Morte per arte.

Io ho un amico che una dozzina d’anni fa scriveva cose così:

(Pubblicato su Liberodiscrivere il: 30/04/2003)

Di tutto quel caotico boudoir cittadino
disperso nel sottocielo funereo del dopoguerra
di lucciole dorate e giovani imprenditori
nei becchi di gazze ladre il ricordo naufraga.
E di quella giovane donna che dorme sui resti
di un cimitero ebraico non restano che orecchini,
lettere d’amore e aridi pensieri.
Ci trovammo sotto il cielo plumbeo
di una città rocciosa a fumare una sigaretta.
I vicini di tomba, gli intellettuali dell’università
coi jeans bassi e le scarpe impolverate
fanno rumore, chiacchiera, commentano
la vergine delle rocce.
Il nulla è qui adesso per sempre.

Ma di tanto in tanto nelle grida dalle balaustre
e nei muggiti del vento mi pare ancora di sentire
quel suono e quelle voci che resero ricchi gli ebrei
a Praga e fecero nuovi i palazzi sbreccati di Troia
spezzando il silenzio con un tuono
e ammainando i morti a mezz’asta sulle torri.

Hai qualche pensiero?
La mente sfrigola come un neon.
Ma cos’è quel bisbiglio tra i rovi
lamento gioia e passione
quel profumo fresco e marcio nell’aria
chi sono quelle genti nascoste da maschere?
Penso che ci siamo arenati sulle pagine
di un libro senza parole
e una nuova primavera non serve.

“Quando arriva la ragazza, mettiti un po’ in ordine,
metti in bocca una mentina e cerca di non venire subito,
i soldi li hai, li rubasti dieci giorni fa, non dire di no”.
Questa sera nel giro più losco della città
le muse di buona famiglia festeggiano l’anniversario
di un cadavere – sempre loro, le stesse – abbaiano come cagne
quando incontrano baldanzosi ragazzacci
mentre la madonna si riflette nello sputo verde gorgonzola
dello stagno della casa di cura San Martino,
vecchia pozza che nulla offre ai pescatori,
solo ratti, vomito, un televisore.
E poi al Metropolitan
a raccontare storie bevendo un martini.
“Perbacco eccoci di nuovo riuniti, smettila
di torturarti con quei tuoi discorsi cristiani,
così inefficaci, così improduttivi”.
La pioggia ammolla il fiume, il cielo piove
senza uno scopo, senza che nulla lo smuova.

Michelangelo e Andy Wharol a 24 e 99,
Porca Vacca.
Tornammo sui nostri passi nella terra selvaggia
regno di un dio ancora da venire
sul bassoventre di un pomeriggio autunnale
file di impiegati guardavano il campanile
dove Sant’Ambrogio batte sulle campane
mangiando una mela e pensando a Schopenhauer
che ci truffò tutti, sentendo pizzicare la pelle dall’aria marcia di campagna,
dal colonnato di una chiesa del settecento fermato su una piazzetta
in ciottolato grigio scuro, un pozzo con due vasi di fiori sulla sinistra, una scalinata
diroccata di fronte, un impiccato e un fulmine,
e sotto la cupola mi fermai a pregare il re taumaturgo
che osservava le stelle,
morto guardando un Kandinsky.

[GMG il Giovane]

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Note sparse [II]

Io, io! Sono un aspirante scrittore. Sono incompreso perché nessuno, in questo paese, capisce nulla di letteratura, anzi: di Letteratura. Aspiro alla pubblicazione di un romanzo da svergognare Don Lisander, aspiro alla pubblicazione di una raccolta di racconti da fare impallidire l’Ernest e persino l’Anton. E più aspiro più mi ritrovo polvere tra le labbra e in gola. E’ una male-dizione.

Ho chiesto a due zucchini freschi cosa pensassero della poesia. Non han saputo rispondermi. “Forse sono còlti da poco”, mi son detto. Li ho dunque affettati e fatti brevemente saltare in olio d’oliva, aromatizzando con foglie d’alloro. Sono così divenuti zucchini còlti e laureati. Ripetuta la domanda, non ho ottenuta risposta alcuna. “Ragazzi miei”, dico, “o vi sbilanciate o vi magno”. “Il prezzemolo”, dice uno di loro. “Che c’entra il prezzemolo con la poesia?”, dico io. “Niente, ma col prezzemolo siamo migliori”. Aveva ragione, lo zucchino còlto e laureato!

I miei genitori non erano istruiti – non avevano nemmeno un diploma – ma non ho avuto cuore di buttarli via. Li ho tenuti così com’erano. Alcuni miei compagni di studi prima, e di lavoro poi, mi deridevano per questo. Io ne soffrivo, ma era per l’incapacità di reagire adeguatamente. Ero segretamente orgoglioso di loro che, con il sacrificio delle ferie e di qualche piccolo lusso – che so: il prosciutto crudo, una cotoletta di fassone il sabato – mi permisero di studiare e rendermi istruito. Erudito, se non cólto. Vorrei vederli ora, quei vecchi compagni di studio, con le loro panze e le loro pelate da tardo-cinquantenni (alcuni di loro scrivono, sono giornalisti o “pubblicisti”: fanno parte della generazione CS). Quello che so, di loro, è che hanno buttato via gli istruiti – o cólti – genitori. E manco se ne sono avveduti.

Credo fermamente che domattina compirò 25 anni e che una altrettanto venticinquenne Ava Marilyn Gardner Monroe verrà a gettarsi ai miei piedi implorando: “prendimi, dammiti, cuccurucù” (soprattutto: “cuccurucù”).

E anche chi compra un libro perché gli balla il tavolo.

Questo è quello che deve essere il più accurato nella scelta del libro.

Ma vorrei sapere chi sceglierà mai un romanzo, in mezzo a tanti altri, sapendo a priori che non suscita emozione alcuna.

Io. Anche perché vorrei capire come è stato stabilito che non susciterà emozione alcuna “in me”.

Recentemente ho provato emozione (gioia, per la precisione) smontando, allo scopo di ripulirla, la mia macchinetta tagliacapelli Panasonic: cosa ci ho letto? Ci ho letto l’intelligenza del progettista. Dico il progettista quello “vero” cioè quello che ha disegnato le parti dell’oggetto in modo che assolvano alla loro funzione nel miglior modo e con efficienza anche se sono parti che restano invisibili. Colui che ha pensato la presentazione esteriore, più o meno ergonomica e soprattutto accattivante (secondo i canoni correnti), è un pubblicitario. Non me ne importa nulla del piacere tattile che si può provare nel maneggiare l’oggetto: il bello è stato vedere come le sue parti sono state pensate per facilmente integrarsi ed essere altrettanto facilmente sostituibili, per guasto o manutenzione. Quella è la “forma” vera dell’oggetto. Quello è ciò che può produrre un’emozione che viene dalla scoperta di come son stati messi assieme pezzi anche altrimenti utilizzabili (efficienza di produzione e di immagazzinaggio). Tutto ciò l’ho letto in un oggetto che non può nemmeno definirsi un elettrodomestico e che per la maggior parte del tempo sta chiuso nella sua scatola, in un armadietto del bagno. Oggetto che ho acquistato non per emozionarmi, ma per raparmi la zucca.

Dunque: si può, a priori, dire cosa (e per quale via e in quale modo) mi emozionerà o no?

A proposito della foto di Emerson: vedendola mi son venuti in mente gli altri due (Lake & Palmer) e ho curiosato in Wiki.

La presentazione degli “artisti rock progressive” ha sempre la stessa marca stilistica da oltre 40 anni (viene in mente lo sfottò che ne faceva Boncompagni: “…ex chitarrista dei Babbalons, poi passato ai Pappafics, si suicida ubriaco gettandosi dal quarantesimo piano di un grattacielo in fiamme dopo essersi tagliato le vene…”).

Ebbene, la presentazione di Carl Palmer, nella relativa pagina Wiki, ha questo favoloso incipit:

“Carl Frederick Kendall Palmer (Birmingham, 20 marzo 1950) è un batterista britannico. Nato in un quartiere di Birmingham, figlio d’arte, inizia il suo approccio alla musica suonando il violino, ma quasi subito capisce che il suo strumento è la batteria.”

Certamente perché percuoteva il violino con la bacchetta del tamburo che gli aveva regalato il nonno.

Nella pagina dedicata a Emerson, invece, apprendiamo tutto sulle vicissitudini cliniche dell’organista/pianista progressive: dall’infiammazione del nervo ulnare (dovuta al suo energico approccio alla tastiera), ai polipi al colon (che però non sono messi in relazione alla sua attività musicale).

Il Piave mormorò.

Domenica 24 maggio sarà il centesimo anniversario dell’entrata in guerra, ufficiale, dell’Italia. La Prima Guerra Mondiale. Quella che mio nonno chiamava, come tutti, la Grande Guerra.

Tu mi chiederai, come al solito, di spiegarti come e perché quella guerra c’è stata e perché c’era pure l’Italia e che parte vi ha svolto, e quale parte vi ha svolto la Russia (lo vuoi sapere perché ci sei nato). Mi chiederai dei gas e delle trincee, del “ta pum” e del moschetto 91 (è il Carcano mod. 91, lo sai, quello che poi sarà il 91/38, per un aggiornamento, e che assurgerà a fama mondiale con l’uccisione di Kennedy, nel ’63. Un fucile un sacco preciso. Il “ta pum”, invece, era il Mannlicher M95, lo sai). Mi ricorderai che mio nonno, lui che c’era, mi aveva raccontato di questo e di quello e della fifa e dei pidocchi e di tutte quelle avventure che fanno della guerra una vera guerra. E poiché mio nonno mi ha raccontato, tante volte, allora dovrò pur poter dire qualcosa a te.

Mi chiederai. E io, come al solito, non ti saprò rispondere.

L’autentico scopritore dell’entropia.

Tempo verrà, che esso universo, e la natura medesima, sarà spenta. E nel modo che di grandissimi regni ed imperi umani, e loro maravigliosi moti, che furono famosissimi in altre età, non resta oggi segno né fama alcuna; parimente del mondo intero, e delle infinite vicende e calamità delle cose create, non rimarrà pure un vestigio; ma un silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso. Così questo arcano mirabile e spaventoso dell’esistenza universale, innanzi di essere dichiarato né inteso, si dileguerà e perderassi.

[G. Leopardi, Operette Morali, Cantico del Gallo Silvestre]

PROBIVER

I) Una rondine non sale in cielo
II) Raglio d’asino non fa primavera
III) Chi troppo vuole non morde
IV) Can che abbaia nulla stringe
V) Di Venere e di Marte pericolo costante
VI) Donna al volante non si sposa e non si parte
VII) Chi dorme non piglia una gallina domani
VIII) Meglio un uovo oggi che pesci
IX) Sdegno d’amante leva il medico di torno
X) Una mela al giorno poco dura
XI) Chi ha tempo non ha denti
XII) Chi ha pane non aspetti tempo
XIII) A buon consiglio poche parole.
XIV) A buon intenditor non si trova prezzo.
XV) A Carnevale è sempre festa.
XVI) A casa dei poltroni ogni scherzo vale.
XVII) A caval donato non basta l’armatura.
XVIII) A chi ha paura non si guarda in bocca.
XIX) Chi la dura l’aspetti.
XX) Chi la fa la vince.
XXI) Chi non muore non rosica.
XXII) Chi non risica si rivede.
XXIII) Chi semina vento gode.
XXIV) Chi si contenta raccoglie tempesta.
XXV) Chi tace male alloggia.
XXVI) Chi tardi arriva acconsente.
XXVII) Con le buone maniere è facile toccare il fuoco.
XXVIII) Con le mani di un altro si ottiene tutto.
XXIX) Il buon giorno morde lo straccione.
XXX) Il cane si vede dal mattino.
XXXI) Il lupo perde il pelo sulla bocca degli stolti.
XXXII) Il riso abbonda, ma non il vizio.
XXXIII) L’abito ha le gambe corte.
XXXIV) La bugia non fa il monaco.
XXXV) La necessità porta consiglio.
XXXVI) La notte aguzza l’ingegno.
XXXVII) L’apparenza vien mangiando.
XXXVIII) L’appetito inganna.
XXXIX) La speranza è maestra di vita.
XL) La storia è l’ultima a morire.
XLI) L’erba cattiva è sempre più verde.
XLII) L’erba del vicino non muore mai.
XLIII) L’occasione ingrassa il cavallo.
XLIV) L’occhio del padrone fa l’uomo ladro.
XLV) Non c’è due senza chi non vuol sentire.
XLVI) Non c’è peggior sordo di tre.
XLVII) Occhio per occhio cuore non duole.
XLVIII) Occhio non vede dente per dente.