Scatola di vecchie scartoffie.

Fogliacci, alcuni laceri.
Cambiale, cambiale, ricevuta.
Referto enterologico, ECG.
Fotografia di nonno con bambino.

Holter pressorio, ma non ottimale.
Conto del ristorante La Credenza,
residuo d’una festa occasionale
o di non so più quale ricorrenza.

Locandina del concerto con Antonio,
che suona (bene) il flauto, con Brunello,
è qui da mo’ (vent’anni) e non la butto.
Altra fotografia con bimbo. Bello.

Spartito malridotto di Sevilla,
che non speravo ritrovare affatto.
Altra cambiale. Misteriosi, due scontrini:
uno rosso, uno verde e, piccola, una biglia.

Nessuna delle carte sembra più aver senso;
si perde nel tempo. Me ne dovrei disfare.
Non è la prima volta che lo penso;
è proposito che non so far camminare.

E meno misteriosa è la presenza
di quella foto di nonno con bambino
che guarda innanzi e pensa “è normale,
sapevo che avresti messo tutto qui:
carte, nonno e me. E che non puoi far senza.”

Studi per una lettera d’abbandono prematuro.

Cari amici,

sapete quant’è distante la morte?

Un filo o poco più, che dal colmo del nulla recidendosi s’addipana in abissi d’ingremibile assenza e s’aggroviglia alla balaustra verniciata di non-io di sporchi palazzi scalcinati, o elettrico e violento s’inalbera a fior di pelle estinguendosi subito al primo crogiolare d’essere.

È curioso il mio ondeggiare a mezz’aria, pur con valigie pesanti, dove un tempo vagavo per bordelli e ristoranti, nel ricordo di mondi insabbiati dall’oste ubriaco mentre mi serviva patate e vino giù in paese e dove ora ghermisce un ceppo di fiori il vecchio prevosto, l’erba ruggine s’insinua nell’asfalto e le foglie s’intricano lungo l’ammattonato spoglio. Chissà, forse s’insinuano incautamente, negli anni della riottosa lucidità, i pensieri del “peccato essere soli”, di un inesorabile dissolversi in pulviscoli di arrendevolezza del cuore – lui, il giovane bastardo, riverso nell’ammanco quotidiano a sconfortare, compatire o amare i banconi dei bar che nutrirono la pesantezza del suo non-essere.

E ogni ammanco accentuato nelle slabbrature dell’inabbastanza, ogni dire ossitono accennato nel trepestio del vuoto, descrive la trama inedita di qualche nulla abbozzato in questo luogo tradotto in fastidiosi singhiozzi dagli spasmi del diaframma. Eppure ci saranno stati fabulistici luoghi, e altri ancora oltre a quelli, dove vivere sereni trovando caffè china e marlboro dopo l’orgasmo, dove il calpestio della luce s’affligge del silenzioso buio scevro d’angosce; ma forse non per noi, che li rivoltammo in mistici pensatoi d’immagini sbiadite e frammentate, gente di campagna, allevatori di tacchini e null’altro.

Ecco la vertigine che si scuote in brivido sul bordo di un ramo duro d’albero, ecco le mie parole che trascolorano l’inutile sofferenza dell’abbandono in lunghi miagolii-addii per renderla ironica, quasi buffa; ecco la vertigine di un essere che non è stato sul serio né per gioco e ormai sta prendendo il largo sulla corriera della notte.

Biascica nella balugine la mia vita in un diavoloso pomeriggio sfinito sulla pietra accanto all’erba mentre s’accovacciano i tacchini nella terra spaccata dal sole. Mi nega la parola come a un muto il letargo di mille e mille anni della felicità, ormai troppo anchilosata per uscire dal suo bozzolo. Oppure sibilano tra le strade incubi di vecchiaia e gioventù, muovendo foglie, corrucciandosi e alterandosi in poesia, veemente forza d’inessenza che preannunciò partenze e non-ritorni in un fottio di canzoni divampate ai quattro venti, e marchiò la volubile schiatta degli uomini in esseri versati all’inganno, come fummo noi da prima che nascessimo, gettati in cronosfere di menzogna o costretti in quinte di case e letti, uffici e chiese, da input-output di gioie disavverate o appena pizzicate sulla lingua, occupati a misurare quanta distanza ha raggiunto d’un sol battito il battito d’ali dell’eternullità, capaci solo d’ossi di parole sotterrati in humus d’apparire che escrementano ogni atomo d’io nello scorrere-trascorrere delle disillusioni, cadaveri che neppure l’unghia del cane potrà mai disseppellire.

Ecco scema or ora la presenza di un singolo diacronico attimo d’inizio secolo brutalmente esecrato dalla morte che s’allunga ombrosa in un’altra giornata, dimora di questa mia generica presenza inudita e presto dimenticata; se poteste vedermi in bilico sul ramo più robusto di quest’albero direste che nulla è cambiato, oppure tutto, da quando ci arrampicavamo bambini per scorgere campanili e monti. 

Devo andare. Avrei voglia di lasciarvi una possibilità, ma non saprei davvero quale.  

     Vostro,

            faust

[G.M.G.]

******* dalla critica ******

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Non ce la facciamo più a sfogliare il vocabolario. Non si fa in tempo a richiuderlo che occorre riaprirlo. E capita di non trovarci nulla perché lei conia, neologizza, glottofileggia, gammatologifica e insomma con il linguaggio ci fa il cazzo [*] che le pare. Griffi: ma chi l’autorizza? Per chi ci ha presi? Per dei forzati della analisi grammaticale, logica, del periodo e del testo? Ma come si permette? Noi siamo orgogliosamente beceri: adoriamo il piattume linguistico imperante, l’uniformità lessicale e prosodica travestite da impegno sociale. E che ciò sia fatto con leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità ecc. (anche se di questi concetti non è che ci sia tutto chiaro, dobbiamo dirlo). Insomma, Griffi, lei è defatigante (l’abbiamo trovato sul vocabolario mentre cercavamo “diavoloso”). E lo diciamo con rammarico perché pensavamo che “defatigante” fosse colui che ti toglie la fatica di dosso (una sorta di agnus dei qui tollis fatiga mundi), ma non pare così.

con ossequi:

Sindacato Membri Comitati di Lettura Premi Letterari Italiani

[*]: “cazzo” si può dire e scrivere. Sappiamo con certezza che l’usò il Leopardi nei suoi carteggi.