Renato, Renato.

Renato pedala sicuro, sulla sua bicicletta quasi da corsa, proprio lì sul fondo del fiume che oggi, molto più del solito, ha acque cristalline. La corsia di cemento che divide il fiume in due parti, nel senso della lunghezza, è più vicina alla sponda sinistra e così il fiume si presenta come fosse composto da due canali; uno più stretto, l’altro più largo. Il canale a sinistra, il più stretto, ha un fondo pianeggiante quanto basta per poter essere usato come pista ciclabile. Qualche centinaio di metri oltre il punto sul quale mi trovo, la corsia termina e i due canali si riuniscono per affrontare, poco oltre, una diga a sbalzo. Un piazzale a belvedere con ringhiera permette di godere lo spettacolo dell’acqua senza pericoli. E’ lì che voglio portare il mio bambino: a vedere l’acqua che cade. Renato, sempre pedalando, giunge al termine del canale stretto e, lasciata la bicicletta sul fondo, sale d’un balzo sulla corsia di separazione aspettando che il mio bambino arrivi vicino a lui. Lo vorrebbe prendere in braccio, il mio bambino, ma io non voglio. Non lo voglio a costo di litigare; cosa che con Renato non ho mai fatto. Renato è segaligno e il mio bambino è robusto e, forse, troppo pesante per lui. Lui, inoltre, non appartiene a questo mondo.
Mi dispiace davvero, Renato; non abbraccerai mio figlio. Scusami.

Renato sorride, mi bacia tre volte e riprende, d’un tuffo, la sua gita in bicicletta.

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