Limiti.

AVOU, recitava l’insegna del negozio immediatamente al di là dell’incrocio tra via Vibò e via Bibiana.
Per oltre trent’anni sono vissuto lì.
Uscivo la mattina e, per un momento, la guardavo.
Poi, per andare a scuola (e, più tardi, al lavoro), le voltavo le spalle.
Ora non abito più là.
Tutto è cambiato, non abito più là.
Ho una casa bellissima, bellissima come vuoi tu.
Ma io ripenso a un’insegna che diceva: AVOU.
Cazzo vendevano?!

 

P.S.: son passato stamattina (18/12/15). È ancora lì. Dopo tutti ‘sti anni. Però!

 

AVOU

Direi di sì.

“Chi è l’anti-moderno, oggi? e restringo la parola alla vita intellettuale. E’ colui che sa che un mondo, una cultura o un’arte sono finiti, ma li ama ancora e li frequenta. Come disse Barthes di se stesso, essi sono la retroguardia dell’avanguardia.
L’anti-moderno stenta a uscire dal lutto per il passato e vive, in una tonalità malinconica che lo rende lucido e libero rispetto al moderno. Gli anti-moderni sono dei moderni sagaci e disillusi. L’esempio più lampante è Baudelaire che inventa la prima idea di moderno e si distoglie da essa.”

[da qui.]

Non capivo una parola.

Non capivo una parola. E nessuno capiva le mie. Pensavo a quanto beati siano gli italiani che, mi dicono, riescono a intendersi a gesti. E il gesto fatto con le dita raccolte e portate ripetutamente di fronte alla bocca, tenuta aperta, significa “ho fame, datemi qualcosa da mangiare”. Questo gesto lo capisce chiunque, italiano o meno. Anche un bantù o un aborigeno australiano. Ma lì, no. Nessuno che nemmeno accennasse a capirlo. Mi guardavano, ai miei primi tentativi, come fossi un ebete. Ero così rassegnato a questa incomprensione radicale che nemmeno più provavo a cominciarlo, il gesto della fame. Potrebbe anche darsi che il mio modo di eseguire il gesto della fame non sia consono, non sia preciso. Che so: troppo veloce, troppo timido. Sì, certo era troppo timido e pensavo che, per farlo davvero in modo magistrale, così da poter essere compreso universalmente, occorrerebbe essere italiani. E io, italiano non sono. Di dove io sia, da dove io provenga, non ha importanza. Non ho alcunché da spartire con l’Europa meridionale. Per certe cose è uno svantaggio. Giravo per quella piazza, la parte più elevata della cittadina, nella quale si stava svolgendo una specie di fiera, o esposizione, di macchinari, stufe, tagliaerba, grosse pentole a pressione e altri oggetti di uso casalingo e rurale. Questo almeno a me sembrava fossero tutti quegli oggetti sparpagliati per la piazza. Vicino a ciascun gruppo d’oggetti vi erano un tipo serio e uno sorridente. E io intendevo che quello sorridente dovesse attirare la gente e incuriosirla, mentre il tipo serio avrebbe poi fornito spiegazioni approfondite sull’uso degli oggetti esposti. Nonostante questa apparente astuzia, non provavo alcun interesse per quelle carabattole più o meno lustre e trovavo irritanti gli esagerati sorrisi che venivano rivolti a chiunque si avvicinasse a un banco, o a un mucchio d’oggetti, a meno di tre metri. Sorrisi eccessivi e sempre accompagnati da un incremento di seriosità da parte dell’altro uomo. Era come se ciascuna coppia di espositori fosse azionata da un automatismo che s’innescava all’avvicinarsi delle persone: arrivavi a tre metri e come d’incanto, sui volti dall’espressione fino a allora neutra, si accendeva sull’uno un esagerato sorriso e sull’altro una espressione da Professore Ordinario di Filosofia. Voglio dire, questo avveniva con i locali. Con me, no. Era come se fossi trasparente. Ma non ero trasparente. Non ancora, perlomeno. Che non mi notassero del tutto e che gli fossi completamente indifferente non può essere. Non può essere perché, se mi avvicinavo a meno dei tre metri canonici le espressioni, all’inizio indifferenti, diventavano un pochino più sussiegose e contenevano un malcelato fastidio. Se non disprezzo. Dunque mi notavano. Mica avrebbero potuto modellare la faccia con quella specie di disgusto per volgerla all’aria. Mi vedevano e mi notavano. Eccome. Io facevo come niente fosse. Tanto, provare a chiedere qualche spiegazione sarebbe stato inutile; non mi si sarebbe compreso e l’esprimersi a gesti era fuori discussione. Non ne ero in grado. Nemmeno per chiedere da mangiare. Mangiare. Ecco un problema che non assilla più molta gente. Tutto sommato, anche con pochi mezzi e pochi denari, il morire di fame uno deve sceglierselo come forma di suicidio. È impossibile morire di fame nel mondo moderno. E io ero lì, nel mondo moderno. E non è possibile pensare che non esista più la compassione. Se uno ha fame, anche fosse uno straccione che non può proprio pagare nemmeno un soldo, gli si dà qualche cosa. Un pane, un pezzo di formaggio, una mela. Insomma, qualche cosa. E non è necessario essere un genio per capire che quel qualcuno ha fame. Lo vedi dai movimenti, dall’aspetto, dalla postura e, se è un italiano, dalla sfacciataggine con la quale fa il gesto della fame. Centrando l’obiettivo sempre. Così mi diceva un vecchio zio, a proposito degli italiani. Io passavo quindi tra i mucchi di materiale esposto, ignorando ostentatamente l’aria di riprovazione che pareva sollevassi, e mi interessavo molto più ai banchi di cibarie. Qui l’uomo con l’espressione da Professore non c’era. Non credo servisse. Anche in quell’accidenti di posto, così estraneo a me, il cibo si spiegava da sé. Giravo quindi più volentieri tra i banchi di cibo, pur senza, anche qui, essere accolto da sorrisi, e mi deliziavo di ciò che vedevo. Su di un tavolo c’erano pagnotte, taglieri, burro e altre cose che potevano essere grosse salsicce. Poi lattuga, e fette di qualcosa che non dubitavo essere una sorta di cotolette Wiener . Il titolare del banco, un uomo robusto, sorrideva in continuazione e tagliava le pagnotte. Poneva una specie di panno di carta su un tagliere, poi imburrava le parti di ogni pagnotta tagliata e le poneva sul panno di carta. Prendeva una foglia di lattuga e la poggiava con un bel gesto su un pane, come fosse una cosa preziosa. Poi affettava un po’ di salsiccia, spellava le fette e le poggiava sulla lattuga. Copriva il tutto con l’altra mezza pagnotta imburrata. Con una forchetta infilzava una di quelle altre fette, che secondo me erano Wiener, e l’appoggiava su un’altra mezza pagnotta che, prima di richiudere, guarniva con della salsa gialla e un’altra foglia di lattuga. Era una gioia vederlo. Richiudeva accuratamente il tovagliolo di carta sulla pagnotta guarnita e fermava tutto con un legnetto appuntito. Secondo me era uno stuzzicadenti, un po’ più lungo del consueto. Faceva tutti questi gesti con una cura e una grazia come non l’avrebbe messa una balia nel rivestire il suo infante. Erano questi gesti che attiravano l’attenzione della gente. Di quella gente da me così lontana e dalla quale non mi riusciva di farmi intendere. Ad attirare me, però, era più che sufficiente la presenza di quei pani e delle squisitezze delle quali l’uomo li farciva. Tutto aveva un aspetto così delizioso e così invitante che non afferrare un pane imbottito e addentarlo era un’impresa di volontà degna di un premio. Sono certo che avrei meritato un panino farcito come premio della mia capacità e della mia volontà di non rubarne uno e scappare sgomitando la gente per potere mangiarlo in pace, nascosto da qualche parte. Trangugiai saliva e il pomo d’Adamo andò su e giù tre volte mentre l’uomo, col suo sorriso che subito si spense quando mi notò, mi guardava e non dava il minimo segno di avere la mia stessa opinione a proposito di buona volontà premiata. Mi voltai con fare indifferente quanto più mi fu possibile e, gettando lo sguardo verso altri banchi sulla piazza, vidi un uomo che aveva un aspetto per certi versi simile al mio. Mi parve che anche lui fosse più interessato al cibo che ai tosaerba. Non so ben dire, ma è quel qualcosa che chiunque si senta un po’ perso, e abbia pure un eccesso d’appetito o – diciamola schietta – abbia fame, possiede nell’atteggiamento. Lo si nota facilmente. O almeno a me accade di notarlo. Passando qualche giorno prima davanti a una vetrina con specchi mi era capitato di non riconoscermi, ma vidi chiaramente di cosa avesse bisogno l’uomo nello specchio. Ecco, il tizio che girava tra i banchi dei panini, e che non avevo mai visto prima, aveva quel bisogno. Ne sono certo. Questa persona aveva tratti differenti dai miei e anche da quelli dei locali, quegli oscuri individui. Era senz’altro uno del Sud dell’Europa. Allampanato e dalla pelle bruna. Poteva essere un greco. Lo vidi avvicinarsi al banco dei panini meravigliosamente farciti e mi soffermai a guardare cosa avrebbe fatto. Ero sicuro che avrebbe cercato di procurarsene uno, in qualche modo. Guardò i panini e guardò l’uomo che li confezionava. Questo volse verso di lui lo stesso sguardo neutro che aveva rivolto a me. Non si può dire che manchi di intuito, pensai. Doveva essergli chiaro che anche questo tizio era affamato, ma non sembrò per nulla scomporsi. Il tizio, intanto, cominciò una pantomima che consisté principalmente nella esecuzione del gesto della fame. Raccolse le dita della mano destra, con una certa delicatezza, e quindi agitò vigorosamente la mano di fronte alla bocca spalancata compiendo un ampio gesto articolato di spalla e di gomito. Portava la mano fino alla bocca in modo che le dita sfiorassero i denti, quindi ritraeva la mano, l’allontanava di buoni sessanta o settanta centimetri e ripeteva l’andata. Rifece il gesto quattro o cinque volte con un’ampiezza e una decisione che non potevano lasciare dubbi. Era certamente un italiano. Forse di qualche paese del Mezzogiorno. Rimasi ammirato dalla sua arte istintiva e pensai che certo avrebbe ottenuto ciò che desiderava: un panino, forse due. Pensai che se fosse riuscito a ottenere più d’un panino avrei forse osato avvicinarlo e, facendo il gesto della fame a mio modo, gli avrei fatto capire che sarebbe stata per me una grande grazia l’averne almeno una metà. Ero certo che lui non avrebbe mancato di capire il mio gesto, pur non teatrale e quasi artistico come il suo. Ci fu un attimo di sospensione, nel quale egli non gesticolò e l’uomo dei panini non mosse un dito. Poi questo si chinò sul banco e prese altri pani, li tagliò, li imburrò e, con le stesse grazia e precisione di prima, continuò a confezionare panini farciti. Persi anche quella speranza. Era inutile frugarsi le tasche: non c’era nulla, nemmeno un centesimo di quella loro moneta di carta viola. Ero infatti convinto che un altro gesto di comprensibilità universale fosse quello di sventolare una banconota sotto il naso del farcitore di panini puntando, con l’indice della mano libera, il panino desiderato. Non mi capacitavo di tanta ottusità. L’italiano aveva fatto una esibizione di desiderio alimentare praticamente perfetta. Come si poteva non capirla. Come si poteva essere così gelidi da trascurarla. Alcune persone, dei locali, si avvicinarono finalmente al banco delle meraviglie. Ciascuno di loro disse qualche parola. Parole che non udii ma che, anche le avessi udite, non avrei capito. Annuendo cortesemente, l’uomo dei panini prese ora una pagnotta con salsiccia, ora una con Wiener e le porse alle persone che aveva di fronte. Queste ringraziarono con un cenno del capo al quale l’uomo del banco dei panini rispose con un sorriso. Soddisfatti se ne andarono lentamente verso una esposizione di trattori con aratro, masticando il loro panino. Banconote non ne vidi.

Cavalca, cavalca.

Che di un evento tragico si debba scrivere è perfettamente accettabile e persin doveroso. Che uno scrittore o un giornalista vi si cimentino è dunque nell’ordine delle cose. Che la cosa sia fatta in questo modo mi fa – come avrebbe detto mia nonna – scendere il latte alle ginocchia.

Che brutta prosa. Quando si scrive così, pare proprio che l’evento tragico sia un mero pretesto per pubblicare, purchessia, qualcosa a cavallo dell’onda (emotiva).

“Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale.” Ci si fa caso al fatto che, in un periodo scritto in questo modo, è “il sommozzatore” – soggetto – a sembrare una “pertica conficcata sul fondale.”? Ma non importa, scriviamo “colloquiale”, tanto ciò che conta è l’argomento… e via così. Bisognava fare in fretta. Le ondate emotive passano veloci.

Immagini scontate o rese in modo grottesco: forse per sottolineare l’orrore?

Qui l’autore opera un transfert orrorifico: dall’orrore della tragedia dei morti in mare all’orrore di una prosa che insegue l’impatto emotivo e che inciampa a ogni periodo.

Speranze.

Quando mandai il mio primo manoscritto a Pasolini questi mi rispose dicendo: “Lei è un diplomato che scrive come avesse una licenza elementare, e solo quella. Ciò rende falso il suo essere letterario. Cerchi di tornare a una licenza elementare unica e vera!”. Apportai severe modifiche al manoscritto e lo inviai quindi a Fortini che si espresse così: “mmmhhh, una narrazione volontaristica e tutta ammicchi, tutta fregatine di mani. Di coetanei ne ha visti troppi volteggiare prima di posarsi: si dissolva quanto è composto.” Operai la dissoluzione richiesta, o almeno così mi parve, inserendo un quid d’afflato poetico debolmente strutturato e ritentai con Raboni che bonariamente replicò: “È un’esigenza che nasce, io credo, da un desiderio di emulazione. Se ci affidiamo all’orecchio, e solo all’orecchio, le sue storie ci sembrano dei veri e propri epigrammi.”, e concluse: “Che cosa, in effetti, può trattenere un essere umano da un gesto di solidarietà che, oltretutto, non costa nulla, visto che ciò che viene donato non ha più, per il donatore, alcuna utilità?”. Liquidato in questo modo ritenni che molto dovesse ancora essere fatto affinché il mio manoscritto potesse essere ritenuto affine a un’opera letteraria. Lo riposi in un cassetto, assieme a una confezione di sali igroscopici per preservarlo dall’umidità, e lo scordai per lungo tempo. Lo ripresi ch’è un paio d’anni. Rilettolo, decisi che c’era tutto il materiale per compilare almeno un capitolo d’una raccolta di monografie sulla de-formazione dello scrittore. Resto pazientemente in attesa della disponibilità di Giulio Mozzi (sperando non mi dica che non ne vuol sapere di un file JPG da scanner).

Indifferenza barbiera.

Queste faccende dei capelli e delle pettinature e delle versioni moderne delle brillantine sotto forma di gelatine tricofiline e amiche del bulbo. Mah! Capelli. Io non ce li ho e il barbiere, che ci ha la bottega lì sulla piazza della stazione, non mi rivolge mai la parola. Ce l’abbia con me? Eh, ma io so che lui sa che io pure quando ce li avevo me li tagliavo da me con la macchinetta così che parevo un militare d’una volta. E pure più corti, così corti che manco li si poteva vedere aguzzando l’occhi. Io, pure nella mia età precalviziale, ero in attivo sulla spesa barbiera. Non l’ha mai potuto digerire, il barbiere sulla piazza, questo fatto. Non mi parla. Neanche uno sguardo di disprezzo.

Poscritto: mannaja, oggi è Ognimmorti e io, distratto del malanno, ho dimenticato di mettere le castagne arrostite sul tavolo in cucina, ieri sera. Ieri s’era incasinati alquanto, ma ciò non giustifica certe dimenticanze, ché certe crianze ognuno ha da tene’. Ho dimenticato le castagne per il posigno dei defunti. Sarà per questo che ho dormito male.