Cavalca, cavalca.

Che di un evento tragico si debba scrivere è perfettamente accettabile e persin doveroso. Che uno scrittore o un giornalista vi si cimentino è dunque nell’ordine delle cose. Che la cosa sia fatta in questo modo mi fa – come avrebbe detto mia nonna – scendere il latte alle ginocchia.

Che brutta prosa. Quando si scrive così, pare proprio che l’evento tragico sia un mero pretesto per pubblicare, purchessia, qualcosa a cavallo dell’onda (emotiva).

“Il sommozzatore si cala in fondo al mare, si tira giù con l’aiuto di una corda, sembra una pertica conficcata sul fondale.” Ci si fa caso al fatto che, in un periodo scritto in questo modo, è “il sommozzatore” – soggetto – a sembrare una “pertica conficcata sul fondale.”? Ma non importa, scriviamo “colloquiale”, tanto ciò che conta è l’argomento… e via così. Bisognava fare in fretta. Le ondate emotive passano veloci.

Immagini scontate o rese in modo grottesco: forse per sottolineare l’orrore?

Qui l’autore opera un transfert orrorifico: dall’orrore della tragedia dei morti in mare all’orrore di una prosa che insegue l’impatto emotivo e che inciampa a ogni periodo.

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One thought on “Cavalca, cavalca.

  1. 😦
    Gasp!!!
    Concordo
    e aggiungo che mi sono saltati all’occhio (fastidiosamente) i punti.
    Forse: unisci i puntini e apparirà un’immagine (settimana enigmistica docet)?
    😦

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