Note sparse [II]

Io, io! Sono un aspirante scrittore. Sono incompreso perché nessuno, in questo paese, capisce nulla di letteratura, anzi: di Letteratura. Aspiro alla pubblicazione di un romanzo da svergognare Don Lisander, aspiro alla pubblicazione di una raccolta di racconti da fare impallidire l’Ernest e persino l’Anton. E più aspiro più mi ritrovo polvere tra le labbra e in gola. E’ una male-dizione.

Ho chiesto a due zucchini freschi cosa pensassero della poesia. Non han saputo rispondermi. “Forse sono còlti da poco”, mi son detto. Li ho dunque affettati e fatti brevemente saltare in olio d’oliva, aromatizzando con foglie d’alloro. Sono così divenuti zucchini còlti e laureati. Ripetuta la domanda, non ho ottenuta risposta alcuna. “Ragazzi miei”, dico, “o vi sbilanciate o vi magno”. “Il prezzemolo”, dice uno di loro. “Che c’entra il prezzemolo con la poesia?”, dico io. “Niente, ma col prezzemolo siamo migliori”. Aveva ragione, lo zucchino còlto e laureato!

I miei genitori non erano istruiti – non avevano nemmeno un diploma – ma non ho avuto cuore di buttarli via. Li ho tenuti così com’erano. Alcuni miei compagni di studi prima, e di lavoro poi, mi deridevano per questo. Io ne soffrivo, ma era per l’incapacità di reagire adeguatamente. Ero segretamente orgoglioso di loro che, con il sacrificio delle ferie e di qualche piccolo lusso – che so: il prosciutto crudo, una cotoletta di fassone il sabato – mi permisero di studiare e rendermi istruito. Erudito, se non cólto. Vorrei vederli ora, quei vecchi compagni di studio, con le loro panze e le loro pelate da tardo-cinquantenni (alcuni di loro scrivono, sono giornalisti o “pubblicisti”: fanno parte della generazione CS). Quello che so, di loro, è che hanno buttato via gli istruiti – o cólti – genitori. E manco se ne sono avveduti.

Credo fermamente che domattina compirò 25 anni e che una altrettanto venticinquenne Ava Marilyn Gardner Monroe verrà a gettarsi ai miei piedi implorando: “prendimi, dammiti, cuccurucù” (soprattutto: “cuccurucù”).

E anche chi compra un libro perché gli balla il tavolo.

Questo è quello che deve essere il più accurato nella scelta del libro.

Ma vorrei sapere chi sceglierà mai un romanzo, in mezzo a tanti altri, sapendo a priori che non suscita emozione alcuna.

Io. Anche perché vorrei capire come è stato stabilito che non susciterà emozione alcuna “in me”.

Recentemente ho provato emozione (gioia, per la precisione) smontando, allo scopo di ripulirla, la mia macchinetta tagliacapelli Panasonic: cosa ci ho letto? Ci ho letto l’intelligenza del progettista. Dico il progettista quello “vero” cioè quello che ha disegnato le parti dell’oggetto in modo che assolvano alla loro funzione nel miglior modo e con efficienza anche se sono parti che restano invisibili. Colui che ha pensato la presentazione esteriore, più o meno ergonomica e soprattutto accattivante (secondo i canoni correnti), è un pubblicitario. Non me ne importa nulla del piacere tattile che si può provare nel maneggiare l’oggetto: il bello è stato vedere come le sue parti sono state pensate per facilmente integrarsi ed essere altrettanto facilmente sostituibili, per guasto o manutenzione. Quella è la “forma” vera dell’oggetto. Quello è ciò che può produrre un’emozione che viene dalla scoperta di come son stati messi assieme pezzi anche altrimenti utilizzabili (efficienza di produzione e di immagazzinaggio). Tutto ciò l’ho letto in un oggetto che non può nemmeno definirsi un elettrodomestico e che per la maggior parte del tempo sta chiuso nella sua scatola, in un armadietto del bagno. Oggetto che ho acquistato non per emozionarmi, ma per raparmi la zucca.

Dunque: si può, a priori, dire cosa (e per quale via e in quale modo) mi emozionerà o no?

A proposito della foto di Emerson: vedendola mi son venuti in mente gli altri due (Lake & Palmer) e ho curiosato in Wiki.

La presentazione degli “artisti rock progressive” ha sempre la stessa marca stilistica da oltre 40 anni (viene in mente lo sfottò che ne faceva Boncompagni: “…ex chitarrista dei Babbalons, poi passato ai Pappafics, si suicida ubriaco gettandosi dal quarantesimo piano di un grattacielo in fiamme dopo essersi tagliato le vene…”).

Ebbene, la presentazione di Carl Palmer, nella relativa pagina Wiki, ha questo favoloso incipit:

“Carl Frederick Kendall Palmer (Birmingham, 20 marzo 1950) è un batterista britannico. Nato in un quartiere di Birmingham, figlio d’arte, inizia il suo approccio alla musica suonando il violino, ma quasi subito capisce che il suo strumento è la batteria.”

Certamente perché percuoteva il violino con la bacchetta del tamburo che gli aveva regalato il nonno.

Nella pagina dedicata a Emerson, invece, apprendiamo tutto sulle vicissitudini cliniche dell’organista/pianista progressive: dall’infiammazione del nervo ulnare (dovuta al suo energico approccio alla tastiera), ai polipi al colon (che però non sono messi in relazione alla sua attività musicale).

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