Regina di Maggio

Nello spirito ormai disarmato
Frammenti di vecchie agonie
Come frecce talmente usurate
Da non ferire neppure più.

Nessuna luna
A illuminare la notte.

Speranza arida come
Terra d’Ottobre.

E tu, Regina di Maggio

Persino nei miei sogni
Ti sei negata a me
E mi hai mandato
Solo le tue serve
.

[GMG il giovane]

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La formazione del beone / 1 – Fred “Whisky facile” Buscaglione.

Vi sentirete dire che la mamma non lo amava. Vi sentirete dire che il padre era un ubriacone. Che la condizione della famiglia era misera. Che i compagni di giochi, e poi di scuola, lo trattavano come uno straccio, lo sfottevano, lo spintonavano. Questo se a raccontarvi la storia delle sue bevute è qualcun altro. Be’, con me queste balle non le leggerete. Io non ho nessuna pendenza con la mia famiglia. Non ho nulla da rinfacciare ai miei. Mio padre era sobrio come un cammello. Anzi, di più: come un dromedario. La mamma? La mamma, poi, mi riempiva di attenzioni, mi viziava, coccolava a pane e burro. E marmellava. Come marmellava la mia mamma non c’è mamma che marmelli altrettanto meravigliosamente. Gli zii mi capivano benissimo e io capivo loro; li decifravo con decenni di anticipo.

No, con le mie bevute la famiglia non c’entra. Non la famiglia dalla quale origino, no.

Donne? No, nemmeno quelle. Potevo averne di belle, meno belle, più belle e basta (criminalmente belle, solo le automobili). Non erano le delusioni amorose a spingermi all’alcol.

Poco prima della guerra si faceva il gioco del proibizionismo. Era proibito tutto quello che arrivava dall’America, sapete, quella terra demo-pluto-giudaica o giù di lì, come dicevano gli specialisti della propaganda. Poi quegli altri della pallida Albione (o perfida? boh!) un bel giorno ci sanzionano. Di già il brandy era diventato ardente, da quel giorno, di whisky, nemmeno più l’ombra. Ai prezzi normali, voglio dire. Che doveva fare un giovane curioso come me? Volendo provare l’ebbrezza della trasgressione per un po’ ci s’accontentava di qualche scazzottata 6 a 1 sotto un lampione, in una notte di nebbia. Poi le esigenze crescevano. Arrivava voce che i distillati demo-pluto-giudaici fossero davvero extra. Be’, ragazzi, uno come me, un duro della rive gauche (del Po), non poteva non provarci. Così cominciai a cercare di metter su una specie di borsa nera dell’alcol di cereali. Per procurarmene dovevo fare dei giri tremendi. Quelli che vantano di avere importato i 78 giri di Armstrong e Gershwin, come prova della loro attività clandestina, sono dei pivelli; io di quel contrabbando non ho mai avuto bisogno: lo swing ce l’ho nel sangue e mi è sempre bastato prendere in mano il violino per farlo venir fuori. Devo però ammettere che per un litro di scotch riuscivo a ottenere 25 dischi. Ho raccattato tutto Joe Venuti, quando ancora nessuno qui se lo filava. E poi Grappelli, che con quel cognome era un programma.

Un giorno vengo pedinato da un tizio con un cappotto scuro e il solito bavero alzato. Me ne accorgo, svolto veloce in un vicolo dietro Santa Giulia, ma quello mi marca stretto. Allora mi dico “Fred, svignartela come un pivello non è da te”. Mi fermo, mi volto, lo squadro. Lui ammicca e un momento prima che parta il mio sinistro da un quintale mi dice: “Calma, Fred, sono del CLN[*]. Ci serve l’aiuto di uno come te”. “L’avrei giurato che prima o poi mi avreste cercato”, dico, “che volete che faccia?”. “La qualità dell’alcol di cereali che circola per la città e gli immediati dintorni è sempre più bassa. Probabilmente è colpa di qualche infiltrato che deliberatamente altera le partite e dà giudizi positivi su roba scadente.” Il problema si presentava grave e difficile da risolvere. “OK”, dico, “se vogliamo evitare che si torni al vecchio intruglio autarchico di vinacce sbruciacchiate, bisogna avere un assaggiatore con i baffi. E io, modestamente, i baffi li ho”. È così che ho preso a darci dentro col whisky. I ragazzi ne portavano, a spalla, in bici o in velosolex e io avevo l’incarico – alla faccia del regime – di controllare la qualità della merce. Solo così le cose sarebbero cambiate. Potete non crederci, ma io ho bevuto per la Patria del futuro. Altro che storielle lacrimevoli.

[*]: Comitato Libagione Nazionale

Studi per una lettera d’abbandono prematuro.

Cari amici,

sapete quant’è distante la morte?

Un filo o poco più, che dal colmo del nulla recidendosi s’addipana in abissi d’ingremibile assenza e s’aggroviglia alla balaustra verniciata di non-io di sporchi palazzi scalcinati, o elettrico e violento s’inalbera a fior di pelle estinguendosi subito al primo crogiolare d’essere.

È curioso il mio ondeggiare a mezz’aria, pur con valigie pesanti, dove un tempo vagavo per bordelli e ristoranti, nel ricordo di mondi insabbiati dall’oste ubriaco mentre mi serviva patate e vino giù in paese e dove ora ghermisce un ceppo di fiori il vecchio prevosto, l’erba ruggine s’insinua nell’asfalto e le foglie s’intricano lungo l’ammattonato spoglio. Chissà, forse s’insinuano incautamente, negli anni della riottosa lucidità, i pensieri del “peccato essere soli”, di un inesorabile dissolversi in pulviscoli di arrendevolezza del cuore – lui, il giovane bastardo, riverso nell’ammanco quotidiano a sconfortare, compatire o amare i banconi dei bar che nutrirono la pesantezza del suo non-essere.

E ogni ammanco accentuato nelle slabbrature dell’inabbastanza, ogni dire ossitono accennato nel trepestio del vuoto, descrive la trama inedita di qualche nulla abbozzato in questo luogo tradotto in fastidiosi singhiozzi dagli spasmi del diaframma. Eppure ci saranno stati fabulistici luoghi, e altri ancora oltre a quelli, dove vivere sereni trovando caffè china e marlboro dopo l’orgasmo, dove il calpestio della luce s’affligge del silenzioso buio scevro d’angosce; ma forse non per noi, che li rivoltammo in mistici pensatoi d’immagini sbiadite e frammentate, gente di campagna, allevatori di tacchini e null’altro.

Ecco la vertigine che si scuote in brivido sul bordo di un ramo duro d’albero, ecco le mie parole che trascolorano l’inutile sofferenza dell’abbandono in lunghi miagolii-addii per renderla ironica, quasi buffa; ecco la vertigine di un essere che non è stato sul serio né per gioco e ormai sta prendendo il largo sulla corriera della notte.

Biascica nella balugine la mia vita in un diavoloso pomeriggio sfinito sulla pietra accanto all’erba mentre s’accovacciano i tacchini nella terra spaccata dal sole. Mi nega la parola come a un muto il letargo di mille e mille anni della felicità, ormai troppo anchilosata per uscire dal suo bozzolo. Oppure sibilano tra le strade incubi di vecchiaia e gioventù, muovendo foglie, corrucciandosi e alterandosi in poesia, veemente forza d’inessenza che preannunciò partenze e non-ritorni in un fottio di canzoni divampate ai quattro venti, e marchiò la volubile schiatta degli uomini in esseri versati all’inganno, come fummo noi da prima che nascessimo, gettati in cronosfere di menzogna o costretti in quinte di case e letti, uffici e chiese, da input-output di gioie disavverate o appena pizzicate sulla lingua, occupati a misurare quanta distanza ha raggiunto d’un sol battito il battito d’ali dell’eternullità, capaci solo d’ossi di parole sotterrati in humus d’apparire che escrementano ogni atomo d’io nello scorrere-trascorrere delle disillusioni, cadaveri che neppure l’unghia del cane potrà mai disseppellire.

Ecco scema or ora la presenza di un singolo diacronico attimo d’inizio secolo brutalmente esecrato dalla morte che s’allunga ombrosa in un’altra giornata, dimora di questa mia generica presenza inudita e presto dimenticata; se poteste vedermi in bilico sul ramo più robusto di quest’albero direste che nulla è cambiato, oppure tutto, da quando ci arrampicavamo bambini per scorgere campanili e monti. 

Devo andare. Avrei voglia di lasciarvi una possibilità, ma non saprei davvero quale.  

     Vostro,

            faust

[G.M.G.]

******* dalla critica ******

addipana
ingremibile
crogiolare
ammattonato
inabbastanza
ossitono
trepestio
fabulistici
balugine
diavoloso
inessenza
cronosfere
disavverate
eternullità
diacronico

Non ce la facciamo più a sfogliare il vocabolario. Non si fa in tempo a richiuderlo che occorre riaprirlo. E capita di non trovarci nulla perché lei conia, neologizza, glottofileggia, gammatologifica e insomma con il linguaggio ci fa il cazzo [*] che le pare. Griffi: ma chi l’autorizza? Per chi ci ha presi? Per dei forzati della analisi grammaticale, logica, del periodo e del testo? Ma come si permette? Noi siamo orgogliosamente beceri: adoriamo il piattume linguistico imperante, l’uniformità lessicale e prosodica travestite da impegno sociale. E che ciò sia fatto con leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità ecc. (anche se di questi concetti non è che ci sia tutto chiaro, dobbiamo dirlo). Insomma, Griffi, lei è defatigante (l’abbiamo trovato sul vocabolario mentre cercavamo “diavoloso”). E lo diciamo con rammarico perché pensavamo che “defatigante” fosse colui che ti toglie la fatica di dosso (una sorta di agnus dei qui tollis fatiga mundi), ma non pare così.

con ossequi:

Sindacato Membri Comitati di Lettura Premi Letterari Italiani

[*]: “cazzo” si può dire e scrivere. Sappiamo con certezza che l’usò il Leopardi nei suoi carteggi.

Crepuscolo sulla sopraelevata

Ecco t’abbandono, Thomas, dal trabiccolo notturno
che s’affaccia sul cielo singhiozzante d’aprile
infangato dalle ciminiere vecchie di cinquant’anni
perlustrate dai camion della spazzatura.
Ed è tutto soffice come nebbia confusa
negli occhi che non dimenticano
perduti nel deserto delle palazzine sbreccate.
Come mi sentivo grande un tempo, anni fa,
accanto al distributore verniciato di ruggine
sotto l’insegna sfrigolante della Motor Oil,
come allungavo la mano tremante
guardando appena appena il ricordo
di ciò che ho lasciato alle spalle
di ciò che ho amato di sfuggita
ascoltando John Lennon
coi lavoratori la sera fumando marijuana
giù al circolo dopolavoro,
boudoir di mondo accatastato
accanto al camino
nell’anima fredda di qualche poesia,
una ragazza e un plaid sdrucito.

Ecco sento i giri di questo schizzo di luci
accese sui palazzi dell’assicurazione
inghiottiti nel fumoso argentato
fibrillare delle torce celesti
come spesso quando mi raccontavi
in piedi con la gamba sulla sedia
di cartomanti imbroglione
scatole di cioccolatini andate a male
e di quelle città così vuote
negl’intrecci di primavere tramontate
occluse dal sentimento logorroico
germogliato dalla terra morta
vittime di qualche passante distratto
o di quel padrone
milionario in rovina
destinato alla casa di cura
coi tappi nelle orecchie sporche
che non si degna di ascoltare.

Ecco sono sulle ginocchia
al crepuscolo sul ponte senza badarci troppo
mentre t’abbandono
e scrivo senza il pensiero di niente
nella cassetta della posta
di una casa diroccata
lungo il fiume
stanotte col trabiccolo del mondo
appena messo in moto
e il fiume sporco
sotto ossa aride che più non parlano
né sussurrano dei nostri giorni,
gli ultimi da queste parti.

[GMG il giovane]