Ormai di rado…

Ormai di rado scendo qui, in cantina, a prendere un po’ di fresco.

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Oh…

…mi sovviene, ogni tanto, che esiste questa stanza. Non ricordo chi o cosa ci sia; forse i cavalli di mio nonno, forse i figli che ho dimenticato. Ho del pane nella solita bisaccia e glielo porterò. Spero basti. Strada facendo troverò qualcosa ancora. Spero.

Quel che c’è di bello.

Quel che c’è di bello, qui, è che è un posto solitario. Così solitario che potrei calare le brache e farla nell’angolo. E non se ne accorgerebbe nessuno. Nessuno avrebbe niente da ridire, da starnazzare invocando il decoro. Me lo mangio per colazione io, il decoro. Tzé!

Note sparse (V, me pare)

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Nell’abisso
L’ispirazione
io sper, ma se non viene:
quale lo scopo?
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…ecco, mi ci voleva: “pensare in modo diverso più sganciato anche linguisticamente”. Cioè, nella misura in cui, impostando un discorso di un certo tipo, analizziamo le istanze del concreto, e cazzo passami lo spinello che ho perso il filo!
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“nella voce / la foce”, oltre alla rima interna, ha pure un effetto di ritmo sincopato (ripetuto in “s’arrossa / s’affossa”). Come pure è notevole l’effetto ritmico ai versi 13-14-15. Mi piace constatare che c’è chi ha senso del ritmo e sposta gli accenti come un buon musicista. Solo il “bagnasciuga” mi ha lasciato perplesso, ma per un attimo: direi che “il bagnasciuga della tua saliva”, per intendere la commissura delle labbra, è perfetto.
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..Anne Grudon, è frutto della mia fantasia.
Allora questa poesia è frutto d’un frutto.
…E non è provenzale, ma parigina.
Questo potrebbe spiegare quel “quid” di ambiguità!
Bada che mi piacque assai, l’operina dico. Solo quella povera puttana sulla tangenziale mi turba: come ha fatto, incolume, a mettersi a praticare sulla tangenziale? Ha chiesto un passaggio, poi s’è fatta scaricare e s’è seduta sul guardrail? o è così ardita da aver scelto il jersey? E’ un dettaglio che rischia d’inficiare il realismo del tutto.
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La terre n’a evesques soulement,
Qui sont par bule en gràd hòneur et tiltre
L’evesque croist en mer semblablement,
Ne parlàt point, còbien qu’il porte mitre.
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OK, Andy; mi targetto, anche senza approval, e prenoto – anzi bookmarco – una copia del tuo “testo” sulla farcitura della spalla d’agnello, giacché giaccio su un backgroundo culinario cedutomi gratuitamente, bontà loro, da un trio di nobili maestri. Pubblicalo in fretta ché Autunno incede e qui, dalle mie parti, di castagne ce n’è a bizzeffe. E io adoro andare harvestandole, svestendole e gustandole: meettano i miei needi.
“E’ il marketing bellezza, e tu non puoi farci nulla.”
“E’ il catering bellezza, e tu non puoi farcire nulla.”
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Io ho una mezza sinossi interna al seno frontale sinistro. E’ una sinistrossi, o una sinustrossi, mi sfugge il termine tecnico. Eppoi con ‘sto morbo di Parkening che comincia a bistrattarmi le mani… mi fa scappare.;, la punteggiatura non mi fa trovare la fretta giusta, quella per la più giusta nota, che posso anche mettere a pie’ di pagina, o a pie’ di lista, o solo pure sul trigramma – che il pentagramma è oramai troppo lontano, andato via, irraggiungibile per strada labile col sommergibile per suppellettile[*]… che ciò ch’è grave è il difetto erettile.,; con prosa instabile, persin risibile, mi perdo in futili scommesse ludiche… lo vendo o non lo vendo; lo scrivo o non lo scrivo; lo scrivo e non lo vendo; l’edito, t’edito e medito se m’editi, sbozzi, smozzi, sbandi con quel dandy d’Andy[**], o muse che mi fate il muso e v’immuseate immusonite come in un mausoleo immemori del dover ch’avete d’ispirar colui che digita ciò ch’è ditta dentro, ditta trasporti, ditta rimozione rifiuti, ditta ricollocamento e riordino,…;
e poi… vide da sé i certi nomi di birre, lei! e assai ne bevve…

[*]: il sommergibile diveniente suppellettile è un soggetto trans (e unto, per non arrugginir)
[**]: no pun intended, non s’adiri il cuoco di Porta Carinzia!
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Vogliamo la sinossi,
che sfidi la sintassi,
che inarchi le sinapsi,
che alletti la sinassi,
che pur abbia sìnchisi,
non produca sìnclasi,
proceda per sincrasi,
sia piena di sinderesi,
indulga alle sindesi,
non faccia sinechia,
promuova sinecismo,
alletti il sinedrita,
meravigli i sinentognati (e li induca al volo),
affini la sinesi,
sdilinquisca la sinforosa (spingendola alla singamia),
attesti singrafia,
che abbia sìnolo e faccia sintropia (letteraria, s’intende),
e ci spinga al singhiozzo.

A Maria Ro’; e dacce ‘sta sinossi!
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cosa succederebbe se una ragazza che fa la giornalista si ritovasse in casa a intervistare un vecchio pazzo?

Mah?
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E fu non si sa come il primo maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
la colazione al bar un caffè d’orzo
a pranzo un po’ di pane e di formaggio

E fu non si sa come il primo maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
mentre menava il cane per Casorzo
pensando a cosa farne del foraggio

E fu non si sa come il primo maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
avendone bevuto un mezzo scorzo
di quel vinello facil sì all’assaggio

Ei fu non si sa come il cinque maggio
caduto a terra quasi senza sforzo
seppe pur non lagnarsi del bitorzo
perché non difettava di coraggio

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Altre inutilità (solipsistiche):
Se penso che Amleto, Otello, la Dodicesima notte e altro non sono stati scritti da William Shakespeare, ma da un altro autore con lo stesso nome, mi sento impazzire.

Direi che un autore funziona (o cerca di funzionare) in modo da sentirsi libero nelle varie situazioni, cioè le cose di cui scrive. Se crede si cambia nome, o inventa una gragnuola di pseudonimi. Vuole fingere di non esserci e far dire ad altri ciò che vorrebbe dir lui: un po’ come quando ci si figura di essere morti, o divenuti invisibili, per vedere che ne è del resto del mondo e degli altri senza di noi lì presenti.
Un autore ha il diritto di cambiarsi i panni, se crede, e di fingersi un altro (o di fingere di attingere ad altri autori, a loro volta funzioni/finzioni inventate a bella posta). Sentirsi libero di esporre parti di sé attribuendole ad altri gli è necessario. Perché? Perché così può prendere mille particolari, da sé o altri, e farne un universo. Perlomeno, questo è un modo per costruire l’universo del discorso all’interno del testo. Così come è un modo per cercare, ovvero informare, il lettoreche ci si figura per quel testo cioè: costruire la “funzione lettore” per quel testo.
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Cosa cambia, o cosa è cambiato, dalla pubblicazione di “La fattoria africana” di Isak (Karen) Dinesen a quella de “La mia Africa” di Karen Blixen?
Che cosa sarebbe successo alla fattoria africana se il marito di Karen Dinesen fosse stato Ernest Hemingway?

A questo punto la domanda è: che cos’è un autore?

E’ un cacciapalle della malora. Ecco cos’è.
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Emergo. Emergo dagli sforzi che sfrattano l’incolpevole frantumare d’un illogico livore. Se fossimo capaci di cavalcare la funambolica eco di coloro – e quanti sono – che, invitti, planano sulla rovente staccionata che s’è a stento salvata dai fuochi, tutt’altro che fatui, della critica che s’arrota su ispidi, indistruttibili, zigrini; allora la nostra disposizione e il nostro animo sarebbero tersi come l’acqua d’un lago alpino immediatamente dopo l’alba. Arzigogoli e chiose sarebbero mera glossolalia di pittime, innocenti quanto poco avvedute, e dunque sostanzialmente idiote: riprovevoli nel loro berciante onnicomprensivismo. Ah, la caduta delle travi linguistiche e delle centine grammaticali, quale polverone di legna tarlata lascerebbe nell’aria attorno. Niente altro che panacee in piena liquefazione sarebbero le loro chiodate, chimeriche, argomentazioni. M’immergo. M’immergo nella fangosa lagunare calma della totale astrazione, come carpa in un canale irriguo a una risaia. Le bolle che vedete in superficie sono flatulenze. Scoregge di carpa.
L’antica children lullaby delle rane [*] non è così efficace, ma l’effetto sulla caducità del potere distruttivo d’un improvviso, immanente, sonno è sufficiente. Sì: sufficiente.

[*]: Sotto la barca la carpa campa, sopra la barca la carpa crepa.
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Io invece camminerei volentieri dietro al mio furgone funebre. “Mio” nel senso che trasporta le mie spoglie (vestite, naturalmente: le spoglie svestite fanno davvero senso). Dietro al furgone spettegolerei assieme con i tre gatti che l’accompagnerebbero (preferisco che moglie e figli restino a casa, magari senza piangere. Anzi: sto studiando la maniera di farmi odiare da loro cosicché, allo schiatto, non soffrano troppo).
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‘sta “pulsione di morte” è già legata a un po’ troppi altri concetti, a mio vedere. Ti giri contro un cespuglio per pisciare e zacc.. ti attribuiscono una pulsione di morte. Se vicino al cespuglio c’è una pozzanghera, poi, sei pure narciso!
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Quod scripsi scripsi.
Quod dixie e pixie!
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Incurablement.

Non piangere così, misero, monotono organetto,
Nevica, tutto è chiuso e fa un freddo cane,
Chi si disturberà per darti un soldo?
Inghiotti le tue lacrime, non t’aspettare nulla da nessuno.

Scendi piuttosto nei quartieri perduti
Ove si sente l’inferno del martello sull’incudine,
Dove cantano galletti, dove, fantasmi nella nebbia,
Le betulle soffrono tormentate dal vento.

No, fermo! Resta con me. Cuore troppo pieno d’amore, apriti,
Svuotati, dimmi tutto; gemi i tuoi gridi con me,
I più dolorosi e i più incompresi,
Ch’io vi ricami i fiori malati del mio sogno.

Oh, che mi porterà lontano in un momento,
In paesi, laggiù, al sole dei Tropici,
Dove sarò amato come un bambino tisico,
Ben dolcemente, maternamente amato!

Oppure non così lontano, in un tranquillo angolo
Di provincia, ove avrò casa lontano dal rumore
O piuttosto, per sognare nelle mie giornate di noia,
Solo, dinanzi all’Oceano vasto e grigio, su qualche isola.

Ma no, tutto mi disgusta, vorrei ubriacarmi
Di profumi squisiti, d’essenze pericolose,
Vedere su tappeti blu ruotare danzatrici,
E più nulla sapendo, addormentarmi e rotolare.

E’ vero, la vita è piatta. E tutto diviene volgare.
L’azzurro sorride senza cuore, noi gli mostriamo i pugni;
Poi brontoliamo dei fastidi. – Se il miracolo almeno
Fosse possibile, un po’, potrebbe distrarci.

O povero organo taci, taci, i cieli sono sordi,
E il padrone, quaggiù, è la stupidità umana;
Accucciamoci in un angolo, il Sole ci trascina,
E, stupido in eterno, il tempo prosegue la sua corsa –

[Jules Laforgue]

Un annuncio.

Mai ho voglia di scrivere. Gian Marco, che mi ha chiesto di farlo, dubita del fatto che queste quattro righe vengano scritte, cionondimeno le sto scrivendo. Dunque Gian Marco dubita ed erra. Il dubbioso errabondo è uno degli archetipi dello scrittore. Si potrà obiettare che l’essere errabondi nulla ha a che fare con il commettere errori; trascureremo, per innato senso del controsenso, questa obbiezione. Essendo lo scrivente amico di vecchia data del GMG (acronimo, per Gian Marco Griffi, che verrà diffusamente usato in queste quattro righe allo scopo, appunto, di sottolineare la prossimità tra lo scrivente e l’autore dei libri inesistenti) sarà giocoforza biased nelle sue argomentazioni, e lo sarà, lo si afferma netto, a favore. Honny soit qui mal y pense, dico subito: questa non è una marchetta; non vi è prebenda alcuna. E’ un favore a un amico. Favore fatto con tutto il piacere. A parte il lieve fastidio che lo sforzo di scrivere pensando alle parole, una a una, mi procura. Chiudo questa brevissima introduzione con l’augurio che, in un tempo non so quanto lontano – ma la cui lontananza non può in alcun modo turbare l’artista che veda al di là del proprio naso, per quanto lungo – i libri inesistenti prendano la forma che loro conviene: quella, appunto, di libri esistenti.

Sabbione. Quale immaginario e quale imprinting letterario possono aver prodotto questo toponimo di fantasia? La risposta è ovvia: il Canto XIII dell’Inferno della Commedia. Esistono, sì, in Italia, alcuni luoghi che hanno questo nome – si tratta per lo più di frazioni di piccoli paesi – e devono tale toponimo proprio al fatto di esser attorniati da sabbioni: distese più o meno vaste e più o meno desolate di sabbia e ghiaione utili, al più, alla preparazione di malte e calcestruzzi e totalmente inadatte a qualsivoglia coltivazione. Nelle regioni più calde, sporadici e pur bellissimi alium ne spezzano la lugubre monotonia. Nei libri di GMG, quelli inesistenti, al contrario, Sabbione è una città. Una città d’una certa importanza, essendo la capitale di un Gerarcato: il Gerarcato di Sabbionasso. La città di Sabbione è definita con cura, così come tutto il Gerarcato, ed è perfettamente immaginabile dal lettore, ma meglio ancora del Capoluogo sabbionasso sono definiti i suoi abitanti e i loro costumi. L’universo sabbionasso è completamente autonomo dal resto del mondo e lì tanto i nativi che coloro che per ventura vi si rechino, trovano tutto ciò che serve alla vita. Certo, il non sabbionasso durerà non poca fatica ad adattarsi ad alcuni costumi e al bizzarro carattere dei nativi, alla loro giocosa e apparentemente garrula variabilità linguistica, ma – ci si rassicuri – in realtà il non sabbionasso è il lettore e, chiuso che abbia il libro (peraltro, inesistente), l’animo suo si rasserenerà non appena egli volga il proprio sguardo al mondo reale, quello che l’attornia, così diverso e distante dalla vertiginosamente formalizzata assurdità di Sabbione e del Gerarcato tutto.

Qual è il fatto più eclatante, tra i molti fatti, che a Sabbione e dintorni possa avvenire? E’ presto detto: è il suicidio. Un suicidio molto particolare tanto che l’Autore si prende cura di definirlo “suicidio®” per distinguerlo dal suicidio che le persone comuni, cioè non sabbionasse, possono facilmente porre in essere. La pratica ritualizzata dello hara-kiri, che potete trovare descritta in centinaia di opuscoli sulle tradizioni giapponesi, è sì rigidamente codificata, ma non somiglia in nulla a quella in uso in Sabbionasso: quella rivolta alla difesa dell’onore e circoscritta a un ambito privato – attorniati da pochi fedelissimi amici -, questa definita per Legge Gerarcale, preceduta da una serie di divinazioni codificate nel modo e – soprattutto – rispondente a una esigenza che è in parte etica e in parte meramente pragmatica (bisogna pur togliersi di mezzo, prima o poi) e rispettosa d’una tradizione che risale, secondo autorevoli studi, all’epoca delle migrazioni Illiriche nelle terre Sabbionasse. Il nobile giapponese si suicidava, se necessario, in privato e la cosa era dovuta a – diciamo così – incidenti di percorso nel suo comportarsi secondo un codice. Il cittadino sabbionasso si suicida perché così vogliono la Tradizione e la Legge. La cosa è detta anticipo di morte ed è minuziosamente regolamentata dalla cosiddetta clausola 99 (e corollari) di un “Programma Eliminazione Esseri Umani”. Lo hara-kiri è un fatto privato, il “suicidio®” è un fatto pubblico. Questa la più evidente differenza.
A dispetto di tale rigorosa formalizzazione giuridica, alcuni elementi scelgono comunque il suicidio. Quello normale. La cosa è deprecata in modo assai severo.
Una rigida suddivisione vige tra le differenti confessioni religiose del Sabbionasso; vi sono Cattolici e un certo numero d’Israeliti, ma principale concorrente della religione cattolica è il culto Iscariotico. Tale culto affonda le sue radici nel passato pre-cristiano della società sabbionassa (o sabbionese) e si è sviluppato come una curiosa forma di anti-sincretismo. Altri culti minori vi sono: quello degli adoratori del Coprolite, culto d’origine ancor più antica e sceverato da eminenti studiosi nel corso dei secoli. Non mancano gli agnostici e un certo numero di atei dichiarati. Una minoranza alquanto anarchica e – a dispetto del formalismo scolastico imposto dalle leggi del Gerarcato – un po’ mentalmente confusa ha, nel corso della propria vita, abbracciato più confessioni. In alcuni casi esercitando la multi religiosità.
Non è dato allo scrivente, stanti i suoi modesti mezzi, esplicitare tutta la complessa commistione di finzione e realtà delle cronache – ché tali sono – dal Sabbionasso (in due cospicui e inesistenti volumi) senza ripetere, come un novello e ancor meno fantasioso Paladión, tutto ciò che nei due volumi già è scritto. La breve presentazione di ciò che il Sabbionasso è si conclude dunque qui.

Occorre fare menzione dello stile letterario del GMG; ciò è ancor più difficile del presentare Sabbione e i suoi abitanti. Un excursus sugli autori del ‘900 e poeti dei secoli precedenti (Dante, naturalmente), fino ai trovatori provenzali, sarà facilmente riconoscibile dal lettore accorto. GMG non nasconde il suo smisurato amore per Faulkner, Beckett, Joyce, Gadda, Manganelli e – quasi paradossalmente – per Hemingway, la beat generation e altri italiani: Flaiano, Brancati, D’Arrigo, Arbasino e via fino a Tondelli. GMG, quindi, cita o paràfrasa spesso e volentieri e sempre suppone che il lettore riconosca la citazione o parafrasi e ne veda l’opportunità: è ciò che lo scrivente chiama “rispetto del lettore”. Tutt’altra cosa dallo snobismo. Cita, dicevamo, ma non manca della sua propria originalità che, in taluni punti, svetta con una forza autenticamente poetica.
Le prime stesure dei libri inesistenti erano scritte in forma di poema e la definizione delle circostanze e dei luoghi era meno esplicita: era lasciata all’empatia tra il lettore e lo scritto. L’Autore sa che l’estensore di queste quattro righe amava (e tutt’ora ama) quella primigenia versione. Non si insisterà su quella arcaica bellezza essendo del tutto inutile ogni tentativo di convincere il GMG a riprendere quegli stilemi. Si può – molto prosaicamente – osservare che ancora più inutile sarebbe il tentativo di pubblicazione di un’opera in forma di poema, ma lo scrivente è letteralmente affascinato dall’idea di questo libro che apparirebbe inesistente-inesistente. Inesistente al quadrato.

Molta acqua è passata sotto i ponti dell’Atanor, il fiume di Sabbione, da quando quella versione embrionale è diventata l’attuale doppio volume. Un lavoro di revisione e riscrittura è stato fatto e reiterato, ché l’Autore non crede alla ispirazione del momento – quella che vi coglie mentre siete in contemplazione d’una nuvola – e c’è motivo di pensare che, prima che gl’inesistenti divengano esistenti, altro labor limae avrà luogo. Intanto io, svogliato autore di queste quattro righe, suggerisco d’accontentarsi dell’attualmente inesistente.

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Questo è ciò che scrissi tempo addietro a proposito dell’inesistenza dei due libri di Gian Marco. Ora, dopo una lunga e penosa malattia (come diceva mia nonna Clotilde), è in pubblicazione via crowdfunding il primo dei due libri inesistenti: qui. Il termine “crowdfunding”, associato alla letteratura, sembra una parolaccia e un po’ GMG ne ha vergogna. E’ perché è un puro. Diamogli una spinta!