Ma si può essere più bischeri di così?

“Se n’è andata la ragazza di Bube, ma resteranno sempre con noi il suo coraggio e l’amore per la libertà e per la verità”: la ricorda così il segretario nazionale del Psi, Riccardo Nencini sottolineando che lo legava “all’amica Nada un profondo sentimento di affetto e di stima reciproca”. “Ha difeso con tutta se stessa la figura di Bube, ristabilendo una verità storica che il romanzo di Cassola aveva tradito“, ha detto Nencini.

[La Repubblica – Firenze – 24 maggio 2012]

Regina di Maggio

Nello spirito ormai disarmato
Frammenti di vecchie agonie
Come frecce talmente usurate
Da non ferire neppure più.

Nessuna luna
A illuminare la notte.

Speranza arida come
Terra d’Ottobre.

E tu, Regina di Maggio

Persino nei miei sogni
Ti sei negata a me
E mi hai mandato
Solo le tue serve
.

[GMG il giovane]

Tema (II)

E’ importante che mamma e papà si vogliano bene?

Sì, professoressa, che domanda scema. Io sono preoccupato da un po’ di tempo perché mamma e papà non si abbracciano e non si baciano più. Una volta, che ero più piccolo, erano sempre lì a abbracciarsi e papà metteva anche una mano sul sedere di mamma che gli diceva smettila che topino ci guarda e io che ridevo. Però non sono sicuro che queste cose si possano mettere in un tema di prima media. Però oramai le ho messe e cancellare indietro non mi piace. Non so perché papà sia così musone da un po’ di tempo. No, da tanto tempo. Almeno un anno. Delle volte mi rimprovera per quello che faccio che non va bene e lo fa con un vocione che sembra che venga da una caverna dove ci sia un cantante di quelli con la voce bassa come nel coro degli alpini ce l’ha Arturo. E che canta bu-bu-bum bu-bu-bum bu-bu-bum. Mamma e io vorremmo che fosse più allegro come quando tornando a casa baciava mamma e le metteva la mano sul sedere che era una cosa facile perché mamma ci ha il sedere grosso. E papà con la mano schiacciava e faceva poti-poti come un clacson di un camion. Adesso non capita più. Però forse qualcosa succede di nuovo perché stamattina che mi sono alzato prima di loro due li ho visti sul lettone senza le coperte addosso e loro non mi hanno visto. E io ho visto che facevano di più che baciarsi e abbracciarsi. Però papà credevo che avesse il pisello più grosso, con quel vocione che sa fare. E anche questo non lo dovevo mettere, ma non cancello indietro.

Il feroce equilibrio.

Il personaggio nero che si stempera
nero di pece e di ferite, nero,
sotto un sole che è nero ed è rotondo
solo perché due vaste mani a conca
lo fecero impastato di bitume
e d’abbominio e di brusio d’insetti,
è un pilone di roccia e fermo muove
a un cielo giallo frantumato d’elitre,
fermo e veloce sotto un sole nero.
E poiché ciò che muove compie un corso
dall’eterno all’eterno, e ciò che è mosso
da una ferita all’altra in turbini di luce
si dispone secondo che lo spinge
ciò che lo muove, sole che trasuda
grasse costellazioni di petrolio,
l’uno muoverà sempre e l’altro sarà mosso
nel feroce equilibrio dei due neri.

[Roberto Sanesi]

Patatine fritte.

“Che altro le porto?”, chiede ancora il cameriere. “Delle patatine fritte, per favore”, dice Gian Marco. Io lo guardo storto. Far seguire le patatine fritte a una pizza è contrario alle mie abitudini. Mi pare uno stonato pastrocchio, ma de gustibus ecc. ecc. “Mi spiace”, ribatte il cameriere, non senza un vago sussiego nel tono, “Abbiamo scelto, per ragioni etiche, di non servire patatine fritte nel nostro locale”. Ha detto proprio etiche. Ragioni etiche. Guardo il cameriere come una capra guarda un manifesto. Ma per pochi secondi. Decido quindi che dar via a una diatriba sulla cosa sarebbe del tutto inutile e non farebbe che ritardare l’arrivo delle pizze. Lascio perdere. Il cameriere se ne va, a portare la comanda in cucina, e io guardo Gian Marco chiedendomi che accidenti c’entri l’etica con le patatine fritte. O come si possa stabilirne un nesso sensato. Proviamo a congetturarci sopra; tiriamo in ballo gli asparagi e la loro nota relazione con l’immortalità dell’anima, ma la cosa non ci pare pertinente. E poi il Campanile disse di avere scherzato: gli asparagi, con l’immortalità dell’anima, non c’entrano affatto. Proviamo a immaginare che, evitando di friggere patate, non si produce una certa quantità d’inquinamento e non si costringe la gente a ingollare residui di molecole di acidi grassi polinsaturi, necessariamente spezzate dalla cottura a temperatura elevata. Queste sono scelte comportamentali con riflessi sul prossimo e, in quanto tali, hanno certo a che fare con l’etica (be’, è un’etica negativa, ma tant’è…). Di converso si ottiene l’effetto di deludere l’aspettativa di alcuni. Però c’è anche la possibilità che questa situazione di conflitto ideale possa produrre una presa di coscienza: è bene non mangiare patatine fritte. E, di cliente in cliente, far nascere una consapevolezza collettiva sulla non-eticità della patatina fritta. Ci vuole un po’ di tempo, ma tutto arriva a chi sa aspettare. E’ un vecchio proverbio. Non ricordo chi me lo riferì. Forse la solita nonna. Ora che ci penso: la nonna le patate le lessava. La sapevano già lunga, i nostri vecchi, sull’etica.

Un annuncio.

Mai ho voglia di scrivere. Gian Marco, che mi ha chiesto di farlo, dubita del fatto che queste quattro righe vengano scritte, cionondimeno le sto scrivendo. Dunque Gian Marco dubita ed erra. Il dubbioso errabondo è uno degli archetipi dello scrittore. Si potrà obiettare che l’essere errabondi nulla ha a che fare con il commettere errori; trascureremo, per innato senso del controsenso, questa obbiezione. Essendo lo scrivente amico di vecchia data del GMG (acronimo, per Gian Marco Griffi, che verrà diffusamente usato in queste quattro righe allo scopo, appunto, di sottolineare la prossimità tra lo scrivente e l’autore dei libri inesistenti) sarà giocoforza biased nelle sue argomentazioni, e lo sarà, lo si afferma netto, a favore. Honny soit qui mal y pense, dico subito: questa non è una marchetta; non vi è prebenda alcuna. E’ un favore a un amico. Favore fatto con tutto il piacere. A parte il lieve fastidio che lo sforzo di scrivere pensando alle parole, una a una, mi procura. Chiudo questa brevissima introduzione con l’augurio che, in un tempo non so quanto lontano – ma la cui lontananza non può in alcun modo turbare l’artista che veda al di là del proprio naso, per quanto lungo – i libri inesistenti prendano la forma che loro conviene: quella, appunto, di libri esistenti.

Sabbione. Quale immaginario e quale imprinting letterario possono aver prodotto questo toponimo di fantasia? La risposta è ovvia: il Canto XIII dell’Inferno della Commedia. Esistono, sì, in Italia, alcuni luoghi che hanno questo nome – si tratta per lo più di frazioni di piccoli paesi – e devono tale toponimo proprio al fatto di esser attorniati da sabbioni: distese più o meno vaste e più o meno desolate di sabbia e ghiaione utili, al più, alla preparazione di malte e calcestruzzi e totalmente inadatte a qualsivoglia coltivazione. Nelle regioni più calde, sporadici e pur bellissimi alium ne spezzano la lugubre monotonia. Nei libri di GMG, quelli inesistenti, al contrario, Sabbione è una città. Una città d’una certa importanza, essendo la capitale di un Gerarcato: il Gerarcato di Sabbionasso. La città di Sabbione è definita con cura, così come tutto il Gerarcato, ed è perfettamente immaginabile dal lettore, ma meglio ancora del Capoluogo sabbionasso sono definiti i suoi abitanti e i loro costumi. L’universo sabbionasso è completamente autonomo dal resto del mondo e lì tanto i nativi che coloro che per ventura vi si rechino, trovano tutto ciò che serve alla vita. Certo, il non sabbionasso durerà non poca fatica ad adattarsi ad alcuni costumi e al bizzarro carattere dei nativi, alla loro giocosa e apparentemente garrula variabilità linguistica, ma – ci si rassicuri – in realtà il non sabbionasso è il lettore e, chiuso che abbia il libro (peraltro, inesistente), l’animo suo si rasserenerà non appena egli volga il proprio sguardo al mondo reale, quello che l’attornia, così diverso e distante dalla vertiginosamente formalizzata assurdità di Sabbione e del Gerarcato tutto.

Qual è il fatto più eclatante, tra i molti fatti, che a Sabbione e dintorni possa avvenire? E’ presto detto: è il suicidio. Un suicidio molto particolare tanto che l’Autore si prende cura di definirlo “suicidio®” per distinguerlo dal suicidio che le persone comuni, cioè non sabbionasse, possono facilmente porre in essere. La pratica ritualizzata dello hara-kiri, che potete trovare descritta in centinaia di opuscoli sulle tradizioni giapponesi, è sì rigidamente codificata, ma non somiglia in nulla a quella in uso in Sabbionasso: quella rivolta alla difesa dell’onore e circoscritta a un ambito privato – attorniati da pochi fedelissimi amici -, questa definita per Legge Gerarcale, preceduta da una serie di divinazioni codificate nel modo e – soprattutto – rispondente a una esigenza che è in parte etica e in parte meramente pragmatica (bisogna pur togliersi di mezzo, prima o poi) e rispettosa d’una tradizione che risale, secondo autorevoli studi, all’epoca delle migrazioni Illiriche nelle terre Sabbionasse. Il nobile giapponese si suicidava, se necessario, in privato e la cosa era dovuta a – diciamo così – incidenti di percorso nel suo comportarsi secondo un codice. Il cittadino sabbionasso si suicida perché così vogliono la Tradizione e la Legge. La cosa è detta anticipo di morte ed è minuziosamente regolamentata dalla cosiddetta clausola 99 (e corollari) di un “Programma Eliminazione Esseri Umani”. Lo hara-kiri è un fatto privato, il “suicidio®” è un fatto pubblico. Questa la più evidente differenza.
A dispetto di tale rigorosa formalizzazione giuridica, alcuni elementi scelgono comunque il suicidio. Quello normale. La cosa è deprecata in modo assai severo.
Una rigida suddivisione vige tra le differenti confessioni religiose del Sabbionasso; vi sono Cattolici e un certo numero d’Israeliti, ma principale concorrente della religione cattolica è il culto Iscariotico. Tale culto affonda le sue radici nel passato pre-cristiano della società sabbionassa (o sabbionese) e si è sviluppato come una curiosa forma di anti-sincretismo. Altri culti minori vi sono: quello degli adoratori del Coprolite, culto d’origine ancor più antica e sceverato da eminenti studiosi nel corso dei secoli. Non mancano gli agnostici e un certo numero di atei dichiarati. Una minoranza alquanto anarchica e – a dispetto del formalismo scolastico imposto dalle leggi del Gerarcato – un po’ mentalmente confusa ha, nel corso della propria vita, abbracciato più confessioni. In alcuni casi esercitando la multi religiosità.
Non è dato allo scrivente, stanti i suoi modesti mezzi, esplicitare tutta la complessa commistione di finzione e realtà delle cronache – ché tali sono – dal Sabbionasso (in due cospicui e inesistenti volumi) senza ripetere, come un novello e ancor meno fantasioso Paladión, tutto ciò che nei due volumi già è scritto. La breve presentazione di ciò che il Sabbionasso è si conclude dunque qui.

Occorre fare menzione dello stile letterario del GMG; ciò è ancor più difficile del presentare Sabbione e i suoi abitanti. Un excursus sugli autori del ‘900 e poeti dei secoli precedenti (Dante, naturalmente), fino ai trovatori provenzali, sarà facilmente riconoscibile dal lettore accorto. GMG non nasconde il suo smisurato amore per Faulkner, Beckett, Joyce, Gadda, Manganelli e – quasi paradossalmente – per Hemingway, la beat generation e altri italiani: Flaiano, Brancati, D’Arrigo, Arbasino e via fino a Tondelli. GMG, quindi, cita o paràfrasa spesso e volentieri e sempre suppone che il lettore riconosca la citazione o parafrasi e ne veda l’opportunità: è ciò che lo scrivente chiama “rispetto del lettore”. Tutt’altra cosa dallo snobismo. Cita, dicevamo, ma non manca della sua propria originalità che, in taluni punti, svetta con una forza autenticamente poetica.
Le prime stesure dei libri inesistenti erano scritte in forma di poema e la definizione delle circostanze e dei luoghi era meno esplicita: era lasciata all’empatia tra il lettore e lo scritto. L’Autore sa che l’estensore di queste quattro righe amava (e tutt’ora ama) quella primigenia versione. Non si insisterà su quella arcaica bellezza essendo del tutto inutile ogni tentativo di convincere il GMG a riprendere quegli stilemi. Si può – molto prosaicamente – osservare che ancora più inutile sarebbe il tentativo di pubblicazione di un’opera in forma di poema, ma lo scrivente è letteralmente affascinato dall’idea di questo libro che apparirebbe inesistente-inesistente. Inesistente al quadrato.

Molta acqua è passata sotto i ponti dell’Atanor, il fiume di Sabbione, da quando quella versione embrionale è diventata l’attuale doppio volume. Un lavoro di revisione e riscrittura è stato fatto e reiterato, ché l’Autore non crede alla ispirazione del momento – quella che vi coglie mentre siete in contemplazione d’una nuvola – e c’è motivo di pensare che, prima che gl’inesistenti divengano esistenti, altro labor limae avrà luogo. Intanto io, svogliato autore di queste quattro righe, suggerisco d’accontentarsi dell’attualmente inesistente.

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Questo è ciò che scrissi tempo addietro a proposito dell’inesistenza dei due libri di Gian Marco. Ora, dopo una lunga e penosa malattia (come diceva mia nonna Clotilde), è in pubblicazione via crowdfunding il primo dei due libri inesistenti: qui. Il termine “crowdfunding”, associato alla letteratura, sembra una parolaccia e un po’ GMG ne ha vergogna. E’ perché è un puro. Diamogli una spinta!