Mardi Gras

Ecco. L’orrido Carnevale è di nuovo qui. A farci credere che ci si possa divertire alle spalle del Potere, della Morte, del Dolore e della Miseria. Alle spalle del Tedio Quotidiano. Invece a divertirsi è lui, il Carnevale. Alle nostre spalle. Torme di anestetizzati brancolano per le vie del paese e se si potesse, in un istante di lucidità, levar loro la maschera e porre loro uno specchio dinanzi al volto, essi vedrebbero la faccia dell’orrore. Vedrebbero l’espressione di attonito stupore che la consapevolezza della caducità provoca, benché ingannata dal riso. Tra la pelle del volto e la plastica o la cartapesta della maschera un sottile strato di aria è abitato dalla morte. Che se la ghigna e sguazza tra quegli occhi istupiditi dall’albagìa di credersi satiri. A volte l’anestesia è potente, totale, e produce risate grasse; a volte è meno profonda e le risate sono più corte e secche. Sempre mascherano e dissimulano un guaìto. L’anima annichilita, dietro il volto dietro la maschera, non ha nemmeno più la forza di reclamare la dignità della consapevolezza della propria limitatezza. Orrido, niente altro che orrido è il Carnevale/carnem levare. De-vertitevi, de-capitatevi! Ecco ciò che il mostro carnevalesco ci dice. Perché non possiamo più giocare. Solo possiamo divertirci. E simulare il riso.

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Fare.

Fare. Debbo fare. Ne ho bisogno quasi come di nutrirmi e respirare. Fare cosa? Le più disparate attività mi interessano. Alcune minime, quasi banali, per esempio preparare la cena o la colazione ai figlioli. Poi, per esempio, altre un po’ più sottili come leggere uno spartito e provare a realizzarlo, a suonarlo. Leggere un libro. Scrivere un breve e non pretenzioso racconto, o resoconto diaristico. Prendere un disco di vinile, metterlo sul piatto dell’arcaico Thorens e quindi ascoltarlo. Prendere carta, matita, compasso e computer e progettare, pro-gettare direbbe il capoccione della Foresta Nera, un oggetto funzionante: altoparlante, servomotore, sensore di correnti d’aria e di presenza gas mefitici. Oppure, più sottilmente ancora, impegnare la mente in applicazioni numeriche. C’è una speciale bellezza nelle applicazioni numeriche; non quella apollinea dell’analisi pura, bensì quella più marziale del contaminarsi con il disperdersi dell’ideale a fronte degli oggetti e del loro muoversi. Inferire da tutto questo che non è la perfezione della realizzazione che ci serve, bensì la perfezione della idealizzazione del reale. Che non possiamo raggiungere (ovviamente?). Concludere che il noumeno non esiste che nel nostro intelletto, e che abbiamo sempre a che fare con il fenomeno. Ma questo già mi rende un po’ cupo. Disegnare un mobiletto o – mi piace di più – una cassa acustica, poi prendere legno e attrezzi e costruire. Poi verificare che funziona quasi esattamente come l’avevo pensata. Fare una passeggiata, un giro in bicicletta, andare in cima a un monte. Fare tenerezze a mia moglie per cercare di sollevarla moralmente dai suoi pesi. Fare la spesa e lavare i piatti per sollevarla materialmente. Fare qualcosa, il mio lavoro, che sempre è stato vario, spaziando da un freno ferroviario all’ala d’un aereo: misurarli, soppesarli, modificare le procedure che li concernono. Oppure raccogliere i peperoncini e farli seccare o preparare il paté di fegato con i fagottini di mela e fichi secchi. Controllare motori e cinematismi così che obbediscano a una data legge di moto. Può essere una volontà di dominio sugli oggetti, direbbero le psicologhe (credo, e poi psicologi non ne conosco). Sento il “fare” come necessità. Mi tiene lontano dal mondo. Questo è il bello.

P.S.: i fichi secchi ce li ho messi, più che altro, per attinenza etimologica, ma la prova dice che forse il contrasto è inadeguato. No fichi secchi dunque, sostituirli con la cipolla caramellata (che funziona benone). Questa l’opinione dei commensali. Per me, però…