La formazione del beone / 1 – Fred “Whisky facile” Buscaglione.

Vi sentirete dire che la mamma non lo amava. Vi sentirete dire che il padre era un ubriacone. Che la condizione della famiglia era misera. Che i compagni di giochi, e poi di scuola, lo trattavano come uno straccio, lo sfottevano, lo spintonavano. Questo se a raccontarvi la storia delle sue bevute è qualcun altro. Be’, con me queste balle non le leggerete. Io non ho nessuna pendenza con la mia famiglia. Non ho nulla da rinfacciare ai miei. Mio padre era sobrio come un cammello. Anzi, di più: come un dromedario. La mamma? La mamma, poi, mi riempiva di attenzioni, mi viziava, coccolava a pane e burro. E marmellava. Come marmellava la mia mamma non c’è mamma che marmelli altrettanto meravigliosamente. Gli zii mi capivano benissimo e io capivo loro; li decifravo con decenni di anticipo.

No, con le mie bevute la famiglia non c’entra. Non la famiglia dalla quale origino, no.

Donne? No, nemmeno quelle. Potevo averne di belle, meno belle, più belle e basta (criminalmente belle, solo le automobili). Non erano le delusioni amorose a spingermi all’alcol.

Poco prima della guerra si faceva il gioco del proibizionismo. Era proibito tutto quello che arrivava dall’America, sapete, quella terra demo-pluto-giudaica o giù di lì, come dicevano gli specialisti della propaganda. Poi quegli altri della pallida Albione (o perfida? boh!) un bel giorno ci sanzionano. Di già il brandy era diventato ardente, da quel giorno, di whisky, nemmeno più l’ombra. Ai prezzi normali, voglio dire. Che doveva fare un giovane curioso come me? Volendo provare l’ebbrezza della trasgressione per un po’ ci s’accontentava di qualche scazzottata 6 a 1 sotto un lampione, in una notte di nebbia. Poi le esigenze crescevano. Arrivava voce che i distillati demo-pluto-giudaici fossero davvero extra. Be’, ragazzi, uno come me, un duro della rive gauche (del Po), non poteva non provarci. Così cominciai a cercare di metter su una specie di borsa nera dell’alcol di cereali. Per procurarmene dovevo fare dei giri tremendi. Quelli che vantano di avere importato i 78 giri di Armstrong e Gershwin, come prova della loro attività clandestina, sono dei pivelli; io di quel contrabbando non ho mai avuto bisogno: lo swing ce l’ho nel sangue e mi è sempre bastato prendere in mano il violino per farlo venir fuori. Devo però ammettere che per un litro di scotch riuscivo a ottenere 25 dischi. Ho raccattato tutto Joe Venuti, quando ancora nessuno qui se lo filava. E poi Grappelli, che con quel cognome era un programma.

Un giorno vengo pedinato da un tizio con un cappotto scuro e il solito bavero alzato. Me ne accorgo, svolto veloce in un vicolo dietro Santa Giulia, ma quello mi marca stretto. Allora mi dico “Fred, svignartela come un pivello non è da te”. Mi fermo, mi volto, lo squadro. Lui ammicca e un momento prima che parta il mio sinistro da un quintale mi dice: “Calma, Fred, sono del CLN[*]. Ci serve l’aiuto di uno come te”. “L’avrei giurato che prima o poi mi avreste cercato”, dico, “che volete che faccia?”. “La qualità dell’alcol di cereali che circola per la città e gli immediati dintorni è sempre più bassa. Probabilmente è colpa di qualche infiltrato che deliberatamente altera le partite e dà giudizi positivi su roba scadente.” Il problema si presentava grave e difficile da risolvere. “OK”, dico, “se vogliamo evitare che si torni al vecchio intruglio autarchico di vinacce sbruciacchiate, bisogna avere un assaggiatore con i baffi. E io, modestamente, i baffi li ho”. È così che ho preso a darci dentro col whisky. I ragazzi ne portavano, a spalla, in bici o in velosolex e io avevo l’incarico – alla faccia del regime – di controllare la qualità della merce. Solo così le cose sarebbero cambiate. Potete non crederci, ma io ho bevuto per la Patria del futuro. Altro che storielle lacrimevoli.

[*]: Comitato Libagione Nazionale

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Non capivo una parola.

Non capivo una parola. E nessuno capiva le mie. Pensavo a quanto beati siano gli italiani che, mi dicono, riescono a intendersi a gesti. E il gesto fatto con le dita raccolte e portate ripetutamente di fronte alla bocca, tenuta aperta, significa “ho fame, datemi qualcosa da mangiare”. Questo gesto lo capisce chiunque, italiano o meno. Anche un bantù o un aborigeno australiano. Ma lì, no. Nessuno che nemmeno accennasse a capirlo. Mi guardavano, ai miei primi tentativi, come fossi un ebete. Ero così rassegnato a questa incomprensione radicale che nemmeno più provavo a cominciarlo, il gesto della fame. Potrebbe anche darsi che il mio modo di eseguire il gesto della fame non sia consono, non sia preciso. Che so: troppo veloce, troppo timido. Sì, certo era troppo timido e pensavo che, per farlo davvero in modo magistrale, così da poter essere compreso universalmente, occorrerebbe essere italiani. E io, italiano non sono. Di dove io sia, da dove io provenga, non ha importanza. Non ho alcunché da spartire con l’Europa meridionale. Per certe cose è uno svantaggio. Giravo per quella piazza, la parte più elevata della cittadina, nella quale si stava svolgendo una specie di fiera, o esposizione, di macchinari, stufe, tagliaerba, grosse pentole a pressione e altri oggetti di uso casalingo e rurale. Questo almeno a me sembrava fossero tutti quegli oggetti sparpagliati per la piazza. Vicino a ciascun gruppo d’oggetti vi erano un tipo serio e uno sorridente. E io intendevo che quello sorridente dovesse attirare la gente e incuriosirla, mentre il tipo serio avrebbe poi fornito spiegazioni approfondite sull’uso degli oggetti esposti. Nonostante questa apparente astuzia, non provavo alcun interesse per quelle carabattole più o meno lustre e trovavo irritanti gli esagerati sorrisi che venivano rivolti a chiunque si avvicinasse a un banco, o a un mucchio d’oggetti, a meno di tre metri. Sorrisi eccessivi e sempre accompagnati da un incremento di seriosità da parte dell’altro uomo. Era come se ciascuna coppia di espositori fosse azionata da un automatismo che s’innescava all’avvicinarsi delle persone: arrivavi a tre metri e come d’incanto, sui volti dall’espressione fino a allora neutra, si accendeva sull’uno un esagerato sorriso e sull’altro una espressione da Professore Ordinario di Filosofia. Voglio dire, questo avveniva con i locali. Con me, no. Era come se fossi trasparente. Ma non ero trasparente. Non ancora, perlomeno. Che non mi notassero del tutto e che gli fossi completamente indifferente non può essere. Non può essere perché, se mi avvicinavo a meno dei tre metri canonici le espressioni, all’inizio indifferenti, diventavano un pochino più sussiegose e contenevano un malcelato fastidio. Se non disprezzo. Dunque mi notavano. Mica avrebbero potuto modellare la faccia con quella specie di disgusto per volgerla all’aria. Mi vedevano e mi notavano. Eccome. Io facevo come niente fosse. Tanto, provare a chiedere qualche spiegazione sarebbe stato inutile; non mi si sarebbe compreso e l’esprimersi a gesti era fuori discussione. Non ne ero in grado. Nemmeno per chiedere da mangiare. Mangiare. Ecco un problema che non assilla più molta gente. Tutto sommato, anche con pochi mezzi e pochi denari, il morire di fame uno deve sceglierselo come forma di suicidio. È impossibile morire di fame nel mondo moderno. E io ero lì, nel mondo moderno. E non è possibile pensare che non esista più la compassione. Se uno ha fame, anche fosse uno straccione che non può proprio pagare nemmeno un soldo, gli si dà qualche cosa. Un pane, un pezzo di formaggio, una mela. Insomma, qualche cosa. E non è necessario essere un genio per capire che quel qualcuno ha fame. Lo vedi dai movimenti, dall’aspetto, dalla postura e, se è un italiano, dalla sfacciataggine con la quale fa il gesto della fame. Centrando l’obiettivo sempre. Così mi diceva un vecchio zio, a proposito degli italiani. Io passavo quindi tra i mucchi di materiale esposto, ignorando ostentatamente l’aria di riprovazione che pareva sollevassi, e mi interessavo molto più ai banchi di cibarie. Qui l’uomo con l’espressione da Professore non c’era. Non credo servisse. Anche in quell’accidenti di posto, così estraneo a me, il cibo si spiegava da sé. Giravo quindi più volentieri tra i banchi di cibo, pur senza, anche qui, essere accolto da sorrisi, e mi deliziavo di ciò che vedevo. Su di un tavolo c’erano pagnotte, taglieri, burro e altre cose che potevano essere grosse salsicce. Poi lattuga, e fette di qualcosa che non dubitavo essere una sorta di cotolette Wiener . Il titolare del banco, un uomo robusto, sorrideva in continuazione e tagliava le pagnotte. Poneva una specie di panno di carta su un tagliere, poi imburrava le parti di ogni pagnotta tagliata e le poneva sul panno di carta. Prendeva una foglia di lattuga e la poggiava con un bel gesto su un pane, come fosse una cosa preziosa. Poi affettava un po’ di salsiccia, spellava le fette e le poggiava sulla lattuga. Copriva il tutto con l’altra mezza pagnotta imburrata. Con una forchetta infilzava una di quelle altre fette, che secondo me erano Wiener, e l’appoggiava su un’altra mezza pagnotta che, prima di richiudere, guarniva con della salsa gialla e un’altra foglia di lattuga. Era una gioia vederlo. Richiudeva accuratamente il tovagliolo di carta sulla pagnotta guarnita e fermava tutto con un legnetto appuntito. Secondo me era uno stuzzicadenti, un po’ più lungo del consueto. Faceva tutti questi gesti con una cura e una grazia come non l’avrebbe messa una balia nel rivestire il suo infante. Erano questi gesti che attiravano l’attenzione della gente. Di quella gente da me così lontana e dalla quale non mi riusciva di farmi intendere. Ad attirare me, però, era più che sufficiente la presenza di quei pani e delle squisitezze delle quali l’uomo li farciva. Tutto aveva un aspetto così delizioso e così invitante che non afferrare un pane imbottito e addentarlo era un’impresa di volontà degna di un premio. Sono certo che avrei meritato un panino farcito come premio della mia capacità e della mia volontà di non rubarne uno e scappare sgomitando la gente per potere mangiarlo in pace, nascosto da qualche parte. Trangugiai saliva e il pomo d’Adamo andò su e giù tre volte mentre l’uomo, col suo sorriso che subito si spense quando mi notò, mi guardava e non dava il minimo segno di avere la mia stessa opinione a proposito di buona volontà premiata. Mi voltai con fare indifferente quanto più mi fu possibile e, gettando lo sguardo verso altri banchi sulla piazza, vidi un uomo che aveva un aspetto per certi versi simile al mio. Mi parve che anche lui fosse più interessato al cibo che ai tosaerba. Non so ben dire, ma è quel qualcosa che chiunque si senta un po’ perso, e abbia pure un eccesso d’appetito o – diciamola schietta – abbia fame, possiede nell’atteggiamento. Lo si nota facilmente. O almeno a me accade di notarlo. Passando qualche giorno prima davanti a una vetrina con specchi mi era capitato di non riconoscermi, ma vidi chiaramente di cosa avesse bisogno l’uomo nello specchio. Ecco, il tizio che girava tra i banchi dei panini, e che non avevo mai visto prima, aveva quel bisogno. Ne sono certo. Questa persona aveva tratti differenti dai miei e anche da quelli dei locali, quegli oscuri individui. Era senz’altro uno del Sud dell’Europa. Allampanato e dalla pelle bruna. Poteva essere un greco. Lo vidi avvicinarsi al banco dei panini meravigliosamente farciti e mi soffermai a guardare cosa avrebbe fatto. Ero sicuro che avrebbe cercato di procurarsene uno, in qualche modo. Guardò i panini e guardò l’uomo che li confezionava. Questo volse verso di lui lo stesso sguardo neutro che aveva rivolto a me. Non si può dire che manchi di intuito, pensai. Doveva essergli chiaro che anche questo tizio era affamato, ma non sembrò per nulla scomporsi. Il tizio, intanto, cominciò una pantomima che consisté principalmente nella esecuzione del gesto della fame. Raccolse le dita della mano destra, con una certa delicatezza, e quindi agitò vigorosamente la mano di fronte alla bocca spalancata compiendo un ampio gesto articolato di spalla e di gomito. Portava la mano fino alla bocca in modo che le dita sfiorassero i denti, quindi ritraeva la mano, l’allontanava di buoni sessanta o settanta centimetri e ripeteva l’andata. Rifece il gesto quattro o cinque volte con un’ampiezza e una decisione che non potevano lasciare dubbi. Era certamente un italiano. Forse di qualche paese del Mezzogiorno. Rimasi ammirato dalla sua arte istintiva e pensai che certo avrebbe ottenuto ciò che desiderava: un panino, forse due. Pensai che se fosse riuscito a ottenere più d’un panino avrei forse osato avvicinarlo e, facendo il gesto della fame a mio modo, gli avrei fatto capire che sarebbe stata per me una grande grazia l’averne almeno una metà. Ero certo che lui non avrebbe mancato di capire il mio gesto, pur non teatrale e quasi artistico come il suo. Ci fu un attimo di sospensione, nel quale egli non gesticolò e l’uomo dei panini non mosse un dito. Poi questo si chinò sul banco e prese altri pani, li tagliò, li imburrò e, con le stesse grazia e precisione di prima, continuò a confezionare panini farciti. Persi anche quella speranza. Era inutile frugarsi le tasche: non c’era nulla, nemmeno un centesimo di quella loro moneta di carta viola. Ero infatti convinto che un altro gesto di comprensibilità universale fosse quello di sventolare una banconota sotto il naso del farcitore di panini puntando, con l’indice della mano libera, il panino desiderato. Non mi capacitavo di tanta ottusità. L’italiano aveva fatto una esibizione di desiderio alimentare praticamente perfetta. Come si poteva non capirla. Come si poteva essere così gelidi da trascurarla. Alcune persone, dei locali, si avvicinarono finalmente al banco delle meraviglie. Ciascuno di loro disse qualche parola. Parole che non udii ma che, anche le avessi udite, non avrei capito. Annuendo cortesemente, l’uomo dei panini prese ora una pagnotta con salsiccia, ora una con Wiener e le porse alle persone che aveva di fronte. Queste ringraziarono con un cenno del capo al quale l’uomo del banco dei panini rispose con un sorriso. Soddisfatti se ne andarono lentamente verso una esposizione di trattori con aratro, masticando il loro panino. Banconote non ne vidi.

Alce nel Paese delle Meravgle.

Cosa sono le “meravgle”? Son frutta&verdure che un’alce (ma anche un alce) ama tanto, ma tanto. Le brama, le ama e se le trova se ne sfama. Gustose, saporose, grasse e sugose. Ah, le meravgle: sono favolose! L’alce cerca le meravgle e quando le trova fa le capovolte sbattendo le zampe a terra e, dopo, le corna. E dopo ancora, nuovamente le zampe. È sempre sulle zampe, l’alce. E le meravgle la/lo mantengono sana/o. Non può fare altro che sbafarne a ufo e, se a trovare le meravgle è un orso, o un gufo: le ruba, fa la ladra, l’alce (mollerà orso o gufo con un naso a tartufo, o a funghetto rebufo). Per un pasto con le meravgle, l’alce può vendere sua madre all’Uamandé, suo padre al Gurufù, sua nonna al Marané, suo nonno al Badalù. L’alce per le meravgle stravede, straparla e stramucca (stravacca solo quando fa la cacca, ma non sempre). Se sta senza meravgle per troppo tempo, l’alce cade nel vuoto della parola: non parla, non canta, non vola. Veramente non vola anche se le meravgle le trova, ma sapete: occorre completare ben bene la frase. Nel paese delle meravgle, l’alce gode come una mucca scozzese (o forse francese) alle prese col toro Roncasballe che, da quando ha fallato un salto allo steccato è detto solo Roncas (le balle le ha mollate là, sul duro steccato travoso e acuto). Se trova meravgle e toro (quello detto Roncas, l’amato e bramato – pur men delle meravgle – Roncas) l’alce resta turbata: Roncas o meravgle? Atroce sceverare tra queste bellezze della natura. Ma l’alce non perde flemma e gusta Roncas brucando meravgle. Eh, eh! E notare che Roncas ce la fa (anche se le balle le ha mollate sullo steccato, là) ed è perché ha pur gustato meravgle che sempre preludono all’amoroso convegno con l’alce. Tutto questo nel paese delle meravgle. Altrove non so. Forse altrove Roncas non può. Ma le meravgle, le meravgle, mollarle no, no, no!

Esercizi di parafrasi per la Scuola Primaria [I]

Sul chiuso quaderno
Di vati famosi,
Dal musco materno
Lontana riposi,
Riposi marmorea,
Dell’onde già figlia,
Ritorta conchiglia.

1) Appoggiata sul quaderno chiuso di un noto poeta dormicchi lontana dal muschio che tua mamma usava (per il Presepe?). Pari de marmo, figlia di un’onda, pora conchiglia spiegazzata.

Occulta nel fondo
D’un antro marino
Del giovane mondo
Vedesti il mattino;
Vagavi co’ nautili,
Co’ murici a schiera;
E l’uomo non era.

2) Per conto dei Servizi Segreti te ne stavi in fondo al mare. Al mattino vedevi il nautilus, ma il capitano Nemo non c’era. E nessuno sapeva cosa fossero i murici.

Per quanta vicenda
Di lente stagioni
Arcana leggenda
D’immani tenzoni
Impresse volubile
Sul niveo tuo dorso
De’ secoli il corso!

3) Un po’ alla volta, ma mettendoci davvero un sacco di tempo, prendevi nota di tutto scrivendotelo sulla schiena (eri proprio un bel tipo! Però ben dinoccolato).

Noi siamo di ieri:
Dell’Indo pur ora
Sui taciti imperi
Splendeva l’aurora:
Pur ora del Tevere
A’ lidi tendea
La vela di Enea.

4) Noi siamo arrivati ieri, navigando un po’ sull’Indo, un po’ sul Tevere facendo finta che gli imperi non esistessero. Come faceva Enea (con la vela?).

È fresca la polve
Che il fasto caduto
De’ Cesari involve.
Si crede canuto
Appena all’Artefice
Uscito di mano
Il genere umano!

5) Cesare è caduto e la polvere che il suo capitombolo ha sollevato è ancora lì, per aria e ce la respiriamo tutta (mannaggia a lui). E ‘sto mucchio di teste di rapa dei miei contemporanei, che appena appena ha smesso il biberon, pensa di essere schiatta vecchia e sapiente.

Tu, prima che desta
All’aure feconde
Italia la testa
Levasse dall’onde,
Tu, suora de’ polipi,
De’ rosei coralli
Pascevi le valli.

6) Ben prima che l’Italia fosse non solo desta, ma nemmeno ancor avesse osato metter capo fuor dell’acque, porgendo l’Alpe all’aure (dolci del suolo natal). Tu, sorella dei polipi (e cugina degli eufausiacei), pascolavi nelle valli dei coralli rosa.

Riflesso nel seno
De’ ceruli piani
Ardeva il baleno
Di cento vulcani:
Le dighe squarciavano
Di pelaghi ignoti
Rubesti tremoti.

7) Cento vulcani eruttavano lapilli e lava su tette celesti, ma un po’ piatte e lucidate a specchio (mah), mentre robusti scuotimenti sismici squarciavano gli argini naturali di laghi sconosciuti (forse sotterranei).

Nell’imo de’ laghi
Le palme sepolte;
Nel sasso de’ draghi
Le spire rinvolte,
E l’orme ne parlano
De’ profughi cigni
Sugli ardui macigni.

8) In fondo ai laghi c’erano palme sotto la sabbia del fondo e i sassi che i draghi usano per avvoltolarcisi (quando hanno prurito, evidentemente) lasciano tracce che ti dicono che i cigni scappano su delle rocce quasi irraggiungibili.

Pur baldo di speme
L’uom, ultimo giunto,
Le ceneri preme
D’un mondo defunto:
Incalza di secoli
Non anco maturi
I fulgidi augúri.

9) E ‘sto garzoncello scherzoso e speranzoso preme sulla cenere (della cicca?) immaginando di avere davanti un casino di tempo per lasciar maturare ciò che deve maturare (frutta? verdura?).

Sui tumuli il piede,
Ne’ cieli lo sguardo,
All’ombra procede
Di santo stendardo:
Per golfi reconditi,
Per vergini lande
Ardente si spande.

10) Guarda per aria e calpesta una tomba (porta sfiga). Si sbatte ovunque ci sia qualcosa da rosicchiare; specie se non ci è già arrivato qualcun altro.

T’avanza, t’avanza,
Divino straniero;
Conosci la stanza
Che i fati ti diero:
Se schiavi, se lagrime
Ancora rinserra,
È giovin la terra.

11) Vieni avanti, Divino! La stanza sai com’è fatta: c’è dentro gente che si lamenta perché non siamo abbastanza progrediti.

Eccelsa, segreta
Nel buio degli anni
Dio pose la meta
De’ nobili affanni.
Con brando e con fiaccola
Sull’erta fatale,
Ascendi, mortale!

12) C’è un obiettivo da raggiungere facendosi un mazzo della malora, ma non abbiamo la minima idea di cosa, come e quando. Però datevi da fare fino a crepare!

Poi quando disceso
Sui mari redenti
Lo Spirito atteso
Ripurghi le genti,
E splenda de’ liberi
Un solo vessillo
Sul mondo tranquillo,

13) Poi uno Spirito purgativo (Unicum? Averna? Fernet Branca?) vi redimerà liberandovi. Tutto sarà poi più tranquillo (e vorrei vede!).

Compiute le sorti,
Allora de’ cieli
Ne’ lucidi porti
Le terra si celi:
Attenda sull’áncora
Il cenno divino
Per novo cammino.

14) Poi, fatto tutto ‘sto can-can, la terra si nasconderà al cielo. Il Padreterno farà un gesto. E si torna al punto 1)

Metà poesia.

Eccomi, folle, tutta per voi,
potete fare di me quello che volete,
con amore o indifferenza,
poco importa; resto.

I vostri giorni di quiete o di rancore,
la vostra anima indolente,
spirito di battaglia, potete anche ridere
di me, la mia forma, ma resto.

Il sentiero del vento, come
una cagna fedele, affamata di un gesto,
mi sta leggendo e la sua voce
la sento amica.

Parole dell’innocenza;
con implacabile dolcezza
divento una poesia.
Rimane fra gli spazi bianchi
un aroma di sigaretta dimenticata
nella brace del passato.

Eccomi, sono nuda e folle:
la mia camicia di forza è
questa distanza tra me e voi.

Una poesia appartiene a questa distanza,
a questo scarto lieve tra l’essere e il non essere.

E perché no? Potrei finire qui,
con un guizzo d’ironia, perché sono
nuda e folle e ora: mi scappa la pipì.

[da un testo di Ric Farina]