Tema (II)

E’ importante che mamma e papà si vogliano bene?

Sì, professoressa, che domanda scema. Io sono preoccupato da un po’ di tempo perché mamma e papà non si abbracciano e non si baciano più. Una volta, che ero più piccolo, erano sempre lì a abbracciarsi e papà metteva anche una mano sul sedere di mamma che gli diceva smettila che topino ci guarda e io che ridevo. Però non sono sicuro che queste cose si possano mettere in un tema di prima media. Però oramai le ho messe e cancellare indietro non mi piace. Non so perché papà sia così musone da un po’ di tempo. No, da tanto tempo. Almeno un anno. Delle volte mi rimprovera per quello che faccio che non va bene e lo fa con un vocione che sembra che venga da una caverna dove ci sia un cantante di quelli con la voce bassa come nel coro degli alpini ce l’ha Arturo. E che canta bu-bu-bum bu-bu-bum bu-bu-bum. Mamma e io vorremmo che fosse più allegro come quando tornando a casa baciava mamma e le metteva la mano sul sedere che era una cosa facile perché mamma ci ha il sedere grosso. E papà con la mano schiacciava e faceva poti-poti come un clacson di un camion. Adesso non capita più. Però forse qualcosa succede di nuovo perché stamattina che mi sono alzato prima di loro due li ho visti sul lettone senza le coperte addosso e loro non mi hanno visto. E io ho visto che facevano di più che baciarsi e abbracciarsi. Però papà credevo che avesse il pisello più grosso, con quel vocione che sa fare. E anche questo non lo dovevo mettere, ma non cancello indietro.

Il feroce equilibrio.

Il personaggio nero che si stempera
nero di pece e di ferite, nero,
sotto un sole che è nero ed è rotondo
solo perché due vaste mani a conca
lo fecero impastato di bitume
e d’abbominio e di brusio d’insetti,
è un pilone di roccia e fermo muove
a un cielo giallo frantumato d’elitre,
fermo e veloce sotto un sole nero.
E poiché ciò che muove compie un corso
dall’eterno all’eterno, e ciò che è mosso
da una ferita all’altra in turbini di luce
si dispone secondo che lo spinge
ciò che lo muove, sole che trasuda
grasse costellazioni di petrolio,
l’uno muoverà sempre e l’altro sarà mosso
nel feroce equilibrio dei due neri.

[Roberto Sanesi]

Patatine fritte.

“Che altro le porto?”, chiede ancora il cameriere. “Delle patatine fritte, per favore”, dice Gian Marco. Io lo guardo storto. Far seguire le patatine fritte a una pizza è contrario alle mie abitudini. Mi pare uno stonato pastrocchio, ma de gustibus ecc. ecc. “Mi spiace”, ribatte il cameriere, non senza un vago sussiego nel tono, “Abbiamo scelto, per ragioni etiche, di non servire patatine fritte nel nostro locale”. Ha detto proprio etiche. Ragioni etiche. Guardo il cameriere come una capra guarda un manifesto. Ma per pochi secondi. Decido quindi che dar via a una diatriba sulla cosa sarebbe del tutto inutile e non farebbe che ritardare l’arrivo delle pizze. Lascio perdere. Il cameriere se ne va, a portare la comanda in cucina, e io guardo Gian Marco chiedendomi che accidenti c’entri l’etica con le patatine fritte. O come si possa stabilirne un nesso sensato. Proviamo a congetturarci sopra; tiriamo in ballo gli asparagi e la loro nota relazione con l’immortalità dell’anima, ma la cosa non ci pare pertinente. E poi il Campanile disse di avere scherzato: gli asparagi, con l’immortalità dell’anima, non c’entrano affatto. Proviamo a immaginare che, evitando di friggere patate, non si produce una certa quantità d’inquinamento e non si costringe la gente a ingollare residui di molecole di acidi grassi polinsaturi, necessariamente spezzate dalla cottura a temperatura elevata. Queste sono scelte comportamentali con riflessi sul prossimo e, in quanto tali, hanno certo a che fare con l’etica (be’, è un’etica negativa, ma tant’è…). Di converso si ottiene l’effetto di deludere l’aspettativa di alcuni. Però c’è anche la possibilità che questa situazione di conflitto ideale possa produrre una presa di coscienza: è bene non mangiare patatine fritte. E, di cliente in cliente, far nascere una consapevolezza collettiva sulla non-eticità della patatina fritta. Ci vuole un po’ di tempo, ma tutto arriva a chi sa aspettare. E’ un vecchio proverbio. Non ricordo chi me lo riferì. Forse la solita nonna. Ora che ci penso: la nonna le patate le lessava. La sapevano già lunga, i nostri vecchi, sull’etica.