Mutter-Wiegenlied

Jeder Ungeziefer
ist gut zu seine Mutter.

Gregor aber nicht!
Gregor aber nicht!

Pech für dich, o Gregor.
Pech für Sie, mein armer Sohn.

Wenn Ihre Schwester Sie sah,
weinen heiße Tränen, ja.

Wenn dein Vater dich sah,
weinen heiße Tränen, ja.

Und wir hoffen, und wir hoffen
dass der Hauptsitz nicht ankommen!

Wer weiß, wie es wäre schlecht fühlen,
schlechte Hauptsitz, warum:

Jeder Ungeziefer
ist gut zu seine Mutter.

Für den Hauptsitz aber nicht!
Für den Hauptsitz aber nicht!

Ninna nanna che le scarafagge tedesche cantano al loro piccolo, dopo averlo nutrito con latte di soja. Gregor è un nome molto comune tra scarafaggi e bacherozzi vari di lingua tedesca. È evidente la natura di lullaby di questi versi grazie alla sintassi deliberatamente approssimativa, agli accorati riferimenti a un’inspiegabile tristezza della sorella e del padre e quelli, totalmente indecifrabili, a un misterioso capufficio (Hauptsitz) che si spera non arrivi. Nemmeno si capisce bene perché Gregor, il piccolo Ungeziefer, non sia gradito alla sua mamma: è certo un gioco di parole.

Ho estratto questa vecchia Wiederlied da un manoscritto, che ho trovato a Tubinga in uno scantinato dell’Università e che quasi certamente è opera dello Holzernkopf[*]; si tratta di uno studio sulle forme dell’accudimento dell’infante. È attualmente inedito.

[*]: Hans Holzernkopf (Donaueschingen, 1873 – Tubingen, 1958), accademico e ricercatore di Tubinga, la cui opera, nelle mie traduzioni, è apprezzata persino da Ennio Bissolati.

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Cuccu (and no palomas).

Sumer is icumen in,
Lhude sing cuccu!
Groweþ sed and bloweþ med
And springþ þe wde nu,
Sing cuccu!
Awe bleteþ after lomb,
Lhouþ after calue cu.
Bulluc sterteþ, bucke uerteþ,
Murie sing cuccu!
Cuccu, cuccu, wel singes þu cuccu;
Ne swik þu nauer nu.
Pes:
Sing cuccu nu. Sing cuccu.
Sing cuccu. Sing cuccu nu!

Storia del topino blù

C’era una volta un topino marròn che mogio mogio se n’andava per la strada, stando attento a starsene di lato per non farsi sniaccare dalle ruote delle macchine e delle moto – le bici non temeva – e se n’andava ramingo. Romiva e piangeva. Gl’avevan detto ch’era un topino marròn. Triste marròn, come colore, ed egli n’era scontento. E romiva e piangeva e tutti passanti fermava e chiedeva: “sono un topino, topino marròn, io?”. E la gente, alta, bassa, bella, brutta, bionda, bruna, grassa, magra, dentuta, sdentata li rispondeva: “Sì, sì, marrone sei tu”.

“Devi, mio topino, sapere che marrone non l’è un bel colore e che ricorda polvere, terra, estrusioni organiche e alghe mal macerate. N’avresti miglior fortuna nel cambiar colore, mio topino. Essendo tu marròn, ohi che marròn, non puoi volare, no!”. Questo gli diceva lo spirito della bisnonna topa in sogno, quando dormiva dormiva, stanco stanco, un po’ più a lato del lato dalla strada. Più a lato del lato per non farsi sniaccare dalle ruote delle macchine e delle moto (le bici no) che di notte van correndo e sbilencano un po’.

La mattina del dopo la notte passata a dormir sul lato del lato, faceva colazione col resto d’un biscotto lasciato cadere sul lato dalla macchina passata poco prima, che c’era un bambino che non voleva il biscotto, biscotto marròn. Non li piaceva, al topino, il biscotto marròn. Ma la fame è la fame e non guarda il color. E allora scricchia che ti scricchia la grana del biscotto che i carboidrati van bene anche per il topino che l’è onnivoro. Dopo scricchiato il biscotto, era di meliga, dolce il palato ma grama la strada. Ché un topino marròn nessun lo vuole. E chiede al bambino: “bimbo, sono ancora marròn, io?”. “Sei marròn come una castagna marcia, come una foglia vecchia, come una cacca di vacca e come un salame scordato!”, disse quel bambino arrabbiato ché la mamma non ci aveva dato la briosch ché la maestra gli aveva messo una nota il giorno prima. E tutti videro la costernazione del topino e la disperazione del topino il quale, dallo sgomento, restava marròn e non si sognava neanche d’impallidire, ché questa è una fortuna che capita solo ai cristiani.

Tutti i presenti a questo punto cominciarono a pensare che l’intervento della fatina non dovesse più tardare. Non si poteva macerare il topino più di così. C’è un limite al marròn. Così, dopo pochi altri passi e pochi altri metri, il topino marròn incontra una fanciulla, una bimba, una ragazzuola insomma, e le chiede: “Bimba di mille bellezze che sei proprio carina e mi piacerebbe non essere un topino oppure che tu fossi una topina, sono un topino, topino marròn, io?”. “Oh, topino topino” – disse la graziosa con gentile grazia e smagliante sorriso (così smagliante che la mamma del biondino di prima media accompagnato a scuola con il quattroruotemotrici si preoccupò) “tu sembri marròn perché sei impolverato di terra perché cammini e cammini e cammini” – il topino marròn si sentiva già schiarire – “ma non devi preoccuparti ché la verità ti dirò”.

La bimba era una diligentissima apprendista fata e così continuò – ” bisogna dare un colpetto qua” – topp, topp – “e un colpetto là” – zaff, zaff – “e devo dare i colpetti con la mano perché non ho ancora la bacchetta, eppoi un colpetto ancor più in là” – zimpf, zimpf – “e infine…” – zupf, zunf. “Ora non sei più marròn, sei… sei… sei blù. Sì, sei blù.”.

Così la bambina fatina, ch’era ancora fatina bambina, parlò. E il topino che più non era marròn era tornato al suo colore originale che è un colore che nessuno è mai riuscito a vedere in un topo. Era blù, blù come non ce ne sono più. E allora se sono blù posso correre, correre e volare e saltare fin lassù. La bambina alzò la mano e gli disse: “Topino blù, salta quassù” – zoinnngggg – saltò il topino che neanche se avesse mangiato la molla della biro avresse possuto, avrette potato, avrebbe potuto, e si ritrovò sulla mano della bimba che gli disse: “Topino blù, o topino blù come non ce ne sono più, salta, salta, salta piùssù.” – e il topino saltava saltava – zoinnnggg – zoinnnggg – e sui capelli della bimba, e sui capelli della maestra, e sui capelli della madonnina sopra il muretto e ancora sulla pianta dirimpetto e infine sopra il tetto. E zimp e zoinnnggg, il topino quasi quasi volava.

Gli dice un uccellino: “Topino blù, mi fai concorrenza?”, e lui: “No, son solo felice e zompo e salto e svolazzo e non capisco come fazzo. E non capisco come fai tù che sei marròn e non sei blù”.

E questa era la storia del topino blù, che ve l’ho detta questa volta e non ve la ripeto più.

A cena dallo gnomo guardiano

C’era una volta un bosco, non tanto grande, al limitare del quale c’era una quercia – o era un leccio – sotto la cui corteccia, ben scavata e ben arredata, era la casa d’uno gnomo. Era lo gnomo guardiano. Faceva la guardia al bosco. I suoi cugini, gli altri parenti e gli amici, abitavano tutti nel bosco che lui guardava. E si fidavano di lui. Non per nulla l’avevano eletto guardiano. Vicino al bosco, non tanto grande, era una casa con un giardino, non tanto grande. Lo gnomo, fedele al millenario istinto degli gnomi – quello di essere anche pròvvidi spiriti della casa – guardare per guardare, guardava anche la casa. Non tanto grande.

Il guardar la casa, da parte dello gnomo, sarebbe potuta essere una fortuna per i due anziani coniugi che l’abitavano. Erano costoro una coppia di quelle che si direbbero “di ferro”; tenevano bene anche se c’era un po’ di ruggine. Ruggine dovuta principalmente al fatto che i due erano accomunati da una formidabile smemoratezza, che vicendevolmente si rinfacciavano, e che doveva aver avuto qualche parte nel loro destino di coppia senza prole. Com’è, come non è, i due erano smemorati e distratti, ma distratti tanto tanto tanto. Ogni giorno capitava, almeno una volta a uno dei due, di perdere qualche cosa nel giardino, non tanto grande, o sulla soglia di casa. E ieri era un biscotto, e oggi un bottone, e domani un ditale, e dopodomani una scatoletta di tonno, e così via. Ci sarebbe stato di che trasformare il piccolo giardino in una discarica. Sennonché lo gnomo guardiano, attento e rapido, trovava tutto quel che i due distrattoni smemorati perdevano. E da bravo gnomo – spiritello benigno della casa – raccoglieva, ripuliva e con un balzo che solo uno gnomo può permettersi, depositava sul davanzale della finestra ciò che aveva trovato. Lo scopo di questa azione era di permettere ai due vecchini di ritrovare la loro roba e di farli sentire meno soli. E’ bello che qualcuno raccatti le tue smemoratezze e le metta sul davanzale. Con questi due, però, non c’era verso: quasi mai guardavano il davanzale e se ci si avvicinavano, per pura combinazione, ecco che davano una gomitata al ritrovamento dello gnomo, senza nemmeno accorgersene, e ricacciavano la piccola cosa, perduta e ritrovata, tra l’erba e le foglie secche del giardino.    Capitava, ma assai di rado, che uno dei due coniugi s’accorgesse del fatto che qualcosa fosse stato perso dall’altro; era di solito la moglie che lamentava la scomparsa di un ditale o un rocchetto di filo. L’oggetto in questione veniva perso perché la moglie l’aveva scordato sul tavolo, il marito lo vedeva e non ricordava a cosa potesse servire, lo raccoglieva col desiderio di chiedere alla moglie maggiori lumi ma, tra la cucina e il salotto, aveva già dimenticato l’intento. Dimenticava poi di rimetterlo dove l’aveva preso (era il tavolo? il sofà? mah, chissà) e così, dopo aver gironzolato qualche minuto per casa, usciva in giardino dimenticando d’avere qualcosa in mano e finendo per lasciarla cadere nell’erba. Evento prontamente avvistato e registrato dallo gnomo guardiano che: “rocchetto da raccogliere”, diceva tra sé.

Quando succedeva qualcosa del genere: “T’è un smemorà del bâl”, diceva lei; al che il marito contrappuntava brontolando; “brü-brü-brü-brü”. L’anziana moglie di solito contrappuntiva; “brì-brì-brì-brì-brì-brì-brì-brì-brì”. Chi fosse passato nei paraggi della casa non tanto grande, in quei momenti di appuntito contrappunto al limitare del bosco, avrebbe dunque ascoltato un: “brü-brì-brì-brì brü-brì-brì-brì”, ben ritmato. Era un brontolare caratteristico di quell’epoca senza giradischi.

A nulla serviva la rapida e precisa operazione di recupero condotta dallo gnomo. Il rocchetto, messo sul davanzale della finestra, sarebbe potuto rimanere lì per settimane oppure essere trovato da uno dei due e gettato nell’immondizia al suono della frase: “Ma quante carabatole che el trova” o, viceversa, “la trova” a seconda dei casi. Il ripetersi quasi quotidiano di questi fatti indusse lo gnomo guardiano a modificare il suo atteggiamento nei confronti della casa e dei suoi abitanti. Cominciò col disinteressarsene, ma dopo pochi giorni vide che il giardino era disseminato dei più disparati oggetti: biscotti, ditali, aghi, fette di salame, bustine di tè, bocchini di Meerschaum, tappi di bottiglia, misurini per lo sciroppo per la tosse, pan carré, boccette di propoli, cartine Rizla, cavatappi, una manina per grattare la schiena, un calzascarpe di corno di gnù, tabacco Amsterdamer, un arburese per scorticare le sughere, una confezione d’acciughe sotto sale, capperi di Pantelleria, fischietti da arbitro, moscato d’Amburgo, guarnizioni di gomma, pepe in grani, due santini scoloriti, un portamonete a tacco, matite da muratore, ance da oboe, penne rigate integrali, monete da venti centesimi di marengo, datteri di Tlemcen (Deglet Nour, se permettete), dadi da giuoco, dadi da brodo, due metri di pizzo di Fiandra, una teglia per pizza, pasta di mandorle, pasta di sale, pasta dentifricia, olive paschiscedda, un tartufo d’Alba (piccolo), riso Maratelli, fagiuoli di Saluggia, tavolette per il biribissi, dittonghi per il birignao, bustine di preparato per il borborigmo e una pipa Mastro de Paja, che è una vera sciccheria.

Scoraggiato da cotanta inespugnabile atarassia, lo gnomo desisté dal tentare l’impossibile impresa di restituire il perduto ma, intollerante della confusione e del senso di disordine e sporcizia che ormai regnava nel piccolo giardino, decise di raccogliere il tutto e tenerlo per sé. Accumulò dunque una fortuna in beni materiali, utilizzabili per i più svariati scopi. Decise inoltre che avrebbe raccolto e immagazzinato qualsiasi cosa i due smemorati avessero persa da quel momento in avanti. In breve tempo non dovette più preoccuparsi per la mancanza di utensìli o generi alimentari fuori della sua ordinaria dieta: i due provvedevano, semplicemente scordandosene.

Avveniva che a Primavera inoltrata si facesse, al paese non tanto lontano e non tanto grande, una gran fiera. Quivi si trovavano le cose più rare e disparate che un abitante dei pressi d’un bosco potesse sognare. Come ogni anno, anche questa volta i due decisero che si sarebbero recati alla fiera, come facevano dai tempi della loro giovinezza e come erano usi fare, con i rispettivi genitori, fin dalla più tenera età. Si lamentavano, però, di come e qualmente le cose che si trovavano ora alla fiera non avessero più la resistenza e la durata di una volta.

Con una borsa di corda intrecciata ciascuno, e dopo aver chiusa la porta a chiave, i due si diressero con passo boscaiolo verso il paese. Era mattin buonora e c’era il tempo per andare, far gli acquisti e tornare al mezzogiorno suonato. Dan, dan, dan, batteva il mezzodì la campana del vicino paese dal campanile, non tanto grande, della vecchia pieve. I due ritornavano seguendo la solita strada, che era un sentiero battuto un po’ più largo d’una mulattiera. Poco dopo l’ultimo rintocco della ripetizione ai cinque minuti, eccoli davanti alla porta di casa. “Tì, Celestina Chiaretta, dame le ciavi che dorbo”, “Martìn del Boso, le ciavi te le g’hai tè”, “Ma no che te le g’ho date a tì dopo che ‘l g’ho serà”. E ma no, e ma sì, e ma va’, e ma che barba de omo, e ma che piva de dona, insomma c’era una certa discussione sul dove fossero finite le chiavi. Martìn posò la sua sporta e cominciò a frugare nella tasche di pantaloni e giubbotto. La sporta era bella piena di prelibatezze e rarità; era colma al colmo. Sul colmo del colmo faceva bella mostra di sé un Gran Salame del Dì di Festa, specialità delle Valli Tellina e Patella. Delle chiavi nemmeno l’ombra. Intanto, per effetto della botta conseguente il gesto un po’ stizzito col quale Martìn aveva posato la sporta, il Gran Salame iniziò un movimento oscillatorio che l’avrebbe portato a cadere sul prato, di lì a poco. “Stai a vedere che il salame non s’accorge che cade”, pensò – un po’ anacolutescamente – lo gnomo guardiano che stava, sulla soglia della casa nella quercia – o leccio -, seguendo l’intreccio. “No le g’ho le ciavi, Celestina Chiaretta”, disse Martìn. “Le cerco mì, garofano d’un Martìn”, ribatté Celestina lasciando cadere a terra la sua sporta. Anche la sporta di Celestina era bella colma e sulla vetta di quel monte di bontà campeggiava una bottiglia di Vin Rosso di Dolceacqua (o era Rubino di Cantavenna?); una gioia per gli occhi, per il palato e per la gola. L’urto della sporta di Celestina col terreno fece sì che la bottiglia imitasse il salame. “Non posso credere che non se ne accorga”, pensava lo gnomo vedendo la cosa. Le chiavi uscirono dalla tasca interna del corpetto di Celestina. Ne uscì anche una limetta per le unghie, dono d’una cugina. “Oh, le ciavi tele chì, lo disevo!” e le porse a Martìn il quale, scrunch-scrunch e scrack-scrack, aprì la porta. Le due sporte passarono, portate, la porta, che venne richiusa, e salame e bottiglia rimasero sul prato a riposare del viaggio.

Lo gnomo guardiano, dalla soglia della sua casetta, non osava muovere un dito. “Adesso usciranno a prenderli”, pensava. Suona un quarto, suona l’altro; nessuno si muove, nessuno appare, la porta resta chiusa e salame e bottiglia giacciono. Nemmeno si rigirano. Passa la mezz’ora, passa l’ora. Ohilà, basta indecisioni e tentennamenti. Salame e bottiglia in dispensa, rapido! Corre svelto lo gnomo guardiano fino al Gran Salame, l’afferra per la cordicella e comincia a tiràre, tiràre, tiràre-tiràre-tiràre, finché dài-dài-dài, arriva alla quercia. Sbuffa, riprende fiato, inspira e sospira e riparte. Afferra la bottiglia per il collo e tìrala, tìrala, tìrala-tìrala-tìrala, finché dàlli-dàlli-dàlli, arriva col Dolceacqua (o il Rubino? Però: mmmmhhhh, che delizia!) fino alla quercia, o leccio. Aah!

L’indole altruista dello gnomo prese immediatamente il sopravvento su quell’accesso di protervia. Si disse che, benché fosse del tutto inutile cercare di attirare l’attenzione dei due coniugi sulla mercanzia smarrita, nemmeno sarebbe stato giusto goderne in esclusiva. Senza contare che un Gran Salame e una bottiglia tutt’intera, avrebbero potuto costituire il pranzo e la merenda d’un mese, per uno gnomo di media stazza quale lui era. Fece rapidamente il conto di cugini, parenti e amici e concluse che, sì, quadrava: due robuste merende umane potevano ben costituire una cena per trenta gnomi. Avrebbe invitato a cena gli gnomi del bosco. Cercò di organizzare tutto rapidamente, per poter offrire il Gran Salame in tutta la freschezza per la quale è famoso. Chiamò passeri e rondini, ne comprendeva e ne parlava la lingua senza difficoltà, e disse loro: “Passeri del Bosco e rondini del Borgo, portate un messaggio agli gnomi miei cugini. Sapete dove sono le loro case: sotto le querce e i lecci. Dite loro che il cugino guardiano, che d’alcuni di loro è cugino germano, li invita a marenda sinoira” – la marenda sinoira è cult presso le popolazioni degli gnomi del nord-ovest e nord-centro – “Dite loro di portare ciascuno un po’ di pane, ché non ne ho abbastanza per tutti, ma che a tutto il resto penserò io. Dite loro che portino anche un po’ d’allegria”.

Così parlò lo gnomo guardiano alle rondini e ai passeri. Passeri e rondini frullarno, garrirno e infine partirno verso il bosco. E trovarno le case degli gnomi e portorno il messaggio dell’invito tutt’intorno. E non fu indarno: gnomi e gnome, tutta la cuginanza si preparò, ben contenta e rallegrata dell’inatteso invito (gli gnomi sono fortunati: non hanno mai qualcosa di più urgente da fare quando qualcuno li invita a cena). Dopo aver messo un po’ di pane nel tascapane e indossati vecchi scarponi e calzate fruste giubbe di fustagno color castagno, gli gnomi partirono in fila per tre. Cammina e cammina per i sentieri del bosco, a loro ben noti, arrivarono al limitare verso la quercia del cugino guardiano. “Ehilà, urràh, ohilà, ullallà, ulla, hülla, tralla-llà”: così si salutarono gli gnomi, nel loro modo caratteristico e rituale.

Volgeva l’ora il desìo e allo gnomo illanguoriva l’epa. Così si diede il via alla merenda, sotto la direzione dello gnomo guardiano. Molti degli oggetti smarriti e incamerati dallo gnomo vennero comodi per le più svariate funzioni: l’arburese era perfetto per affettare il Gran Salame e il cavatappi era giusto giusto per la bottiglia del Dolceacqua (o del Rubino? Accidenti!). Allora: affetta che ti affetta, imbottisci che t’imbottisci, mesci che ti mesci, tracanna che ti tracanna, inghiotti che t’inghiotti; gli gnomi del bosco stavano godendosi la più formidabile merenda-cena degli ultimi anni. E gli “mmmhhh” di apprezzamento, gli “ooohhh” di meraviglia, gli schiocchi di lingue e i frusci di tovaglioli, contrappuntavano il canto dei grilli che annunciava il crepuscolo. Candele e fuochi vennero accesi, mentre le prime stelle della sera cominciavano a sbirciare dal cielo che scuriva sempre più. Scendeva la sera e saliva l’allegria degli gnomi, aiutati in questo dal vino, per loro inusuale bevanda. I primi singulti e i primi ruttini cominciavano a farsi sentire.

Poco dopo, al culmine della serata, lo gnomo guardiano spiegò ai suoi ospiti le ragioni di tale invito e di tanta abbondanza. Una salva di “hurràh” accolse l’annuncio e lo gnomo anziano prese la parola; decretò che tanta grazia non poteva rimanere misconosciuta e decise che si sarebbero dovuti ringraziare i due coniugi; veri artefici, a loro insaputa, di tanta allegrezza. La proposta dello gnomo anziano venne accolta da uno scroscio di applausi e dal lancio dei cappelli a punta. Gli gnomi bevvero ancora un bicchierino ciascuno e si diressero, sottobraccio l’un con l’altro, verso la finestra illuminata della cucina della casa vicino al limitare del bosco. Martìn del Boso e Celestina Chiaretta erano seduti e chiacchieravano, dopo aver cenato con la pasta e fagioli. Si confidavano a vicenda che gli era rimasta una voglia di salame tra la glottide e il palato e che al più presto sarebbero dovuti tornare in paese per comperarne uno. E non si spiegavano come avessero potuto dimenticare di farlo quella stessa mattina, alla fiera del paese. Ne incolparono l’età ormai non più verde. Prima di coricarsi non si lanciavano mai accuse l’un l’altra.

Intanto, fuori, gli gnomi si disposero a coro, schiarirono la voce con qualche accordo gorgheggiato e cominciarono il loro canto di ringraziamento: “E grazie a te Martìn, e grazie Celestina. La vostra roba infin, e proprio genuina. Di giorno oppur di sera, mangiam, beviam, cantiamo, per voi animi fin, un salterel balliamo”. E ripeterono queste strofe più volte, a voce sempre più alta e con ritmo incalzante di salterello. Martìn e Celestina udirono finalmente, si alzarono e andarono alla finestra. A questo punto gli gnomi e le gnome fecero un grande inchino (gli gnomi sono piccoli ma possono fare inchini grandi) e, rialzati che si furono, cominciarono a lanciare baci, bacini e bacetti all’indirizzo della finestra. Ogni bacino appena schioccato volava verso la casetta, lasciando dietro di sé una scia fosforescente che rapidamente si dissolveva nell’aria, e quando arrivava alla finestra ci si stampava facendo tintinnare il vetro e lasciandovi un piccolo segno, come un fiocco di neve.

Martìn del Boso e Celestina Chiaretta erano sbalorditi; avreste dovuto vedere le loro facce. Per quanto si sforzassero, non riuscivano a immaginare la ragione di tanta festa e tanta fantasmagoria. Cercarono di ricordare se avessero mai fatto qualche speciale favore agli gnomi del bosco, ma lo sforzo fu vano. Con un inchino più profondo del precedente, gli gnomi salutarono, lanciarono in aria i loro cappelli a punta e fecero vibrare i vetri della finestra con un formidabile “hülla, ullallà” – uno dei saluti di riconoscenza di più alto valore tra gnomi – quindi si voltarono e scomparvero nel buio. Martìn e Celestina pensarono di aver sognato a occhi aperti per la gran stanchezza della giornata, decisero che avrebbero rigovernato il mattino dopo e s’infilarono nel lettone. Pochi minuti dopo, Celestina si strinse a Martìn e questi si sentì una specie di fremito addosso.

Nessuno dei due ricordò cosa dovesse avvenire dopo.

Storia dei tortellini

C’era una volta un cuoco che, non essendo ancora stata inventata la tivù, si sentiva limitato nello sbizzarrire la fantasia. La quale fantasia era sì notevole ma, alle volte, non riusciva a disincagliarsi dalle pastoie della pasta e fagioli, dalle saggezze della santoreggia, dalle spinosità del pesce e dal naturale e irreversibile imbozzolamento dello gnocco.

Il suo principale committente era un signorotto di provincia che aveva tutto, difetti e affetti, della provincia: pioggia e fumo dal camino in Autunno, neve sugli alberi d’Inverno, prati fioriti in Primavera e rigogliose messi d’Estate. Sempre dopo le preghiere di rito. Rigorosamente cattolico.
In tale ambiente la spinta all’innovazione era poco spinta, ma il nostro cuoco che c’era una volta si dava lo stesso un gran daffare a inventare manicaretti che soddisfacessero committente, commensali e commissario. Commisuratamente al comune sentire.

La richiesta di pasta novella era, da parte del committente, la più frequente. Ora, tutti voi sapete che la pasta è la palestra del cuoco creativo. Così il nostro cuoco che c’era una volta si sbilanciava in paste ardite, ora a manubrio ora a cyclette, sempre mantenendosi tonico.

Le richieste si facevano sempre più pressanti e nonostante la notevole abilità nell’inventare nuove paste, le esigenze del signor committente erano sempre più difficili da assecondare. Fu così che un giorno maggiolino, dopo estenuanti e infruttiferi tentativi (e non si capisce come possa essere fruttifero il tentativo di fare la pasta), il cuoco si mise alla finestra col pensiero di distrarsi un po’ ammirando le bellezze della Primavera matura e dimenticare, per qualche minuto, farine e ripieni e tecnica di stiraggio e arrotolamento. Non avrebbe potuto avere idea più felice. Lasciando vagare lo sguardo sulla gente che passeggiava in giardino, ecco che lo sguardo si posò e si fe’ portare a spasso da una giovinetta. Giovinetta nobile, graziosa e forte, di sorriso e di garretti, e di maglietta corta. Corta sì che parte del ventre ne venìa scoperto. Oh folgorazione, oh trastullo dei sensi, oh meraviglia della virginal freschezza. Oh! E quale nobile ricciolo quella serica pelle facea. Il cuoco si sentì come toccato da Grazia Celeste, la ragazza che faceva le pulizie. Si riprese e immediatamente tornò al lavoro.

Allora cominciò a impastare la farina con l’acqua con l’ovo e ancora farina e sale e un sospetto di noce moscata e impasta e impasta, e poi stendi e stendi e stira e stira sì che la pasta sembri una sfoglia, una fascia d’infante, un lenzuolo di sposa e poi di più, di più tanto che a un certo punto;

Ala d’agnol del Paradiso parve
sicché dell’agnolotto si sovvenne
tal che la pasta sfoglia gli disparve

Così, ricordando i suoi studi all’Accademia della Farina 00, ebbe l’idea supplementare di riempire la nuova pasta che andava inventando. E trita il Prosciuttino, grattugia il Parmigianino (solo la trama, però) e aggiungi il Pepino e poi stendi sul tavolo quella pasta angelica e riducila in triangolini e mettici un bacio di ripieno e poi richiudi e ritorci come quell’ombelichino divino e leggiadro che faceva capolino in quella mattina di Maggio. Pensò di chiamarli “bottoncini di pasta”.

La sorpresa e la soddisfazione del committente e dei commensali suoi furono indescrivibili. E chi bravo cuoco, e chi datemene ancora, e chi ma che meraviglia, e chi ma non si capisce bene cos’è ma è buono, e chi il buono e il bello van sempre insieme e applausi, applausi e ancora applausi.

La sola a non mostrare gioioso apprezzamento per la geniale e saporita trovata fu l’accigliata signora Annalisa Caròla Maritozzi Addentati, Contessa di Tor Tella (che gli altri nobili e aristocratici frequentatori della casa chiamavano, semplicemente, Tortella):

“Che orrore, che sfrontatezza cuciniera.”, cominciò a dire,  “E’ un affronto al limite dell’anatomo patologico. Questi… questi cosi di pasta ripiena sono tali e quali l’ombelico di mia figlia.”. Fu così che quel gran creativo del cuoco che c’era una volta ebbe ancora un’illuminazione; avrebbe chiamato la sua invenzione non “bottoncino” ma “tortellino”. Nel senso di “bottoncino della pancia della figlia della Tortella”.

T’è piaciuta la storia dei tortellini? Bene, ma adesso mangiali!

Storia del melone verde

C’era una volta, all’epoca in cui i meloni erano verdi, un melone triste triste perché stava prendendo piede la moda della frutta gialla. Al mercato tutte le massaie e tutti i pensionati volevano le nespole, le albicocche, le arance (che, vabbè, proprio gialle gialle non sono), i cachi, le mele renette e i percuochi. Roba gialla o giallognola, insomma. Era un brutto periodo e la “rivalsa del kiwi” era di là da venire. Il melone – che a quel tempo era verde, voi bambini e bambine non potete saperlo ché siete troppo piccoli – era costernato: “nessuno più mi vuole a causa del mio colore” – andava dicendo, mesto – “marcirò sul banco del mercato e finirò alla discarica comunale”. La frutta lì vicina – pere, mele e altro – lo consolava dicendogli: “dai non prendertela, vedrai che, prima di lasciarti puzzare, il fruttarolo ti svenderà a qualche distilleria e il tuo spirito si manterrà intatto”. Avevano un bel dire. Era un melone, mica un cocomero, e non poteva non cogliere un vago tono di derisione in quelle parole.

Solo l’uva, infastidita dall’idea di quella volgare proliferazione di spiriti, prese sul serio il melone e gli disse: “Non so come il tuo caso possa essere risolto ma so che un vecchio saggio, abitante su una montagna qui vicino, può aiutarti. Vai verso il monte che vedi là in fondo, a destra del mercato, e sali almeno fino a metà. Lì giunto chiedi dell’ortofrumàgo. Quando l’avrai trovato dovrai parlargli apertamente: lui saprà aiutarti”.

In un momento di distrazione del fruttarolo, il melone saltò giù dal banco e si diresse verso il monte della speranza. Arrivato lì cominciò a cercare l’ortofrumàgo e avute poche ma essenziali indicazioni dai funghetti locali, si diresse verso il magico antro. “Non dirmi chi sei, non dirmi che vuoi”, disse l’ortofrumàgo al vedere il melone, “sono l’ortofrumàgo mica per caso e la magia non l’ho studiata per corrispondenza. Dunque so che il tuo venire è dettato da un irresistibile desiderio di dicromìa”. Stupito da tanta perspicacia il melone restò silenzioso per qualche secondo, ma poi: “Ortofrumàgo, io sono vessato dal senso di colpa per essere incapace d’attirare l’attenzione della massaia. Sono verde, verde capisci? e tutti vogliono il giallo e nessun m’acquista. Ancora pochi giorni e il mio destino sarà la discarica, o la distilleria”.

L’ortofrumàgo gli disse: “Non devi crucciarti per questo, io sono espertissimo in materia e posso cambiare la tua vita”, gli occhi del melone si accesero e la sua boccuccia accennò a un sorriso. L’ortofrumàgo continuò: “Ho qui un preparato per trattamenti endocromatici ipodermici” – il melone strabuzzò gli occhi – “che con una costante applicazione ti cambierà i color”. L’ortofrumàgo concluse: “Solo una piccola iniezione, ogni mattina per due settimane, e il tuo sogno s’avvererà. Tieni, ecco la boccetta della medicina ed ecco la siringa”. Ricevute poche altre istruzioni, sussurrate come tra carbonari, su come usare la siringa senza correre rischi, il melone se ne tornò, trullo trullo, verso la sua casa-banco-ortofruttalminuto. Strada facendo pensava: “dovrò bucare il mio sederino verde, ahimè”, ma non era eccessivamente preoccupato data la galbinea prospettiva che gli si parava di fronte.

Dalla mattina successiva iniziò il trattamento: e prendi la siringhetta, e aspira dalla boccetta, e agisci con mossa precisetta, e infilala nella verde chiappetta. “Ahi! Ma diverrò giallo, giallo, sì”. Così diceva il melone verde, ora in odor di giallitudine, ogni mattina per due settimane, come da consiglio dell’ortofrumàgo.

Dopo qualche giorno cominciò a porsi il problema di sapere quanto giallo fosse diventato e, benché si sentisse benissimo, accettò il consiglio della solita uva di farsi controllare dal cocomeraro. Il cocomeraro di quel mercatino, come del resto tutti i cocomerari, non godeva di buona chiacchiera e spesso si sentiva qualcuno apostrofare il prossimo ricorrendo alla sua attribuzione professionale. Questo fatto non preoccupava il melone giallendo, che sapeva benissimo quanto abile fosse il cocomeraro nell’arte di praticare il tassello. Dovete sapere, bimbi miei, che il tassello è un piccolo intaglio fatto ai cocomeri per vedere quanto siano rossi e succosi. Ora, considerando il tassello “in sé” senza riferimento alla cosa da indagare, non è difficile immaginare che se un cocomeraro sa ben praticare il tassello al cocomero, lo stesso può fare col melone.

Il melone balzò a terra e, approfittanto d’una ennesima distrazione del fruttarolo, raggiunse il banco dei cocomeri. Ci saltò sopra e cominciò a farsi spazio a gomitate tra quei suoi ingombranti cugini, un po’ fessi, allo scopo di farsi notare dal cocomeraro. “E che vuoi?”, gli chiese questo non appena lo vide. “Un tassello, piccolo piccolo”, gli ribatté lui, “per vedere se ho cambiato colore”. Senza farsi domande, il cocomeraro – che ne aveva viste altre – afferrò il melone con la sua manona da lanciatore di peso e cercò un adatto coltello. Voi capite che se avesse praticato il tassello con il coltello da cocomeri, avrebbe assassinato il melone. E ne sarebbe nato un diverbio senza fine col fruttarolo.

Il cocomeraro trovò, nel cassetto del bancone, una versione mignòn del coltello del formidabile esercito svizzero e con questo iniziò le operazioni. “Trattieni il fiato”, disse al melone, e zacc, ahì, “trattieni il fiato”, e zacc, ahì, “trattieni, trattieni”, e zacc, ahìii, “ancora uno, trattieni il fiato”, e zacc, ahìii! Con quattro precise incisioni ad angolo retto, un sottile tassello venne praticato nella natica sinistra del melone, ora alle lacrime, e per poterne permettere una comoda inserzione-rimozione il cocomeraro la studiò così: “prendiamo uno di questi gancetti rampini, corti corti, che mi servivano per attaccare cordicelle al banco e lo fissiamo alla scorza del tassello. Mmmmhhh, là, ecco fatto”. Così il tassello divenne amovibile e il melone avrebbe potuto estrarlo e rimetterlo a posto, a piacimento, semplicemente allungando il suo braccino verde e tirando un po’. Con la piccola natica dolorante tornò al banco del fruttarolo e non perse occasione di esibire la sua fenomenale giallezza a tutti i clienti. Fu un successo commerciale enorme. Da allora ogni melone si sottopone volentieri al trattamento dell’ortofrumàgo e, così ingiallito, va fortissimo al mercato. Anche senza il sacrificio del tassello.