Sie ist gesund und munter!

sono un sarago
o un pesce pagliaccio
col naso in giù
e respiro zitto
spruzzo
e mi somiglio
quando
metto la testa
via dal chiasso
nei fontanili pieni
o nelle vasche
imitando il tonno
e nel blu
del silenzio
la clip in testa
è pinna
ed è mia di pesce
e giù
ancora sguazzo
dove il rumore affoga
placata nuoto l’acqua
e precipizi di oceani
leggera bestia
nel mare basso

[21/04/2004 ]

è scoglio e vetro di bottiglia
l’architettura della mia dimora folle
quando trattengo il fiato
e nuoto il suo vino nel fondo

ma il peso della bolla mi riveste
e sgoccia di fruscio ubriaco
il cuore solo quando mi risale
e affonda sul chicco d’uva terrestre

[18/05/2004]

se tolgo il dito qui dall’orlo
di questa cosa fredda globulare
sferica simmetria spenta
a vederla pare accesa di salite
verdi lontananze e blu
invece si sfa
senza più incandescenze
solo puzza elettrica nei porti
ce ne fosse uno buono partirei
al volo oltre le curve della luna

/vederli da così lontano
sono flaconi allineati
etichettati vuoti
inoffensivi presi per la bocca
aggressivi come i pesci rossi
teorici del volo dell’airone
regolano lo stacco e la frenata
con l’inclinazione del piccione/

ma intanto vieni qui
magari ci facciamo due colpetti a dama
stasera dove vuoi che vada…
che ho l’astronave fuoristrada

[30/05/2004]

Ho recuperato, tra il molto altro, questi versi di Lilli Hofer da bloghi cancellati (è facilissimo se…).

Se Lilli passerà di qui e non sarà contenta, dovrà solo dirmi “cancella”. E io farò quel che lei mi dirà.

Note sparse [III]

Dalla zona più folta della savana, con brontolii, grugniti e trepestio di massiccio ungulato[*], emerse un rinoceronte che, repentino, s’arrestò. Annusò l’aria, un po’ a destra, un po’ a manca, dicendo tra sé: “Quel maledetto gatto. Non lo salverà un tavolino del bar. No.”. Mise il muso a terra un istante. Si soffermò ancora qualche secondo, il tempo necessario per defecare[**], e ripartì di gran carriera. “Dannato gatto, mi credi rinco?”, si ripeteva.

[*]: perissodattilo, per la precisione.
[**]: i rinoceronti non hanno verecondia alcuna

Come può emergere uno scrittore profondo? Dev’essere uno scrittore palombaro. Deve prima toccare il fondo e poi, blop-blop-blup, venir fuori. Emergere dopo l’immersione. Prima non può. E’ la forza delle cose a fissarlo. Potrà sbucare, far capolino, financo sbocciare (ma già è difficilotto); emergere però no. A meno che non s’intenda, come “emergere”, ciò che si fa uscendo da una pozzanghera! E senza vocabolario, perdinci (che nemmeno si bagnerebbe!).

Ah, via la vita ria. Vado a trovar la zia (che sempre fu donna pia). Passo per il boschetto [ove] spero trovar funghetto [nu fìnferlo o gallinaccio] utile pel risotto. Va’ che m’emerge la vena poetica, va’ che emerge. Ed è sempre peggio. E poi dicono che l’uomo invecchiando migliora. Maddai che scherzano. E’ emersa. Galleggia. Che forma strana che ha!

“Esitation… un palombaro nell’ombra”.

Le virgolette perché è una citazione. Il palombaro della citazione è un corteggiatore/danzatore, ma nulla vieta di pensarlo scrittore. Così, anziché farlo emergere, botticellianamente, dalle acque, lo facciamo emergere dall’ombra. E’ una cosa più sul metaforico, con un po’ d’iperbolico (e forse scaramantico, aromatico, adiabatico). Mi rendo conto, ripensandoci, che il parallelo con il “palombaro” è pesante. Si potrebbe sostituirlo, il palombaro, con un “pescatore di perle”. Fatto ciò avremmo trovato una metafora leggiadra, che rimanda il pensiero a preziosità nascoste le quali necessitano della fatica e dell’abilità nella ricerca e, nel contempo, della mancanza degli impicci che ordinariamente vincolano il palombaro (si veda il disegno del Govoni), permettendo una emersione agile e con il sorriso sulle labbra (tipica dei pescatori di perle, teste i documentari di Folco Quilici e del capitano Cousteau).

govoni_il_palombaro

Canso leu.

Farai un vers de dreit nien,
Non er de mi ni d’autra gen,
Non er d’amor ni de joven,
Ni de ren au,
Qu’enans fo trobatz en durmen
Sus un chival

Scriverò un canto di puro niente,
non su di me né su altra gente
non sull’ amore né gioventù,
né su nient’altro,
perché l’inventai dormendo,
sopra un cavallo.

No sai en qual hora-m fui natz,
No soi alegres ni iratz,
No soi estranhs ni soi privatz,
Ni no-n puesc au,
Qu’enaisi fui de nueitz fadatz
Sobr’un pueg au.

Non so a che ora io sono nato,
non sono allegro né arrabbiato,
non son straniero né paesano,
non so che farci se
una notte, su un alto monte,
io fui stregato .

No sai cora-m fui endormitz,
Ni cora-m veill, s’om no m’o ditz!
Per pauc no m’es lo cor partitz
D’un dol corau,
E no m’o pretz una fromitz,
Per Saint Marsau!

Non so se dormo
o se son sveglio, se non mi si dice!
Per poco il cuore non s’è spezzato
dal gran dolore,
m’importa assai
di San Marziale![*]

Malautz soi e cremi morir,
E re no sai mas quan n’aug dir.
Metge querrai al mieu albir,
E no-m sai cau:
Bos metges er si-m pot guerir,
Mas non, si-m mau.

Malato sono e credo morire
non ne so più di quanto senta dire.
cercherò un medico a casaccio,
e non so come:
sarà buono se mi potrà guarire
se non potrà, molto di meno.

Amigu’ ai ieu, non sai qui s’es,
C’anc no la vi, si m’aiut fes,
Ni-m fes que-m plassa ni que-m pes,
Ni no m’en cau
C’anc non ac Norman ni Franses
Dins mon ostau.

Ho un amica , non so chi sia.
non l’ ho mai vista, in fede mia
non mi compiacque né mai mi offese,
ma che vuol dire
non fui Normanno, neppur Francese
in casa mia.

Anc non la vi et am la fort,
Anc no-n aic dreit ni no-m fes tort;
Quan no la vei, be m’en deport,
No-m prez un jau,
Qu’ie-n sai gensor e belazor,
E que mai vau.

Mai non la vidi e l’ amo tanto
non mi fece dritto né mi fe’ torto
se non la vedo, no non m’ importa,
sto bene uguale,
ché ne conosco più bella gentile
e che più vale.

Fait ai lo vers, no sai de cui,
Et trametrai lo a celui
Que lo-m trameta per autrui,
Enves Peitau,
Que-m tramezes del sieu estui
La contraclau.

Ho scritto il canto, di che non so
e lo manderò a quello
che lo mandi ad altri
verso Peitau,
e del suo scrigno mi spedirà
la chiave che lo aprirà.

Guilhèm de Peitieus (Guglielmo IX d’Aquitania; 1071-1126)

[*]: probabile riferimento alla scuola di musica di San Marziale.

Esercizi di parafrasi per la Scuola Primaria [I]

Sul chiuso quaderno
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.

1) Appoggiata sul quaderno chiuso di un noto poeta dormicchi lontana dal muschio che tua mamma usava (per il Presepe?). Pari de marmo, figlia di un’onda, pora conchiglia spiegazzata.

Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.

2) Per conto dei Servizi Segreti te ne stavi in fondo al mare. Al mattino vedevi il nautilus, ma il capitano Nemo non c’era. E nessuno sapeva cosa fossero i murici.

Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda
D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!

3) Un po’ alla volta, ma mettendoci davvero un sacco di tempo, prendevi nota di tutto scrivendotelo sulla schiena (eri proprio un bel tipo! Però ben dinoccolato).

Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.

4) Noi siamo arrivati ieri, navigando un po’ sull’Indo, un po’ sul Tevere facendo finta che gli imperi non esistessero. Come faceva Enea (con la vela?).

È fresca la polve
Che il fasto caduto
De’ Cesari involve.
Si crede canuto
Appena all’Artefice
Uscito di mano
Il genere umano!

5) Cesare è caduto e la polvere che il suo capitombolo ha sollevato è ancora lì, per aria e ce la respiriamo tutta (mannaggia a lui). E ‘sto mucchio di teste di rapa dei miei contemporanei, che appena appena ha smesso il biberon, pensa di essere schiatta vecchia e sapiente.

Tu, prima che desta
All’aure feconde
Italia la testa
Levasse dall’onde,
Tu, suora de’ polipi,
De’ rosei coralli
Pascevi le valli.

6) Ben prima che l’Italia fosse non solo desta, ma nemmeno ancor avesse osato metter capo fuor dell’acque, porgendo l’Alpe all’aure (dolci del suolo natal). Tu, sorella dei polipi (e cugina degli eufausiacei), pascolavi nelle valli dei coralli rosa.

Riflesso nel seno
De’ ceruli piani
Ardeva il baleno
Di cento vulcani:
Le dighe squarciavano
Di pelaghi ignoti
Rubesti tremoti.

7) Cento vulcani eruttavano lapilli e lava su tette celesti, ma un po’ piatte e lucidate a specchio (mah), mentre robusti scuotimenti sismici squarciavano gli argini naturali di laghi sconosciuti (forse sotterranei).

Nell’imo de’ laghi
Le palme sepolte;
Nel sasso de’ draghi
Le spire rinvolte,
E l’orme ne parlano
De’ profughi cigni
Sugli ardui macigni.

8) In fondo ai laghi c’erano palme sotto la sabbia del fondo e i sassi che i draghi usano per avvoltolarcisi (quando hanno prurito, evidentemente) lasciano tracce che ti dicono che i cigni scappano su delle rocce quasi irraggiungibili.

Pur baldo di speme
L’uom, ultimo giunto,
Le ceneri preme
D’un mondo defunto:
Incalza di secoli
Non anco maturi
I fulgidi augúri.

9) E ‘sto garzoncello scherzoso e speranzoso preme sulla cenere (della cicca?) immaginando di avere davanti un casino di tempo per lasciar maturare ciò che deve maturare (frutta? verdura?).

Sui tumuli il piede,
Ne’ cieli lo sguardo,
All’ombra procede
Di santo stendardo:
Per golfi reconditi,
Per vergini lande
Ardente si spande.

10) Guarda per aria e calpesta una tomba (porta sfiga). Si sbatte ovunque ci sia qualcosa da rosicchiare; specie se non ci è già arrivato qualcun altro.

T’avanza, t’avanza,
Divino straniero;
Conosci la stanza
Che i fati ti diero:
Se schiavi, se lagrime
Ancora rinserra,
È giovin la terra.

11) Vieni avanti, Divino! La stanza sai com’è fatta: c’è dentro gente che si lamenta perché non siamo abbastanza progrediti.

Eccelsa, segreta
Nel buio degli anni
Dio pose la meta
De’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
Sull’erta fatale,
Ascendi, mortale!

12) C’è un obiettivo da raggiungere facendosi un mazzo della malora, ma non abbiamo la minima idea di cosa, come e quando. Però datevi da fare fino a crepare!

Poi quando disceso
Sui mari redenti
Lo Spirito atteso
Ripurghi le genti,
E splenda de’ liberi
Un solo vessillo
Sul mondo tranquillo,

13) Poi uno Spirito purgativo (Unicum? Averna? Fernet Branca?) vi redimerà liberandovi. Tutto sarà poi più tranquillo (e vorrei vede!).

Compiute le sorti,
Allora de’ cieli
Ne’ lucidi porti
Le terra si celi:
Attenda sull’áncora
Il cenno divino
Per novo cammino.

14) Poi, fatto tutto ‘sto can-can, la terra si nasconderà al cielo. Il Padreterno farà un gesto. E si torna al punto 1)