Mutter-Wiegenlied

Jeder Ungeziefer
ist gut zu seine Mutter.

Gregor aber nicht!
Gregor aber nicht!

Pech für dich, o Gregor.
Pech für Sie, mein armer Sohn.

Wenn Ihre Schwester Sie sah,
weinen heiße Tränen, ja.

Wenn dein Vater dich sah,
weinen heiße Tränen, ja.

Und wir hoffen, und wir hoffen
dass der Hauptsitz nicht ankommen!

Wer weiß, wie es wäre schlecht fühlen,
schlechte Hauptsitz, warum:

Jeder Ungeziefer
ist gut zu seine Mutter.

Für den Hauptsitz aber nicht!
Für den Hauptsitz aber nicht!

Ninna nanna che le scarafagge tedesche cantano al loro piccolo, dopo averlo nutrito con latte di soja. Gregor è un nome molto comune tra scarafaggi e bacherozzi vari di lingua tedesca. È evidente la natura di lullaby di questi versi grazie alla sintassi deliberatamente approssimativa, agli accorati riferimenti a un’inspiegabile tristezza della sorella e del padre e quelli, totalmente indecifrabili, a un misterioso capufficio (Hauptsitz) che si spera non arrivi. Nemmeno si capisce bene perché Gregor, il piccolo Ungeziefer, non sia gradito alla sua mamma: è certo un gioco di parole.

Ho estratto questa vecchia Wiederlied da un manoscritto, che ho trovato a Tubinga in uno scantinato dell’Università e che quasi certamente è opera dello Holzernkopf[*]; si tratta di uno studio sulle forme dell’accudimento dell’infante. È attualmente inedito.

[*]: Hans Holzernkopf (Donaueschingen, 1873 – Tubingen, 1958), accademico e ricercatore di Tubinga, la cui opera, nelle mie traduzioni, è apprezzata persino da Ennio Bissolati.

La formazione del beone / 1 – Fred “Whisky facile” Buscaglione.

Vi sentirete dire che la mamma non lo amava. Vi sentirete dire che il padre era un ubriacone. Che la condizione della famiglia era misera. Che i compagni di giochi, e poi di scuola, lo trattavano come uno straccio, lo sfottevano, lo spintonavano. Questo se a raccontarvi la storia delle sue bevute è qualcun altro. Be’, con me queste balle non le leggerete. Io non ho nessuna pendenza con la mia famiglia. Non ho nulla da rinfacciare ai miei. Mio padre era sobrio come un cammello. Anzi, di più: come un dromedario. La mamma? La mamma, poi, mi riempiva di attenzioni, mi viziava, coccolava a pane e burro. E marmellava. Come marmellava la mia mamma non c’è mamma che marmelli altrettanto meravigliosamente. Gli zii mi capivano benissimo e io capivo loro; li decifravo con decenni di anticipo.

No, con le mie bevute la famiglia non c’entra. Non la famiglia dalla quale origino, no.

Donne? No, nemmeno quelle. Potevo averne di belle, meno belle, più belle e basta (criminalmente belle, solo le automobili). Non erano le delusioni amorose a spingermi all’alcol.

Poco prima della guerra si faceva il gioco del proibizionismo. Era proibito tutto quello che arrivava dall’America, sapete, quella terra demo-pluto-giudaica o giù di lì, come dicevano gli specialisti della propaganda. Poi quegli altri della pallida Albione (o perfida? boh!) un bel giorno ci sanzionano. Di già il brandy era diventato ardente, da quel giorno, di whisky, nemmeno più l’ombra. Ai prezzi normali, voglio dire. Che doveva fare un giovane curioso come me? Volendo provare l’ebbrezza della trasgressione per un po’ ci s’accontentava di qualche scazzottata 6 a 1 sotto un lampione, in una notte di nebbia. Poi le esigenze crescevano. Arrivava voce che i distillati demo-pluto-giudaici fossero davvero extra. Be’, ragazzi, uno come me, un duro della rive gauche (del Po), non poteva non provarci. Così cominciai a cercare di metter su una specie di borsa nera dell’alcol di cereali. Per procurarmene dovevo fare dei giri tremendi. Quelli che vantano di avere importato i 78 giri di Armstrong e Gershwin, come prova della loro attività clandestina, sono dei pivelli; io di quel contrabbando non ho mai avuto bisogno: lo swing ce l’ho nel sangue e mi è sempre bastato prendere in mano il violino per farlo venir fuori. Devo però ammettere che per un litro di scotch riuscivo a ottenere 25 dischi. Ho raccattato tutto Joe Venuti, quando ancora nessuno qui se lo filava. E poi Grappelli, che con quel cognome era un programma.

Un giorno vengo pedinato da un tizio con un cappotto scuro e il solito bavero alzato. Me ne accorgo, svolto veloce in un vicolo dietro Santa Giulia, ma quello mi marca stretto. Allora mi dico “Fred, svignartela come un pivello non è da te”. Mi fermo, mi volto, lo squadro. Lui ammicca e un momento prima che parta il mio sinistro da un quintale mi dice: “Calma, Fred, sono del CLN[*]. Ci serve l’aiuto di uno come te”. “L’avrei giurato che prima o poi mi avreste cercato”, dico, “che volete che faccia?”. “La qualità dell’alcol di cereali che circola per la città e gli immediati dintorni è sempre più bassa. Probabilmente è colpa di qualche infiltrato che deliberatamente altera le partite e dà giudizi positivi su roba scadente.” Il problema si presentava grave e difficile da risolvere. “OK”, dico, “se vogliamo evitare che si torni al vecchio intruglio autarchico di vinacce sbruciacchiate, bisogna avere un assaggiatore con i baffi. E io, modestamente, i baffi li ho”. È così che ho preso a darci dentro col whisky. I ragazzi ne portavano, a spalla, in bici o in velosolex e io avevo l’incarico – alla faccia del regime – di controllare la qualità della merce. Solo così le cose sarebbero cambiate. Potete non crederci, ma io ho bevuto per la Patria del futuro. Altro che storielle lacrimevoli.

[*]: Comitato Libagione Nazionale

Studi per una lettera d’abbandono prematuro.

Cari amici,

sapete quant’è distante la morte?

Un filo o poco più, che dal colmo del nulla recidendosi s’addipana in abissi d’ingremibile assenza e s’aggroviglia alla balaustra verniciata di non-io di sporchi palazzi scalcinati, o elettrico e violento s’inalbera a fior di pelle estinguendosi subito al primo crogiolare d’essere.

È curioso il mio ondeggiare a mezz’aria, pur con valigie pesanti, dove un tempo vagavo per bordelli e ristoranti, nel ricordo di mondi insabbiati dall’oste ubriaco mentre mi serviva patate e vino giù in paese e dove ora ghermisce un ceppo di fiori il vecchio prevosto, l’erba ruggine s’insinua nell’asfalto e le foglie s’intricano lungo l’ammattonato spoglio. Chissà, forse s’insinuano incautamente, negli anni della riottosa lucidità, i pensieri del “peccato essere soli”, di un inesorabile dissolversi in pulviscoli di arrendevolezza del cuore – lui, il giovane bastardo, riverso nell’ammanco quotidiano a sconfortare, compatire o amare i banconi dei bar che nutrirono la pesantezza del suo non-essere.

E ogni ammanco accentuato nelle slabbrature dell’inabbastanza, ogni dire ossitono accennato nel trepestio del vuoto, descrive la trama inedita di qualche nulla abbozzato in questo luogo tradotto in fastidiosi singhiozzi dagli spasmi del diaframma. Eppure ci saranno stati fabulistici luoghi, e altri ancora oltre a quelli, dove vivere sereni trovando caffè china e marlboro dopo l’orgasmo, dove il calpestio della luce s’affligge del silenzioso buio scevro d’angosce; ma forse non per noi, che li rivoltammo in mistici pensatoi d’immagini sbiadite e frammentate, gente di campagna, allevatori di tacchini e null’altro.

Ecco la vertigine che si scuote in brivido sul bordo di un ramo duro d’albero, ecco le mie parole che trascolorano l’inutile sofferenza dell’abbandono in lunghi miagolii-addii per renderla ironica, quasi buffa; ecco la vertigine di un essere che non è stato sul serio né per gioco e ormai sta prendendo il largo sulla corriera della notte.

Biascica nella balugine la mia vita in un diavoloso pomeriggio sfinito sulla pietra accanto all’erba mentre s’accovacciano i tacchini nella terra spaccata dal sole. Mi nega la parola come a un muto il letargo di mille e mille anni della felicità, ormai troppo anchilosata per uscire dal suo bozzolo. Oppure sibilano tra le strade incubi di vecchiaia e gioventù, muovendo foglie, corrucciandosi e alterandosi in poesia, veemente forza d’inessenza che preannunciò partenze e non-ritorni in un fottio di canzoni divampate ai quattro venti, e marchiò la volubile schiatta degli uomini in esseri versati all’inganno, come fummo noi da prima che nascessimo, gettati in cronosfere di menzogna o costretti in quinte di case e letti, uffici e chiese, da input-output di gioie disavverate o appena pizzicate sulla lingua, occupati a misurare quanta distanza ha raggiunto d’un sol battito il battito d’ali dell’eternullità, capaci solo d’ossi di parole sotterrati in humus d’apparire che escrementano ogni atomo d’io nello scorrere-trascorrere delle disillusioni, cadaveri che neppure l’unghia del cane potrà mai disseppellire.

Ecco scema or ora la presenza di un singolo diacronico attimo d’inizio secolo brutalmente esecrato dalla morte che s’allunga ombrosa in un’altra giornata, dimora di questa mia generica presenza inudita e presto dimenticata; se poteste vedermi in bilico sul ramo più robusto di quest’albero direste che nulla è cambiato, oppure tutto, da quando ci arrampicavamo bambini per scorgere campanili e monti. 

Devo andare. Avrei voglia di lasciarvi una possibilità, ma non saprei davvero quale.  

     Vostro,

            faust

[G.M.G.]

******* dalla critica ******

addipana
ingremibile
crogiolare
ammattonato
inabbastanza
ossitono
trepestio
fabulistici
balugine
diavoloso
inessenza
cronosfere
disavverate
eternullità
diacronico

Non ce la facciamo più a sfogliare il vocabolario. Non si fa in tempo a richiuderlo che occorre riaprirlo. E capita di non trovarci nulla perché lei conia, neologizza, glottofileggia, gammatologifica e insomma con il linguaggio ci fa il cazzo [*] che le pare. Griffi: ma chi l’autorizza? Per chi ci ha presi? Per dei forzati della analisi grammaticale, logica, del periodo e del testo? Ma come si permette? Noi siamo orgogliosamente beceri: adoriamo il piattume linguistico imperante, l’uniformità lessicale e prosodica travestite da impegno sociale. E che ciò sia fatto con leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità ecc. (anche se di questi concetti non è che ci sia tutto chiaro, dobbiamo dirlo). Insomma, Griffi, lei è defatigante (l’abbiamo trovato sul vocabolario mentre cercavamo “diavoloso”). E lo diciamo con rammarico perché pensavamo che “defatigante” fosse colui che ti toglie la fatica di dosso (una sorta di agnus dei qui tollis fatiga mundi), ma non pare così.

con ossequi:

Sindacato Membri Comitati di Lettura Premi Letterari Italiani

[*]: “cazzo” si può dire e scrivere. Sappiamo con certezza che l’usò il Leopardi nei suoi carteggi.

La Jona.

Già ai miei tempi (e anche prima), dalle mie parti, c’era la jona. Cos’è la jona? È una specie di grosso uccellaccio, a metà strada tra un corvo, un gufo e un tacchino, che se ne sta appollaiato sulla sporgenza più prossima alla porta di casa. Quando esci la mattina, la jona ti vede, si lancia in picchiata e ZACC ti affibbia una beccata tra capo e collo, posteriormente, e ti lascia così indolenzito e apatico per tutto il giorno. La jona è abilissima a non farsi scorgere e ogni tentativo di fregarla, facendo più attenzione, portando una sciarpa spessa o uscendo dalla porticina sul retro (quella di servizio della portineria), è del tutto inutile: non si sfugge alla jona. L’effetto della beccata della jona è subdolo. Comincia a farsi sentire con alcuni sbadigli, come se non ci si fosse del tutto svegliati e si desiderassero, per qualche quarto d’ora ancora, il tepore delle coperte e le morbidezze del materasso. Poi, dopo un po’, si è presi da una sorta di stanchezza sottile alla quale si tende ad attribuire un’origine esistenziale. Nei casi più sfortunati si presenta anche un vago mal di testa. Alcuni hanno parlato di nausea, certo esagerandone sartrianamente la portata. A seguito di ciò tutta l’attività che dovrebbe essere svolta nel corso della giornata, a scuola, in ufficio, in laboratorio, in officina, viene severamente inficiata e più si cerca di opporre resistenza a quella sorta di apatia, tanto più vi si sprofonda. Nessuna ricerca seria e sistematica è stata fatta sulla natura degli effetti del “colpo di jona”; ciò sembra dovuto alla ritrosia con la quale il colpito si pone di fronte a qualsiasi tentativo di indagine in merito. Appare quindi naturale che sia molto difficile parlare di cure, terapie e profilassi. L’unica pare essere l’evitare la beccata. Si deve sapere che molti sono i tentativi messi in opera allo scopo di non farsi colpire dal becco micidiale della jona. Per lo più si cerca di coprirsi per bene, ma ciò si può fare solo d’inverno. Eppoi è in pratica impossibile evitare di lasciare scoperta anche un piccola porzione di collo, del viso o un orecchio. Possedendo l’uccello malefico una mira e una rapidità d’azione eccezionali, se ne è comunque vittime. Non sono chiare – e in un’epoca di generalizzato ritorno dell’interesse alle cose di natura ciò è davvero strano – le ragioni per cui la jona abbia questo comportamento peculiare. Non si riesce a vedere quale vantaggio ne tragga, poiché la beccata non le apporta che qualche brandello di cellule epiteliali morte: un alimento la cui efficacia sarebbe risibile anche per un metabolismo efficientissimo, come quello dei rettili. La jona è un uccello, ed è ben noto che gli uccelli sono caldi; essa deve di certo provvedere al suo sostentamento alimentare in altri modi e non rimane che congetturare che questa attitudine agli assalti mattutini sia un mero vizio. Come possa essersi sviluppato un vizio, avulso dalle necessità della sussistenza, in un essere che nemmeno è un mammifero degli ordini inferiori, è un mistero profondo. Alcuni hanno tentato di proteggersi dall’aggressione della jona ricorrendo a un vestimento a scafandro, come quello di un palombaro o di un astronauta delle missioni Apollo. Il solo risultato ottenuto da costoro è stato quello di provocare un rapido intervenire di personaggi bianco vestiti scesi da rumorose ambulanze. Non pare sia possibile cavarsela in modo semplice. Ci si deve, presumibilmente, rassegnare.

Speranze.

Quando mandai il mio primo manoscritto a Pasolini questi mi rispose dicendo: “Lei è un diplomato che scrive come avesse una licenza elementare, e solo quella. Ciò rende falso il suo essere letterario. Cerchi di tornare a una licenza elementare unica e vera!”. Apportai severe modifiche al manoscritto e lo inviai quindi a Fortini che si espresse così: “mmmhhh, una narrazione volontaristica e tutta ammicchi, tutta fregatine di mani. Di coetanei ne ha visti troppi volteggiare prima di posarsi: si dissolva quanto è composto.” Operai la dissoluzione richiesta, o almeno così mi parve, inserendo un quid d’afflato poetico debolmente strutturato e ritentai con Raboni che bonariamente replicò: “È un’esigenza che nasce, io credo, da un desiderio di emulazione. Se ci affidiamo all’orecchio, e solo all’orecchio, le sue storie ci sembrano dei veri e propri epigrammi.”, e concluse: “Che cosa, in effetti, può trattenere un essere umano da un gesto di solidarietà che, oltretutto, non costa nulla, visto che ciò che viene donato non ha più, per il donatore, alcuna utilità?”. Liquidato in questo modo ritenni che molto dovesse ancora essere fatto affinché il mio manoscritto potesse essere ritenuto affine a un’opera letteraria. Lo riposi in un cassetto, assieme a una confezione di sali igroscopici per preservarlo dall’umidità, e lo scordai per lungo tempo. Lo ripresi ch’è un paio d’anni. Rilettolo, decisi che c’era tutto il materiale per compilare almeno un capitolo d’una raccolta di monografie sulla de-formazione dello scrittore. Resto pazientemente in attesa della disponibilità di Giulio Mozzi (sperando non mi dica che non ne vuol sapere di un file JPG da scanner).

Alce nel Paese delle Meravgle.

Cosa sono le “meravgle”? Son frutta&verdure che un’alce (ma anche un alce) ama tanto, ma tanto. Le brama, le ama e se le trova se ne sfama. Gustose, saporose, grasse e sugose. Ah, le meravgle: sono favolose! L’alce cerca le meravgle e quando le trova fa le capovolte sbattendo le zampe a terra e, dopo, le corna. E dopo ancora, nuovamente le zampe. È sempre sulle zampe, l’alce. E le meravgle la/lo mantengono sana/o. Non può fare altro che sbafarne a ufo e, se a trovare le meravgle è un orso, o un gufo: le ruba, fa la ladra, l’alce (mollerà orso o gufo con un naso a tartufo, o a funghetto rebufo). Per un pasto con le meravgle, l’alce può vendere sua madre all’Uamandé, suo padre al Gurufù, sua nonna al Marané, suo nonno al Badalù. L’alce per le meravgle stravede, straparla e stramucca (stravacca solo quando fa la cacca, ma non sempre). Se sta senza meravgle per troppo tempo, l’alce cade nel vuoto della parola: non parla, non canta, non vola. Veramente non vola anche se le meravgle le trova, ma sapete: occorre completare ben bene la frase. Nel paese delle meravgle, l’alce gode come una mucca scozzese (o forse francese) alle prese col toro Roncasballe che, da quando ha fallato un salto allo steccato è detto solo Roncas (le balle le ha mollate là, sul duro steccato travoso e acuto). Se trova meravgle e toro (quello detto Roncas, l’amato e bramato – pur men delle meravgle – Roncas) l’alce resta turbata: Roncas o meravgle? Atroce sceverare tra queste bellezze della natura. Ma l’alce non perde flemma e gusta Roncas brucando meravgle. Eh, eh! E notare che Roncas ce la fa (anche se le balle le ha mollate sullo steccato, là) ed è perché ha pur gustato meravgle che sempre preludono all’amoroso convegno con l’alce. Tutto questo nel paese delle meravgle. Altrove non so. Forse altrove Roncas non può. Ma le meravgle, le meravgle, mollarle no, no, no!

Los desarrollos sensacionales.

Lo desatan seguramente los de Siguenza. La desiada sensacion lubrica debe sentidamente lucear derecho sobre los danceros sevillanos. Linda, dulce, sentida: la desombrada, sagrada, lecion de San Luis de Santiago (lo despues siniscalco) levanta de sus ludico devocionar santos. Limpio, desde sus laquearal deseos, siente locos declamantes sobre lugar deserto. San Luis de Santiago, leytor dos santos, latea deferente sintagro: lucha, demoneo sentir, letra doblada singualmente. Lanferan dos siglos lucientes de soledad, la desatada soledad, los dementes sassillados. Lucaks, Derrida, Saussure lo deseplan sin letras dadaistas. Seguramente, llenando dobles sintagmas, linian desertos secretos – lluviales de sanadìa – lazando diples sin lugar. Devotes, si la derecha sinergia los demanda siguientes llanos, doblan singularidad liberales, Dante sequitur. Los “devoti siriaci” (leer: devotos siriyacos) lazan desarrollar sus leciones dantescas surclasando la demandada subordinacion. Lluvia de sagrada legalidad, desata siglos llorando desmisurados solcos. Liniar desde sintalcos lestas – deber seriosos – la didascalica secion landéra develte sueños lindos. Duarte, susteniendo la derecha suavidad, locaba desaplente sonidos liliales (desde sus levante desombrador siviero) lazando dexteridad singular. Llevio desolto ser lugantes de sasolana locredad, debe se levantar dujeros soltos. Lanezas de sinoches, los denominados siguentan ley de seguridad, larvados desde sueño leal. Dogales, si la deprecada santidad linia dias, se levanta declarando seciones lestas de siglos luteranos. Debemos sentir la declamacion suadente, las derechas sinergias (locatores-desarroladores-siglador) liniantes dos sintagmas. La debida sortida, lazante de sensos, la declaran sin levantar dualidad, señorilmente, los de Sevilla. Los danceros sevillanos. Los desarrollos sensacionales, la declarada sagralidad, la deben seguramente llevarar. Deseo sintactico: leer declamando sonoramente.