Della giovane Dora A.


Poi prendemmo la bicicletta
E le ruote girarono veloci,
Con animo nobile e purezza
Tirammo dritti verso la collina.
Il sole ci portò coi suoi ultimi colpi di tosse,
Il vento fresco mi inturgidiva i capezzoli.
Il buio ci coprì con la gaggìa e il barbagianni,
Il tasso si fece largo nella forra,
La terra smossa mostrò i suoi germogli.
E giunti al cimitero nutrimmo ossa scarne
Con fiori e bende sotto le stelle di un oceano
Capovolto, con la luna a illuminare le tombe:
Furono sterco e acqua marcia, unghie di topo
Sparse tra loculi e grate arrugginite.
Andra moi ennepe, mousa, polutropon,
Per ogni morto seminammo denti, il Luigi,
L’Odoacre, poi vino carne e miele ambrato
Con formaggio fresco. Pregai con voce sottile:
“Quando tornerò a casa accenderò una candela
Alla finestra e terrò da parte la carne migliore
Per i vostri figli e i figli dei vostri figli,
Nel nome di un dio che vi ha voltato le spalle”.
E vidi per la prima volta gli occhi e i nomi
Scolpiti nella pietra liscia, vecchi decrepiti
E traditori, ribelli e partigiani che persero
La vita in questi boschi, e potevo sentire il loro
Sangue risuonare come un fiume contro la roccia,
Spumeggiando furiosamente.
“Guarda questo, disse, con gli occhi scuri
E i capelli giovani, guarda le sue mani”.
Non ci trovammo Plutone o Proserpina,
Né Anticlea o Elpenor, ma ceppi di legno
Bruciati dal fuoco e marciti per la pioggia,
Vasi spaccati dal gelo e orchidee morte
Sull’ammattonato spoglio. “Questi, dissi,
Sono i fossili del nostro futuro”. E lui
A me: “tu no, mia cara, tu non morirai mai” e infilò
Un fiore di campo tra le bande dei miei capelli
Stringendomi tra le sue braccia, porgendomi
Il suo cappotto. Poi che fummo riusciti
Ad accendere il fuoco ci coricammo nell’erba
Accanto alle tombe dei suicidi
(Tenuti separati dagli altri morti).
Lì vidi uno che conoscevo, e fissandolo gridai:
“Franco! Sei proprio tu? Tu che camminerai
Tra i vicoli profumati di Montemagno, sorridendo
Alle ragazze la domenica in piazza,
Tu che nascerai nel ventre di un fiume
E morirai tra le unghie di un ciliegio,
Dimmi dunque, com’è la vita?” ed egli a me:
“Senza neppure vivere sono morto mille
E mille volte, ed altre mille vivrò per morire.
E ogni volta avrò un albero e una corda,
Un volto e un nome di cui non serberò memoria.
Oh ti prego saluta i miei amici, quei piccoli stronzetti
Che piangeranno di me.
Martire non fui, solo inetto alla vita e un po’ vigliacco”.
Detto questo sparì, ma subito una mano mi lambì
Il collo e cominciò a toccarmi, prima i capelli poi
I seni e le ginocchia. La respinsi con parole
Secche, ma furono parole vane.
Fu così che il mio primo sangue
Finì sotto un cappuccio di peli neri
E coagulandosi mutò in cemento duro
Che un giorno servirà a evitare una seconda nascita.

[Gian Marco Griffi il Giovane]

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