Ma si può essere più bischeri di così?

“Se n’è andata la ragazza di Bube, ma resteranno sempre con noi il suo coraggio e l’amore per la libertà e per la verità”: la ricorda così il segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini sottolineando che lo legava “all’amica Nada un profondo sentimento di affetto e di stima reciproca”. “Ha difeso con tutta se stessa la figura di Bube, ristabilendo una verità storica che il romanzo di Cassola aveva tradito“, ha detto Nencini.

[La Repubblica – Firenze – 24 maggio 2012]

Patatine fritte.

“Che altro le porto?”, chiede ancora il cameriere. “Delle patatine fritte, per favore”, dice Gian Marco. Io lo guardo storto. Far seguire le patatine fritte a una pizza è contrario alle mie abitudini. Mi pare uno stonato pastrocchio, ma de gustibus ecc. ecc. “Mi spiace”, ribatte il cameriere, non senza un vago sussiego nel tono, “Abbiamo scelto, per ragioni etiche, di non servire patatine fritte nel nostro locale”. Ha detto proprio etiche. Ragioni etiche. Guardo il cameriere come una capra guarda un manifesto. Ma per pochi secondi. Decido quindi che dar via a una diatriba sulla cosa sarebbe del tutto inutile e non farebbe che ritardare l’arrivo delle pizze. Lascio perdere. Il cameriere se ne va, a portare la comanda in cucina, e io guardo Gian Marco chiedendomi che accidenti c’entri l’etica con le patatine fritte. O come si possa stabilirne un nesso sensato. Proviamo a congetturarci sopra; tiriamo in ballo gli asparagi e la loro nota relazione con l’immortalità dell’anima, ma la cosa non ci pare pertinente. E poi il Campanile disse di avere scherzato: gli asparagi, con l’immortalità dell’anima, non c’entrano affatto. Proviamo a immaginare che, evitando di friggere patate, non si produce una certa quantità d’inquinamento e non si costringe la gente a ingollare residui di molecole di acidi grassi polinsaturi, necessariamente spezzate dalla cottura a temperatura elevata. Queste sono scelte comportamentali con riflessi sul prossimo e, in quanto tali, hanno certo a che fare con l’etica (be’, è un’etica negativa, ma tant’è…). Di converso si ottiene l’effetto di deludere l’aspettativa di alcuni. Però c’è anche la possibilità che questa situazione di conflitto ideale possa produrre una presa di coscienza: è bene non mangiare patatine fritte. E, di cliente in cliente, far nascere una consapevolezza collettiva sulla non-eticità della patatina fritta. Ci vuole un po’ di tempo, ma tutto arriva a chi sa aspettare. E’ un vecchio proverbio. Non ricordo chi me lo riferì. Forse la solita nonna. Ora che ci penso: la nonna le patate le lessava. La sapevano già lunga, i nostri vecchi, sull’etica.

Mardi Gras

Ecco. L’orrido Carnevale è di nuovo qui. A farci credere che ci si possa divertire alle spalle del Potere, della Morte, del Dolore e della Miseria. Alle spalle del Tedio Quotidiano. Invece a divertirsi è lui, il Carnevale. Alle nostre spalle. Torme di anestetizzati brancolano per le vie del paese e se si potesse, in un istante di lucidità, levar loro la maschera e porre loro uno specchio dinanzi al volto, essi vedrebbero la faccia dell’orrore. Vedrebbero l’espressione di attonito stupore che la consapevolezza della caducità provoca, benché ingannata dal riso. Tra la pelle del volto e la plastica o la cartapesta della maschera un sottile strato di aria è abitato dalla morte. Che se la ghigna e sguazza tra quegli occhi istupiditi dall’albagìa di credersi satiri. A volte l’anestesia è potente, totale, e produce risate grasse; a volte è meno profonda e le risate sono più corte e secche. Sempre mascherano e dissimulano un guaìto. L’anima annichilita, dietro il volto dietro la maschera, non ha nemmeno più la forza di reclamare la dignità della consapevolezza della propria limitatezza. Orrido, niente altro che orrido è il Carnevale/carnem levare. De-vertitevi, de-capitatevi! Ecco ciò che il mostro carnevalesco ci dice. Perché non possiamo più giocare. Solo possiamo divertirci. E simulare il riso.

Scatola di vecchie scartoffie.

Fogliacci, alcuni laceri.
Cambiale, cambiale, ricevuta.
Referto enterologico, ECG.
Fotografia di nonno con bambino.

Holter pressorio, ma non ottimale.
Conto del ristorante La Credenza,
residuo d’una festa occasionale
o di non so più quale ricorrenza.

Locandina del concerto con Antonio,
che suona (bene) il flauto, con Brunello,
è qui da mo’ (vent’anni) e non la butto.
Altra fotografia con bimbo. Bello.

Spartito malridotto di Sevilla,
che non speravo ritrovare affatto.
Altra cambiale. Misteriosi, due scontrini:
uno rosso, uno verde e, piccola, una biglia.

Nessuna delle carte sembra più aver senso;
si perde nel tempo. Me ne dovrei disfare.
Non è la prima volta che lo penso;
è proposito che non so far camminare.

E meno misteriosa è la presenza
di quella foto di nonno con bambino
che guarda innanzi e pensa “è normale,
sapevo che avresti messo tutto qui:
carte, nonno e me. E che non puoi far senza.”

Ultimo parla il corvo.

L’ùpupa intinse il becco nella polla del risciacquo, spiccò il volo e s’avventò sul volto del poeta. Gli serrò le labbra, con le zampe, e le usò come avrebbe fatto con un ramo, per sostenersi, mentre con tutta la forza ne beccava e beccava e beccava ancora gli zigomi e gli occhi. Sopraffatto, il poeta non ebbe la forza di allontanare l’uccello con le mani, che brancolavano vacue, e stramazzò. “Un lavoro ben compiuto, ùpupa”, osservò il corvo.

La Jona.

Già ai miei tempi (e anche prima), dalle mie parti, c’era la jona. Cos’è la jona? È una specie di grosso uccellaccio, a metà strada tra un corvo, un gufo e un tacchino, che se ne sta appollaiato sulla sporgenza più prossima alla porta di casa. Quando esci la mattina, la jona ti vede, si lancia in picchiata e ZACC ti affibbia una beccata tra capo e collo, posteriormente, e ti lascia così indolenzito e apatico per tutto il giorno. La jona è abilissima a non farsi scorgere e ogni tentativo di fregarla, facendo più attenzione, portando una sciarpa spessa o uscendo dalla porticina sul retro (quella di servizio della portineria), è del tutto inutile: non si sfugge alla jona. L’effetto della beccata della jona è subdolo. Comincia a farsi sentire con alcuni sbadigli, come se non ci si fosse del tutto svegliati e si desiderassero, per qualche quarto d’ora ancora, il tepore delle coperte e le morbidezze del materasso. Poi, dopo un po’, si è presi da una sorta di stanchezza sottile alla quale si tende ad attribuire un’origine esistenziale. Nei casi più sfortunati si presenta anche un vago mal di testa. Alcuni hanno parlato di nausea, certo esagerandone sartrianamente la portata. A seguito di ciò tutta l’attività che dovrebbe essere svolta nel corso della giornata, a scuola, in ufficio, in laboratorio, in officina, viene severamente inficiata e più si cerca di opporre resistenza a quella sorta di apatia, tanto più vi si sprofonda. Nessuna ricerca seria e sistematica è stata fatta sulla natura degli effetti del “colpo di jona”; ciò sembra dovuto alla ritrosia con la quale il colpito si pone di fronte a qualsiasi tentativo di indagine in merito. Appare quindi naturale che sia molto difficile parlare di cure, terapie e profilassi. L’unica pare essere l’evitare la beccata. Si deve sapere che molti sono i tentativi messi in opera allo scopo di non farsi colpire dal becco micidiale della jona. Per lo più si cerca di coprirsi per bene, ma ciò si può fare solo d’inverno. Eppoi è in pratica impossibile evitare di lasciare scoperta anche un piccola porzione di collo, del viso o un orecchio. Possedendo l’uccello malefico una mira e una rapidità d’azione eccezionali, se ne è comunque vittime. Non sono chiare – e in un’epoca di generalizzato ritorno dell’interesse alle cose di natura ciò è davvero strano – le ragioni per cui la jona abbia questo comportamento peculiare. Non si riesce a vedere quale vantaggio ne tragga, poiché la beccata non le apporta che qualche brandello di cellule epiteliali morte: un alimento la cui efficacia sarebbe risibile anche per un metabolismo efficientissimo, come quello dei rettili. La jona è un uccello, ed è ben noto che gli uccelli sono caldi; essa deve di certo provvedere al suo sostentamento alimentare in altri modi e non rimane che congetturare che questa attitudine agli assalti mattutini sia un mero vizio. Come possa essersi sviluppato un vizio, avulso dalle necessità della sussistenza, in un essere che nemmeno è un mammifero degli ordini inferiori, è un mistero profondo. Alcuni hanno tentato di proteggersi dall’aggressione della jona ricorrendo a un vestimento a scafandro, come quello di un palombaro o di un astronauta delle missioni Apollo. Il solo risultato ottenuto da costoro è stato quello di provocare un rapido intervenire di personaggi bianco vestiti scesi da rumorose ambulanze. Non pare sia possibile cavarsela in modo semplice. Ci si deve, presumibilmente, rassegnare.

E poi…

Qualcuno ha detto, o scritto:
“Senza lotta c’è solo la felicità degli sciocchi.”

Abbiamo lottato e ce le siamo prese.
Ci hanno suonato come un tamburo.
Siamo rimasti così, sciocchi e infelici.
Che sarà di noi?

ora pro nobis dio di noi sciocchi