Temi.

Una giornata di Gigi, detto Homo Erectus

Caro Diario,

anche questa mattina mi sono svegliato e non ci avevo proprio voglia di andare a scuola. Quindi sono rimasto un bel quarto d’ora nel mio letto a far niente. Poi mi sono alzato perché mia madre cristonava all’infinito, mio padre mi ha portato a scuola barbottando qualcosa. Poi mio padre se ne è andato in tutta fretta perché doveva andare al lavoro. Io sono restato lì quindici minuti davanti al cancello a fare niente. Poi è suonata la campanella e due professori sono venuti sotto a prendermi perché non entravo. Sono entrato in classe, mi sono portato un giornalino della Marvel e son stato lì a non ascoltare la lezione di matematica. Poi è arrivata l’ora della lezione del prof di Lettere: il mio acerrimo nemico. Io per l’ennesima volta non ho ascoltato un bel niente della lezione quindi, visto che il prof di Lettere è più furbo degli altri prof, alla fine della lezione mi ha chiamato alla lavagna. Io non sapevo niente e sono rimasto lì in piedi, ammutolito. Il prof si è arrabbiato per davvero e mi ha mandato a posto dicendo “torna a posto, homo erectus”. Ma però tutti i miei compagni hanno cominciato a prendermi in giro, per questo nomignolo. Per tutto il giorno hanno continuato a chiamarmi Homo Erectus. Questo nomignolo mi dà fastidio, non mi piace per niente.

Il topo dei Gatti.

Luogo e tempo dei fatti:

una bella casa in campagna abitata dalla famiglia Gatti, una notte estiva serena e di mezzaluna

I personaggi:

papà e mamma della famiglia Gatti, la figlia undicenne e un bel topo robusto: io, il topo di casa

Altri oggetti e accessori:

una ramazza, un battipanni, una scarpa e una fetta di groviera: l’oggetto dei miei desideri.

Modo del racconto: racconterò in prima persona nella parte del topo

Trama:

  1. Io, il topo, sto avvicinandomi alla dispensa per rubacchiare qualcosa di saporito perché sono un topo di gusti raffinati.
  2. La mamma si alza per fare uno spuntino, è affamata perché è a dieta.
  3. La mamma si avvicina alla stessa dispensa in cui mi trovo e mi vede.
  4. Si mette a urlare e così il papà si sveglia di botto e corre in cucina
  5. Il papà vede me, il topo, e prende una scopa e cerca di colpirmi
  6. La figlia, Anica, si sveglia, si alza e corre in cucina; prende un battipanni e cerca di colpirmi
  7. La mamma si riprende dallo spavento prende una scarpa e la tira addosso a me, senza colpirmi (sono veloce a spostarmi).
  8. Io, per fortuna, riesco ad arrivare nella mia tana
  9. Quando sono sparito loro tre discutono stupiti di come possa esserci un topo in casa Gatti.

Ieri notte nella casa di campagna dei Gatti (si chiamano proprio così, di cognome) io, il topo di casa, stavo cercando di  rubacchiare qualcosa di buono. Sapete, a differenza degli altri topi, sono molto raffinato: non mangio spazzatura. Avevo giusto visto una bella fetta di groviera, uno dei formaggi che preferisco, così sono entrato tutto tranquillo nella dispensa. Si vedeva tutto chiaramente perché la notte era serena e la mezza luna illuminava la stanza dalla finestra.

Da qualche giorno mamma Gatti è a dieta e di notte le viene fame. Così, poco dopo mezzanotte, si è alzata ed è andata in cucina per fare uno spuntino. Questa novità l’ho scoperta proprio ieri notte, accidenti.

Arrivata alla dispensa, mamma Gatti mi ha visto: non vi dico come si è messa a gridare. Chissà perché, poi. Insomma, con tutti quegli urli si è svegliato di botto papà Gatti. Si è precipitato in cucina e ha afferrato la prima ramazza che ha visto. Pochi secondi dopo si è svegliata anche la figlia, Anica, che ha undici anni. La figlia Gatti ha afferrato nientemeno che un battipanni, un’arma terribile. Mamma Gatti, che si era ripresa dallo spavento, non ha trovato di meglio di una scarpa da ginnastica di sua figlia: infatti Anica è un po’ disordinata (non si tengono le scarpe in cucina!).

Così io, povero topo, ero circondato dai tre Gatti; ciascuno armato a suo modo. La mamma mi ha tirato la scarpa, ma io l’ho scansata velocemente, il papà ha cercato di colpirmi con la ramazza e per un pelo l’ho scampata bella. Anica non ha sbagliato la mira, ma per mia fortuna il battipanni era traforato e io mi sono infilato in uno dei buchi. Me la sono filata a tutta velocità verso la mia tana e quando sono stato in salvo mi son messo ad ascoltare i loro discorsi: erano arrabbiati e stupiti di come fosse possibile una cosa del genere. “Che ci fa un topo in casa Gatti?”, si chiedevano sbalorditi.

Telefonate

Proprio un momento prima di cominciare a scrivere – l’idea c’era, era formata, galoppava di neurone in neurone, anzi di neural network in neural network – squilla il telefono. Il fisso. E’ una signora che prende a raccontare dell’ultimo ricovero della zia. La sua, suppongo. C’era un fatto di osteoporosi, di fratture, di traumi, di pigiami di ricambio e biancheria da lavare. Faccio una certa fatica, scavando nella memoria, per capire come diamine potessi mai entrarci io. Poi proseguo lo scavo alla ricerca delle parole e delle frasi per sottolineare la mia estraneità a tutta questa storia, senza voler tuttavia enfatizzare i fatti collegati alla mia fretta di fare altro e – massimamente – al mio pressoché totale disinteresse per le vicende della zia della sconosciuta. Non mi viene niente di meglio di “signora, ha sbagliato numero”. Senza nemmeno il pensiero di quattro parole di conforto o consolazione, che sarebbero sì state di circostanza, ma certo non sgradite. “Signora, ha sbagliato numero”, dico dunque. Un breve silenzio, poi una scusa biascicata, poi un “niente di che, s’immagini, buonasera”. Più banale di così. Ma c’era un’impellenza creativa. Quale? Ecco, mi ricordo che la corteccia frontale, preparato che abbia il torrente di sistoli sinaptiche, ritiene concluso il suo compito e se qualcuno o qualcosa s’intromette di punto in bianco, be’, ciao. Il torrente evapora. Misere tracce ne restano e echeggiano tra altri livelli del cervello, ma del corso principale nulla resta. Ecco. Cosa diavolo volevo scrivere? Spero non fosse importante. Anzi: spero che tutte le volte che mi urge scrivere qualcosa, se è un qualcosa rinunciabile, ci sia una signora che sbadatamente sbagli numero e devii il torrente. O lo faccia evaporare. Specie se la cosa è una fesseria qualsiasi. La signora ha riattaccato e io pure. Poi, nessuno più ha telefonato.

Legato.

Gino era un tipo meticoloso. Iniziò con la ricerca dei termini “porn”, “fuck”, “lesbo”, “sexy”, “trans”, in tutti i file di testo sui suoi due PC e solo dopo aver collegato, con uno hub acquistato per questo scopo, tutte le chiavette USB (le aveva cercate attentamente per casa, in ufficio e a casa del vecchio padre, rovistando ovunque). Lasciò entrambi i PC accesi, a fare quel lavoro di ricerca, tutta la notte di venerdì. I risultati si videro il sabato mattina: oltre 12000 occorrenze in tutto. Distribuite su più di 1800 file. Fece colazione come al solito e, subito dopo, si dispose al lavoro di ripulitura. Degli oltre 1800 file decise, semplicemente leggendone il nome, che circa 1200 dovessero essere cancellati senza alcun indugio. I rimanenti dovevano essere controllati uno alla volta: se avesse trovato qualche ragione per cui uno dovesse essere conservato, ebbene, gli avrebbe assegnato un punteggio, da 1 a 10, e poi avrebbe rivisto quelli col punteggio più alto. Si proponeva di trovare un sostituto decente per i termini osceni rinvenuti e di cancellare – questo era il suo maggior cruccio – con la massima efficacia ogni riferimento a link relazionati a siti porno. Voleva quindi porre in evidenza, in qualche modo, link a siti letterari, file con copia di opere che lui riteneva di una certa importanza, piccole opere sue (poesiole, brevi racconti, idee per romanzi o racconti più elaborati), documentazione tecnica e scientifica ricercata pazientemente, nel corso degli anni, per la rete e nelle biblioteche delle università. Riteneva di avere il tempo per farlo. Sentì per l’ennesima volta, in quella settimana, la lancinante fitta al basso ventre. Strinse i denti e cominciò a cancellare e correggere.