Consapevolezza di sé, acquisita tramite l’opera beckettiana.

“Che volete, il gas mi esce dal culo in qualsiasi circostanza, sono quindi proprio obbligato ad alludervi ogni tanto, malgrado la ripugnanza che mi ispira. Una volta li contai. Trecentoquindici peti in diciannove ore, cioè una media di sedici peti all’ora. Non è un’enormità, dopo tutto. Quattro peti ogni quarto d’ora. E’ una cosa da nulla. Neanche un peto ogni quattro minuti. E’ davvero incredibile. Via, via, non sono che un mediocre scoreggiatore“

P.S.: in realtà è “Poco più di un peto ogni quattro minuti”. Si faccia il conto.

Come non averci pensato?

Esempi di atti psicomagici: una persona parlava a Jodorowsky dei propri problemi economici, dicendogli che non aveva mai un soldo in tasca. Jodorowsky gli chiese semplicemente di incollare alle proprie scarpe due monete, in maniera tale che camminando si potesse sentire il tintinnìo delle monete sulla strada. A un ragazzo, orfano del padre, la cui figura, idealizzata e severa, continuava a influenzarne negativamente la vita, chiese di bruciare una foto del padre, gettando le ceneri in un bicchiere di vino, e quindi di berlo.

Buoni Propositi.

Il mio blog è morto. L’ho ucciso la settimana scorsa. Non lo reggevo più. Mi dispiace, ma la realtà è questa: io dietro al blog perdevo troppo tempo (e per scriverci cose tutt’altro che necessarie: il mondo fa tranquillamente a meno delle mie facezie para-letterarie). Ed è una cosa, il perder tempo, che non mi posso permettere. Un post o un commento di 50 righe mi prende un’ora o più, perché ci penso, ci ripenso, lo leggo, lo rileggo, lo correggo, lo ricorreggo, controllo e verifico un lemma con vocabolario e grammatica, controllo le ripetizioni, le correggo se ve ne sono, eccetera, eccetera, eccetera. Ma chi cazzo me lo fa fare, se non la mia albagia intellettuale figlia di un inesausto complesso d’inferiorità? Affanculo pure il blog. Io DEVO occuparmi d’altro.

Ritorni

Tutt’un tratto mi sovviene che una proffia di Lettere mi disse un giorno (a long long time ago), commentando un mio tema: “tu scrivi come parli”. Ora, proprio ora, la cosa ha preso a tormentarmi: era un elogio o una stroncatura? E il mio elaborato controcommento fu un soliloquio o uno sproloquio? O amaro sapore del passato che torna e mi costringe a pensare che forse dovrei riprendere qualche studio, rileggere qualche testo, rettificare il detto e lo scritto con lettere di scuse indirizzate a coloro i quali subirono il tedio delle mie inadeguatezze letterarie e letterali. Tutto ciò, per non ripetere gli errori d’un tempo, solo dopo aver frequentato un corso di affinamento stilistico (of course). Ma la lontananza. La lontananza, sai, è come il vento che scompagina le sudate carte che tu pensavi d’aver messe via ordinate e sicure. E come il vento che s’ode stormire tra le fronde scompagina i tuoi pensieri, così la lontananza scompagina le più ferme risoluzioni: non s’andrà a Padova (oh, cara) né a Trento né a San Francesco al Campo che pure è a un tiro di Garand[*] da casa mia (e non dubito che un corso di stile potrebbe tenersi pure lì: c’è un vasto locale, sempre libero – chissà perché -, tra il fondo della pista dell’aeroporto e il camposanto), ma a me sembra lontana. Così, tra l’impellenza del contingente e la scadenza della rata (e qualche altro problema che qui non si nota per non appesantir la lettura con meste elencazioni che apparirebbero null’altro che autocommiserazione), s’annega il mio desiderio di stile. Non avrò miglior fabbro e il passato seguiterà a perseguitarmi anche in futuro (“là, proprio là, prima di scrivere ‘sternuto’ avresti dovuto mettere un aggettivo adeguato, per esempio: dilavante”. E via di questo passo…).

Il pomodoro, invece, non ha nulla da rimproverarsi o su cui rimuginare: il suo passato è generalmente ottimo.

[*]: mica uno schioppo qualsiasi!