Note sparse (V, me pare)

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Nell’abisso
L’ispirazione
io sper, ma se non viene:
quale lo scopo?
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…ecco, mi ci voleva: “pensare in modo diverso più sganciato anche linguisticamente”. Cioè, nella misura in cui, impostando un discorso di un certo tipo, analizziamo le istanze del concreto, e cazzo passami lo spinello che ho perso il filo!
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“nella voce / la foce”, oltre alla rima interna, ha pure un effetto di ritmo sincopato (ripetuto in “s’arrossa / s’affossa”). Come pure è notevole l’effetto ritmico ai versi 13-14-15. Mi piace constatare che c’è chi ha senso del ritmo e sposta gli accenti come un buon musicista. Solo il “bagnasciuga” mi ha lasciato perplesso, ma per un attimo: direi che “il bagnasciuga della tua saliva”, per intendere la commissura delle labbra, è perfetto.
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..Anne Grudon, è frutto della mia fantasia.
Allora questa poesia è frutto d’un frutto.
…E non è provenzale, ma parigina.
Questo potrebbe spiegare quel “quid” di ambiguità!
Bada che mi piacque assai, l’operina dico. Solo quella povera puttana sulla tangenziale mi turba: come ha fatto, incolume, a mettersi a praticare sulla tangenziale? Ha chiesto un passaggio, poi s’è fatta scaricare e s’è seduta sul guardrail? o è così ardita da aver scelto il jersey? E’ un dettaglio che rischia d’inficiare il realismo del tutto.
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La terre n’a evesques soulement,
Qui sont par bule en gràd hòneur et tiltre
L’evesque croist en mer semblablement,
Ne parlàt point, còbien qu’il porte mitre.
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OK, Andy; mi targetto, anche senza approval, e prenoto – anzi bookmarco – una copia del tuo “testo” sulla farcitura della spalla d’agnello, giacché giaccio su un backgroundo culinario cedutomi gratuitamente, bontà loro, da un trio di nobili maestri. Pubblicalo in fretta ché Autunno incede e qui, dalle mie parti, di castagne ce n’è a bizzeffe. E io adoro andare harvestandole, svestendole e gustandole: meettano i miei needi.
“E’ il marketing bellezza, e tu non puoi farci nulla.”
“E’ il catering bellezza, e tu non puoi farcire nulla.”
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Io ho una mezza sinossi interna al seno frontale sinistro. E’ una sinistrossi, o una sinustrossi, mi sfugge il termine tecnico. Eppoi con ‘sto morbo di Parkening che comincia a bistrattarmi le mani… mi fa scappare.;, la punteggiatura non mi fa trovare la fretta giusta, quella per la più giusta nota, che posso anche mettere a pie’ di pagina, o a pie’ di lista, o solo pure sul trigramma – che il pentagramma è oramai troppo lontano, andato via, irraggiungibile per strada labile col sommergibile per suppellettile[*]… che ciò ch’è grave è il difetto erettile.,; con prosa instabile, persin risibile, mi perdo in futili scommesse ludiche… lo vendo o non lo vendo; lo scrivo o non lo scrivo; lo scrivo e non lo vendo; l’edito, t’edito e medito se m’editi, sbozzi, smozzi, sbandi con quel dandy d’Andy[**], o muse che mi fate il muso e v’immuseate immusonite come in un mausoleo immemori del dover ch’avete d’ispirar colui che digita ciò ch’è ditta dentro, ditta trasporti, ditta rimozione rifiuti, ditta ricollocamento e riordino,…;
e poi… vide da sé i certi nomi di birre, lei! e assai ne bevve…

[*]: il sommergibile diveniente suppellettile è un soggetto trans (e unto, per non arrugginir)
[**]: no pun intended, non s’adiri il cuoco di Porta Carinzia!
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Vogliamo la sinossi,
che sfidi la sintassi,
che inarchi le sinapsi,
che alletti la sinassi,
che pur abbia sìnchisi,
non produca sìnclasi,
proceda per sincrasi,
sia piena di sinderesi,
indulga alle sindesi,
non faccia sinechia,
promuova sinecismo,
alletti il sinedrita,
meravigli i sinentognati (e li induca al volo),
affini la sinesi,
sdilinquisca la sinforosa (spingendola alla singamia),
attesti singrafia,
che abbia sìnolo e faccia sintropia (letteraria, s’intende),
e ci spinga al singhiozzo.

A Maria Ro’; e dacce ‘sta sinossi!
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cosa succederebbe se una ragazza che fa la giornalista si ritovasse in casa a intervistare un vecchio pazzo?

Mah?
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E fu non si sa come il primo maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
la colazione al bar un caffè d’orzo
a pranzo un po’ di pane e di formaggio

E fu non si sa come il primo maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
mentre menava il cane per Casorzo
pensando a cosa farne del foraggio

E fu non si sa come il primo maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
avendone bevuto un mezzo scorzo
di quel vinello facil sì all’assaggio

Ei fu non si sa come il cinque maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
seppe pur non lagnarsi del bitorzo
perché non difettava di coraggio

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Altre inutilità (solipsistiche):
Se penso che Amleto, Otello, la Dodicesima notte e altro non sono stati scritti da William Shakespeare, ma da un altro autore con lo stesso nome, mi sento impazzire.

Direi che un autore funziona (o cerca di funzionare) in modo da sentirsi libero nelle varie situazioni, cioè le cose di cui scrive. Se crede si cambia nome, o inventa una gragnuola di pseudonimi. Vuole fingere di non esserci e far dire ad altri ciò che vorrebbe dir lui: un po’ come quando ci si figura di essere morti, o divenuti invisibili, per vedere che ne è del resto del mondo e degli altri senza di noi lì presenti.
Un autore ha il diritto di cambiarsi i panni, se crede, e di fingersi un altro (o di fingere di attingere ad altri autori, a loro volta funzioni/finzioni inventate a bella posta). Sentirsi libero di esporre parti di sé attribuendole ad altri gli è necessario. Perché? Perché così può prendere mille particolari, da sé o altri, e farne un universo. Perlomeno, questo è un modo per costruire l’universo del discorso all’interno del testo. Così come è un modo per cercare, ovvero informare, il lettoreche ci si figura per quel testo cioè: costruire la “funzione lettore” per quel testo.
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Cosa cambia, o cosa è cambiato, dalla pubblicazione di “La fattoria africana” di Isak (Karen) Dinesen a quella de “La mia Africa” di Karen Blixen?
Che cosa sarebbe successo alla fattoria africana se il marito di Karen Dinesen fosse stato Ernest Hemingway?

A questo punto la domanda è: che cos’è un autore?

E’ un cacciapalle della malora. Ecco cos’è.
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Emergo. Emergo dagli sforzi che sfrattano l’incolpevole frantumare d’un illogico livore. Se fossimo capaci di cavalcare la funambolica eco di coloro – e quanti sono – che, invitti, planano sulla rovente staccionata che s’è a stento salvata dai fuochi, tutt’altro che fatui, della critica che s’arrota su ispidi, indistruttibili, zigrini; allora la nostra disposizione e il nostro animo sarebbero tersi come l’acqua d’un lago alpino immediatamente dopo l’alba. Arzigogoli e chiose sarebbero mera glossolalia di pittime, innocenti quanto poco avvedute, e dunque sostanzialmente idiote: riprovevoli nel loro berciante onnicomprensivismo. Ah, la caduta delle travi linguistiche e delle centine grammaticali, quale polverone di legna tarlata lascerebbe nell’aria attorno. Niente altro che panacee in piena liquefazione sarebbero le loro chiodate, chimeriche, argomentazioni. M’immergo. M’immergo nella fangosa lagunare calma della totale astrazione, come carpa in un canale irriguo a una risaia. Le bolle che vedete in superficie sono flatulenze. Scoregge di carpa.
L’antica children lullaby delle rane [*] non è così efficace, ma l’effetto sulla caducità del potere distruttivo d’un improvviso, immanente, sonno è sufficiente. Sì: sufficiente.

[*]: Sotto la barca la carpa campa, sopra la barca la carpa crepa.
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Io invece camminerei volentieri dietro al mio furgone funebre. “Mio” nel senso che trasporta le mie spoglie (vestite, naturalmente: le spoglie svestite fanno davvero senso). Dietro al furgone spettegolerei assieme con i tre gatti che l’accompagnerebbero (preferisco che moglie e figli restino a casa, magari senza piangere. Anzi: sto studiando la maniera di farmi odiare da loro cosicché, allo schiatto, non soffrano troppo).
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‘sta “pulsione di morte” è già legata a un po’ troppi altri concetti, a mio vedere. Ti giri contro un cespuglio per pisciare e zacc.. ti attribuiscono una pulsione di morte. Se vicino al cespuglio c’è una pozzanghera, poi, sei pure narciso!
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Quod scripsi scripsi.
Quod dixie e pixie!
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