Mettere un occhio.

Qui! E poi seguire i consigli di lettura, ovviamente.

P.S.: che simpatico il Fofi, quando non tromboneggia.

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Alce nel Paese delle Meravgle.

Cosa sono le “meravgle”? Son frutta&verdure che un’alce (ma anche un alce) ama tanto, ma tanto. Le brama, le ama e se le trova se ne sfama. Gustose, saporose, grasse e sugose. Ah, le meravgle: sono favolose! L’alce cerca le meravgle e quando le trova fa le capovolte sbattendo le zampe a terra e, dopo, le corna. E dopo ancora, nuovamente le zampe. È sempre sulle zampe, l’alce. E le meravgle la/lo mantengono sana/o. Non può fare altro che sbafarne a ufo e, se a trovare le meravgle è un orso, o un gufo: le ruba, fa la ladra, l’alce (mollerà orso o gufo con un naso a tartufo, o a funghetto rebufo). Per un pasto con le meravgle, l’alce può vendere sua madre all’Uamandé, suo padre al Gurufù, sua nonna al Marané, suo nonno al Badalù. L’alce per le meravgle stravede, straparla e stramucca (stravacca solo quando fa la cacca, ma non sempre). Se sta senza meravgle per troppo tempo, l’alce cade nel vuoto della parola: non parla, non canta, non vola. Veramente non vola anche se le meravgle le trova, ma sapete: occorre completare ben bene la frase. Nel paese delle meravgle, l’alce gode come una mucca scozzese (o forse francese) alle prese col toro Roncasballe che, da quando ha fallato un salto allo steccato è detto solo Roncas (le balle le ha mollate là, sul duro steccato travoso e acuto). Se trova meravgle e toro (quello detto Roncas, l’amato e bramato – pur men delle meravgle – Roncas) l’alce resta turbata: Roncas o meravgle? Atroce sceverare tra queste bellezze della natura. Ma l’alce non perde flemma e gusta Roncas brucando meravgle. Eh, eh! E notare che Roncas ce la fa (anche se le balle le ha mollate sullo steccato, là) ed è perché ha pur gustato meravgle che sempre preludono all’amoroso convegno con l’alce. Tutto questo nel paese delle meravgle. Altrove non so. Forse altrove Roncas non può. Ma le meravgle, le meravgle, mollarle no, no, no!

Pulcherrima aequivocatione.

“Non si cura di chiedersi se abbiate torto o ragione; non gli interessa se abbiate fortuna o no, se siete ricco o povero, istruito o ignorante, santo o peccatore. Siete il suo compagno e ciò gli basta. Egli sarà accanto a voi per confortarvi, proteggervi e dare, se occorre, per voi, la sua vita. Egli vi sarà fedele nella fortuna come nella miseria. E’ il cane”
(Jerome Kafka Jerome)

[questa è davvero carina: non potevo non segnarmela]

‘a Smorfia!

Questa notte ho fatto un sogno piuttosto intricato, come mi accade sovente. Ero con mia moglie in una città degli USA, chiamata Ohama, nello Stato del Dewey. È facile verificare che non esistono né l’uno né l’altra. Ma non è importante. Non ho mai chiesto ai miei sogni di essere realistici. La città era molto graziosa, una mescolanza di architettura europea e statunitense. E molto verde. Poi un curioso tempio crematorio, di un’architettura vagamente indiana, era completamente aperto. Come i camposanti inglesi. Sotto una tettoia, appartenente al fabbricato funebre, una lunga tavola imbandita era attorniata da statue di gesso che dovevano rappresentare una specie di banchetto dei trapassati. Tutto questo, in un mio sogno, non mi stupisce nemmeno un po’. Sogno sempre stranezze del genere. A parte questo, che – ripeto – per me è normale, c’era un di più. Girando a piedi, io e mia moglie, per quella strana e graziosa cittadina, arriviamo a una piazza con una fontana che non avrebbe fatto cattiva figura a Roma. Passeggiamo attorno alla fontana e, fatto mezzo giro, chi ti incontriamo? Ben vestito, con l’aria un po’ meno baldanzosa del solito, ecco che ci imbattiamo in Renzi. Matteo Renzi. Gli chiediamo che diavolo ci stesse facendo lì e lui, tomo tomo, ribatte che certi debiti vanno pagati e si ha un bell’essere di sinistra e che, date certe responsabilità, un giretto in USA ogni tanto lo si deve fare.

O porcaccia la miseria. Non ci tengo a interpretare il sogno nella sua globalità (i miei sogni, in genere, mi piacciono così come sono: sono il mio cinema personale e non ne cerco esegeti), però, accidenti: c’è qualche esperto della Smorfia (o della Kabbalah) che mi possa spiegare, gentilmente, quest’ultimo dettaglio? Voglio dire: quella vagamente incongrua presenza renziana.

Destini paralleli.

“Quello che voi chiamate amore (sacrificio, fedeltà, gelosia) tenetelo in serbo per gli altri, per un’altra – io non ne ho bisogno. Io posso amare solo la persona che in una giornata di primavera a me preferirà una betulla” [Marina Cvetaeva, qui.]

Cazzarola! L’amante ideale per me. Adoro le betulle. Il loro tenero, franco, pallore. La loro nodosa, serica, levigatezza.

E poi…

Qualcuno ha detto, o scritto:
“Senza lotta c’è solo la felicità degli sciocchi.”

Abbiamo lottato e ce le siamo prese.
Ci hanno suonato come un tamburo.
Siamo rimasti così, sciocchi e infelici.
Che sarà di noi?

ora pro nobis dio di noi sciocchi