Fare.

Fare. Debbo fare. Ne ho bisogno quasi come di nutrirmi e respirare. Fare cosa? Le più disparate attività mi interessano. Alcune minime, quasi banali, per esempio preparare la cena o la colazione ai figlioli. Poi, per esempio, altre un po’ più sottili come leggere uno spartito e provare a realizzarlo, a suonarlo. Leggere un libro. Scrivere un breve e non pretenzioso racconto, o resoconto diaristico. Prendere un disco di vinile, metterlo sul piatto dell’arcaico Thorens e quindi ascoltarlo. Prendere carta, matita, compasso e computer e progettare, pro-gettare direbbe il capoccione della Foresta Nera, un oggetto funzionante: altoparlante, servomotore, sensore di correnti d’aria e di presenza gas mefitici. Oppure, più sottilmente ancora, impegnare la mente in applicazioni numeriche. C’è una speciale bellezza nelle applicazioni numeriche; non quella apollinea dell’analisi pura, bensì quella più marziale del contaminarsi con il disperdersi dell’ideale a fronte degli oggetti e del loro muoversi. Inferire da tutto questo che non è la perfezione della realizzazione che ci serve, bensì la perfezione della idealizzazione del reale. Che non possiamo raggiungere (ovviamente?). Concludere che il noumeno non esiste che nel nostro intelletto, e che abbiamo sempre a che fare con il fenomeno. Ma questo già mi rende un po’ cupo. Disegnare un mobiletto o – mi piace di più – una cassa acustica, poi prendere legno e attrezzi e costruire. Poi verificare che funziona quasi esattamente come l’avevo pensata. Fare una passeggiata, un giro in bicicletta, andare in cima a un monte. Fare tenerezze a mia moglie per cercare di sollevarla moralmente dai suoi pesi. Fare la spesa e lavare i piatti per sollevarla materialmente. Fare qualcosa, il mio lavoro, che sempre è stato vario, spaziando da un freno ferroviario all’ala d’un aereo: misurarli, soppesarli, modificare le procedure che li concernono. Oppure raccogliere i peperoncini e farli seccare o preparare il paté di fegato con i fagottini di mela e fichi secchi. Controllare motori e cinematismi così che obbediscano a una data legge di moto. Può essere una volontà di dominio sugli oggetti, direbbero le psicologhe (credo, e poi psicologi non ne conosco). Sento il “fare” come necessità. Mi tiene lontano dal mondo. Questo è il bello.

P.S.: i fichi secchi ce li ho messi, più che altro, per attinenza etimologica, ma la prova dice che forse il contrasto è inadeguato. No fichi secchi dunque, sostituirli con la cipolla caramellata (che funziona benone). Questa l’opinione dei commensali. Per me, però…

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