accendere il fuoco ci coricammo nell’erba
Accanto alle tombe dei suicidi
(Tenuti separati dagli altri morti).
Lì vidi uno che conoscevo, e fissandolo gridai:
“Franco! Sei proprio tu? Tu che camminerai
Tra i vicoli profumati di Montemagno, sorridendo
Alle ragazze la domenica in piazza,
Tu che nascerai nel ventre di un fiume
E morirai tra le unghie di un ciliegio,
Dimmi dunque, com’è la vita?” ed egli a me:
“Senza neppure vivere sono morto mille
E mille volte, ed altre mille vivrò per morire.
E ogni volta avrò un albero e una corda,
Un volto e un nome di cui non serberò memoria.
Oh ti prego saluta i miei amici, quei piccoli stronzetti
Che piangeranno di me.
Martire non fui, solo inetto alla vita e un po’ vigliacco”.
Detto questo sparì, ma subito una mano mi lambì
Il collo e cominciò a toccarmi, prima i capelli poi
I seni e le ginocchia. La respinsi con parole
Secche, ma furono parole vane.
Fu così che il mio primo sangue
Finì sotto un cappuccio di peli neri
E coagulandosi mutò in cemento duro
Che un giorno servirà a evitare una seconda nascita.

[Gian Marco Griffi il Giovane]

Metà poesia.

Eccomi, folle, tutta per voi,
potete fare di me quello che volete,
con amore o indifferenza,
poco importa; resto.

I vostri giorni di quiete o di rancore,
la vostra anima indolente,
spirito di battaglia, potete anche ridere
di me, la mia forma, ma resto.

Il sentiero del vento, come
una cagna fedele, affamata di un gesto,
mi sta leggendo e la sua voce
la sento amica.

Parole dell’innocenza;
con implacabile dolcezza
divento una poesia.
Rimane fra gli spazi bianchi
un aroma di sigaretta dimenticata
nella brace del passato.

Eccomi, sono nuda e folle:
la mia camicia di forza è
questa distanza tra me e voi.

Una poesia appartiene a questa distanza,
a questo scarto lieve tra l’essere e il non essere.

E perché no? Potrei finire qui,
con un guizzo d’ironia, perché sono
nuda e folle e ora: mi scappa la pipì.

[da un testo di Ric Farina]

Cuccu (and no palomas).

Sumer is icumen in,
Lhude sing cuccu!
Groweþ sed and bloweþ med
And springþ þe wde nu,
Sing cuccu!
Awe bleteþ after lomb,
Lhouþ after calue cu.
Bulluc sterteþ, bucke uerteþ,
Murie sing cuccu!
Cuccu, cuccu, wel singes þu cuccu;
Ne swik þu nauer nu.
Pes:
Sing cuccu nu. Sing cuccu.
Sing cuccu. Sing cuccu nu!

Metamorfosi.

Un mattino, al risveglio da sogni inquieti, Eugene si trovò trasformato in un rinoceronte. Sdraiato nel letto sulla schiena dura come una corazza, bastava che alzasse un po’ la testa per vedersi il ventre convesso, bruniccio, spartito da rughe profonde; in cima al ventre la coperta sul punto di scivolare per terra, si reggeva a malapena. Davanti agli occhi gli si agitavano le zampe, quattro, ma di una robustezza impressionante. “Che cosa mi è capitato?” pensò. Non stava sognando.

Infatti l’intenzione, l’obiettivo, la tecnica, la forma, il linguaggio, (e, più banalmente, l’animale utilizzato) di Ionesco sono esattamente opposte a quelle di Kafka. Ma la grandezza letteraria è la medesima. Almeno secondo me. Almeno io leggo e studio e rileggo Il Rinoceronte e La metamorfosi con la stessa gioia letteraria.
Quante metamorfosi, in letteratura, dall’Asino d’oro al XXV canto dell’Inferno, da Ovidio a Filomela e Tiresia di Eliot.
[nota di GMG]